Cavasin: «Per vincere serve la fame, ma Treviso tornerà in altro»

L’allenatore ricorda il padre e la sua gioia per la Panchina d’Oro. La ripartenza del calcio biancoceleste, i giovani e la lezione che arriva dall’Africa

Domenico Basso
Alberto Cavasin durante l’intervista con Domenico Basso sulla panchina sulla riva del Cagnan
Alberto Cavasin durante l’intervista con Domenico Basso sulla panchina sulla riva del Cagnan

Ci sono panchine che si vincono e panchine su cui si aspetta. Alberto Cavasin ne ha vinta una d’oro, stagione 1999/2000. La Panchina d’Oro. Il riconoscimento dei colleghi, il rispetto conquistato sul campo. Ma quella di oggi è diversa, è affacciata sull’acqua e chiede solo memoria. Per un allenatore la panchina è il posto da cui si vede tutto, si decide, si sbaglia o si cambia la partita.

È il confine tra il campo e la responsabilità. Su questa panchina, però, Cavasin non vuole parlare di moduli o di campionati. Non c’è uno staff . C’è solo un’immagine: suo padre, Olindo. «Un uomo che metteva davanti a tutto l’amore per la famiglia e il lavoro – racconta Alberto – Era instancabile, orgoglioso dei suoi figli.

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Ligio al dovere, onesto e corretto in ogni comportamento. La messa alle sei del mattino, il vespero al pomeriggio. Una fede silenziosa e coerente. Per me è stato una guida continua. È ancora con me. Mi accompagna. Presente nella mente e nel cuore».

La panchina di casa...

Prima delle panchine degli stadi, c’è stata quella di casa. E forse è lì che si è formato l’allenatore. «Papà faceva il mugnaio, a Porto di Fiera. Lavorava duro. Quattro figli. Una casa costruita con sacrificio. La madre che andava a fare la domestica. Non mancava l’essenziale, ma oltre l’essenziale non c’era niente. Non eravamo poveri. Ma tutto era misurato. Alberto ricorda il campetto dietro la chiesa, i sandali ai piedi, il desiderio di giocare a calcio e il problema delle scarpe. Le scarpe vere costavano.

E in una famiglia di quattro fratelli ogni acquisto era una scelta. Tra noi non c’erano grandi discorsi - ammette - Non era un padre che si sedeva a parlare per ore. Era una guida silenziosa. Era un punto di riferimento. Mi sono sempre ritrovato nei suoi principi: rispetto, onestà. E il dovere prima di tutto. La fede praticata senza esibirla».

...e quella d’oro

Quando nel 2000 Alberto vinse la Panchina d’Oro, lo chiamò dalla macchina: «Gli dissi: papà, ho vinto. E lui mi rispose: adesso posso anche morire». In una frase la misura di una generazione che non chiedeva nulla per sé, ma si sentiva compiuta nel vedere i figli realizzati: «Se fosse qui, su questa panchina, gli direi solo grazie».

Prima di imparare a cambiare una partita al novantesimo, Alberto Cavasin ha imparato a stare dentro le regole della vita. E quella è stata la sua prima vera panchina. Ogni quindici giorni tornava a trovarlo. E lo trovava nell’orto.

«Olindo – ricorda - aveva sempre qualcosa da sistemare: la terra da girare, una pianta da legare, un filare da controllare. Tra le zolle gli raccontavo la mia vita. Lui voleva capire come stavo, come andavano le cose. Il lavoro, gli affetti».

Allo stadio non era presenza assidua. Non era il padre che viveva di tribune e riflettori. Era radice. Era terra. E forse è proprio lì, tra quell’orto e quelle parole misurate, che Alberto Cavasin ha imparato la cosa più difficile per un allenatore: decidere restando saldo.

Il traguardo

Quando si parla di Treviso oggi, Alberto Cavasin non può evitare una deviazione naturale: il calcio. La città si sta riavvicinando alla Serie C. E lui, che il Treviso lo ha allenato nell’anno della Serie A, 2005/2006, osserva con attenzione.

«C’è una dirigenza solida. La famiglia Botter ha preso in mano la società con responsabilità e coraggio. Bisogna dare merito a chi si è assunto questo compito». Non solo disponibilità economica, ma visione e competenza: «Quando c’è organizzazione, quando c’è una guida, i risultati arrivano. E stanno arrivando».

