Pittis: «Treviso il canestro della vita. Devo tutto al signor Gilberto, mi ha insegnato l’umiltà»

Riccardo Pittis, ex capitano, ricorda chi lo volle alla Benetton basket: «Ringrazio chi mi ha scelto e mi ha dato la possibilità di conoscere questa città»

Domenico Basso
Riccardo Pittis con Domenico Basso
Riccardo Pittis con Domenico Basso

Non tutte le città si incontrano alla nascita. Alcune si scelgono quando il rumore si spegne, quando il corpo smette di correre e la vita chiede un altro ritmo. Riccardo Pittis, milanese, capitano storico della Benetton Basket, oggi tornato in società con un ruolo dirigenziale, a Treviso è arrivato per giocare. Ma è rimasto per vivere.

Restare, non dimostrare

Qui ha trovato qualcosa che non ha a che fare con i palazzetti pieni o con i trofei, ma con il passo lento delle giornate, con una bellezza che non si impone e con relazioni che hanno il tempo di diventare vere.

«In una società che corre sempre più veloce — dice — servono delle “comfort-zone”, capaci di restituire benessere». Treviso, per lui, è diventata questo: una città che non chiede di dimostrare, ma invita a restare.

Seduto sulla panchina affacciata sull’acqua, Pittis guarda scorrere il Cagnan come se fosse un allenamento diverso: non più fatto di canestri e schemi, ma di ascolto. Dopo il ritiro dal basket giocato, arrivato nel 2004 a trentacinque anni, la sua traiettoria non si è fermata. Ha cambiato campo. Si è formato, ha studiato, ed è diventato speaker motivazionale e mental coach, portando nelle aziende e nelle persone ciò che aveva imparato sul parquet: la gestione della pressione, il valore del gruppo, la responsabilità delle scelte.

L’equilibrio

Ma il punto di partenza resta sempre lo stesso: il luogo in cui si vive. E Treviso, per Pittis, non è una parentesi della carriera. È una decisione. Un equilibrio trovato. Una città che, senza alzare la voce, gli ha insegnato che anche fermarsi — a volte — è un modo per andare lontano. Dopo una vita passata sui parquet più importanti d’Italia, ha deciso di fermarsi qui, in una città che va a un altro passo rispetto al rumore del mondo. Gli piacciono la tranquillità, il ritmo lento, la possibilità di coltivare relazioni autentiche.

Seduto sulla panchina, lo sguardo segue l’acqua che scorre. È un movimento che somiglia al suo percorso: intenso, pieno, ma mai urlato. Pittis si è ritirato dal basket giocato nel 2004, a 35 anni, dopo essere stato uno dei simboli della Benetton Basket. Da allora ha cambiato ruolo, non identità: oggi è speaker motivazionale e mental coach, ma continua a ragionare come un capitano.

DE POLO AG.FOTOFILM. TREVISO. INTERVISTA PANCHINA SUL CAGNAN, RICCARDO PITTIS
DE POLO AG.FOTOFILM. TREVISO. INTERVISTA PANCHINA SUL CAGNAN, RICCARDO PITTIS

Il signor Benetton

Accanto a sé, su quella panchina, Riccardo vorrebbe far sedere Gilberto Benetton.«Se sono qui è perché tanti anni fa il signor Benetton mi volle a Treviso - dice - Di lui conservo ricordi bellissimi».

Il più intenso è legato allo sport, alle vittorie che segnano una carriera: «Il primo scudetto, nel 1997. Rivedo ancora la sua gioia, la sua commozione». Ma il ricordo più profondo va oltre i trofei. «Mi ha insegnato l’umiltà» racconta Pittis. «Lui, che insieme ai fratelli aveva costruito un impero, si rapportava a tutti con una gentilezza unica. Un uomo semplice, sempre col sorriso».

Gilberto Benetton se n’è andato otto anni fa. «A volte mi viene ancora voglia di cercarlo – confessa – per dirgli che da queste parti ci sarebbe ancora bisogno di lui, dei suoi consigli, della sua visione».

Con lui se n’è andata anche una stagione. «Oggi c’è nostalgia di quei tempi - ammette Pittis - quel mecenatismo non ha più casa. Le aziende, giustamente, pensano al lavoro, ai prodotti, ai dipendenti. Lo sport non è più autosostenibile come una volta, il modo di gestire le società è cambiato. Nascono i consorzi, come è successo qui».

Pittis: "Qui di fronte al Cagnan vorrei essere seduto con Gilberto Benetton"

Qualità della vita

Eppure Treviso, per lui, resta un punto fermo. «Da questa città non me ne andrò mai - dice senza esitazioni - sto bene qui. La qualità della vita è alta, la scelta di restare qui è stato il canestro più bello». Il confronto con altre realtà è continuo.

«Vado spesso a Milano o in altre città per lavoro. Milano è una grande metropoli, è molto migliorata. Ma quando sono lì non vedo l’ora di tornare a casa».

La Treviso che vede oggi è diversa da quella di vent’anni fa. «È cresciuta. Se mi guardo indietro vedo un provincialismo che non c’è più. Oggi non siamo più “la città vicino a Venezia”. Oggi siamo Treviso».

Una città fatta di sfumature: i canali, il Sile che scorre lento, le osterie dove ci si incontra ancora. Guardando avanti, Pittis non parla di rivoluzioni, ma di evoluzione. «La città dovrebbe cercare una maggiore contaminazione con l’esterno - riflette - magari puntando di più sull’internazionalizzazione degli eventi, nell’arte come nello sport. Questo aggiungerebbe valore e farebbe crescere anche Treviso».

Il futuro della città

La Treviso di domani, nella sua visione, è una città che cresce senza snaturarsi. «Che non si accontenta di quello che ha – dice - ma valorizza ciò che può renderla migliore». E lancia un’idea semplice, quasi disarmante: creare luoghi di confronto. «Punti di incontro dove porsi domande, prima ancora di cercare risposte. È così che si costruisce uno sviluppo vero».

Per i ragazzi

Il pensiero finale va ai giovani. «Anche qui stiamo vedendo fenomeni di delinquenza che altre città hanno conosciuto prima - osserva - dobbiamo interrogarci sulle cause, capire le ragioni».

E torna allo sport, alla sua lingua madre. «Lo sport può e deve essere uno strumento di aggregazione e di trasmissione di valori. Ma a una condizione: bisogna avvicinare i giovani a persone credibili per loro. Testimonial veri. Dobbiamo chiederci cosa è giusto per loro, non per noi».

Seduto su quella panchina, Riccardo Pittis non parla da ex campione. Parla da uomo che ha scelto Treviso come casa. E che, proprio per questo, sente il dovere di continuare a prendersene cura. —

 

Riproduzione riservata © Tribuna di Treviso