La Serie C può essere un traguardo intermedio, non un punto d’arrivo. «Il calcio è fatto di processi - spiega pescando nel bagaglio della sua esperienza - Se c’è solidità, se c’è programmazione, si può pensare anche oltre. Ma serve equilibrio».

Per Cavasin la risalita di una squadra non è molto diversa dalla risalita di una città. Servono fondamenta, identità, senso di appartenenza. Non bastano gli entusiasmi del momento.

La struttura

Una società sportiva funziona quando ognuno fa la propria parte. Quando c’è una dirigenza che guida, uno spogliatoio che crede, una tifoseria che sostiene. Forse anche Treviso, fuori dallo stadio, ha bisogno della stessa cosa. Cavasin non crede nelle fiammate. Non crede nelle promozioni esplosive senza struttura.

Lo dice con la calma di chi ha vissuto l’anno della Serie A e ne conosce anche le fragilità. «Io penso che Treviso possa reggere economicamente anche la Serie B. La città può farlo. Ma bisogna costruire i passaggi giusti. La risalita dalla D alla C non deve essere un punto d’arrivo. È un processo. E il processo ha bisogno di basi solide. Prima ancora dello stadio nuovo, serve un centro sportivo - avverte - Una base vera. Se non costruisci il settore giovanile e le strutture, un anno vinci e poi sparisci per dieci».

La squadra

La differenza sta lì: nelle fondamenta. Uno stadio è la conseguenza dei risultati. Non il contrario. «Il Treviso in Serie A arrivò come un’esplosione - sottolinea - Ma senza struttura non vai lontano. Oggi il calcio è organizzazione, servizi, accoglienza. La gente porta i bambini, vuole comodità, vuole qualità».

Poi allarga lo sguardo. «Una città è un po’ come una squadra. Se non ha strutture, se non ha un progetto, non compete». E quando parla di giovani, lo sguardo si sposta lontano, fino all’Africa, dove spesso va a seguire tornei. «Lì vedo i ragazzi che eravamo noi - dice - Hanno fame. Fame vera. Giocano per emergere, per cambiare la loro vita».

Non è nostalgia. Non è rimpianto. «I nostri giovani non hanno meno talento. Ma vivono nel benessere e la fame è diversa». La differenza non è solo tecnica. È motivazionale. È culturale. E forse, anche per Treviso città, la domanda è la stessa: quanto desidera davvero salire di categoria? Quando si allontana dal campo e guarda la città, Alberto Cavasin parla di fondamenta solide. «La qualità della vita è uno dei suoi punti di forza - precisa - È una città verde, sicura, con servizi efficienti e un forte senso di appartenenza».

Le sfide

Non è poco, in un tempo in cui molte realtà inseguono ancora questi equilibri. Ma anche qui, come nel calcio, non basta difendere il risultato. «Le sfide sono quelle di tutte le città di oggi: la mobilità, la sostenibilità ambientale, la capacità di attrarre nuove generazioni senza perdere la propria anima».

E torna quella parola che attraversa tutta la conversazione: anima. «Immagino una Treviso capace di evolversi senza snaturarsi – puntualizza - . Che investa nella sostenibilità, nella valorizzazione del territorio e nella cultura. Le colline del Prosecco patrimonio Unesco, il patrimonio artistico, il tessuto imprenditoriale diffuso: non solo bellezza da mostrare, ma opportunità da strutturare. Un turismo di qualità. Rispettoso. Consapevole».

il pensiero ai giovani

E poi i giovani, ancora loro. «Immagino una città più attenta ai ragazzi - spiega - Con spazi per l’innovazione, per la formazione, per la creatività. Una Treviso attrattiva non solo per quello che è stata, ma per le opportunità che sa offrire». Come una squadra che vuole salire di categoria, anche una città, allo stesso modo, deve saper fare rete.

«Il futuro passa dalla capacità di collegarsi con Venezia, con il territorio provinciale, con le eccellenze imprenditoriali che qui non sono mai mancate» conclude Nessuna rivoluzione. Ma programmazione, visione, gioco di squadra. Su questa panchina è come se fosse seduta la città: sceglie un momento per fermarsi, per guardare chi sono i compagni di squadra e capire come farli muovere insieme. Può nascere così un’azione che porta lontano. 

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