Red Canzian: «In un Calmaggiore deserto premi agli eroi che resistono. Sogno il Festival del cabaret»

Red Canzian elogia le piccole attività che restano presidio di sicurezza. er il futuro sogna una città con un progetto unico e un teatro fabbrica di idee

Red Canzian e la panchina sul Cagnan
Red Canzian e la panchina sul Cagnan

Le vite non cominciano con un applauso. Cominciano con un passo accanto a qualcuno, con una voce che ti parla mentre guardi l’acqua. Red Canzian lo sa. Così sulla panchina non chiama un collega, né un artista. Chiama suo padre, Giovanni. E lo immagina lì, sul ponte di San Francesco, a pochi passi dalla scuola dove da ragazzo aveva frequentato le medie.

«L’acqua è sempre stata un legame nel nostro rapporto - racconta Red - Qui mi fermavo spesso a guardare le trote , perché papà era un grande pescatore».

il tempo che non c’è più

È un’immagine semplice, quasi immobile: un padre e un figlio che guardano scorrere il Cagnan. Ma dentro c’è un tempo che non c’è più. Red ricorda le prime volte in città, fine anni Cinquanta, gli occhi sgranati davanti alle novità. «Un giorno mio padre mi disse: ti porto a mangiare una cosa che non hai mai mangiato - ricorda - Andammo dal primo pizzaiolo arrivato a Treviso, vicino all’allora cinema Garibaldi. La pizza la vendeva al taglio, a quadretti. Sento ancora adesso l’odore dell’origano e dell’acciuga. Non li avevo mai sentiti».

Red Canzian: «La meraviglia di stupirsi oggi i ragazzi non ce l’hanno più»

Era la Treviso ingenua, curiosa, capace di stupirsi. Un sentimento che oggi, dice, vede spegnersi nei ragazzi. «La meraviglia di stupirsi oggi i ragazzi non ce l’hanno più . Per loro è tutto naturale. Sono nati nel digitale, nell’intelligenza artificiale, nella velocità. Non hanno vissuto la parte analogica, la lentezza, la conquista. Noi abbiamo avuto la fortuna di vivere un cinquantennio in cui è cambiato il mondo. Loro stanno vedendo il finale. Ma se non sai da dove sei partito, te lo godi meno. È come arrivare al traguardo senza aver fatto la gara».

un’epoca di fatiche

Con suo padre vorrebbe parlare proprio di questo. Di quel mondo costruito a fatica. Delle partenze per le prime tournée, del camion controllato prima di partire, del furgoncino dei Capsicum Red, delle mille lire al giorno a Milano. «La prima volta che sono partito per fare un concerto a Sesto Calende, vicino al Lago Maggiore, sembrava che andassi in guerra - dice - Era un’epoca di fatiche. Però quelle piccole ingenuità hanno forgiato la mia generazione». Una generazione che si è rimboccata le maniche, che non si è fermata davanti alle difficoltà. «Tra la mia generazione e quella dei ragazzi adesso c’è quasi un secolo di differenza» evidenzia con il sorriso. E non è solo una questione di tecnologia. È il senso della conquista. Quando oggi tiene in tasca un telefono con dentro milioni di canzoni, pensa a quando per mandare un brano in alta definizione ci voleva una notte intera. «Adesso è tutto immediato - sottolinea - Ma questa velocità ti fa perdere la conquista».

Cos’è Treviso oggi

Quando parla della Treviso di oggi, Red cambia tono. Non è nostalgia, è dolore. «Mi fa male vedere, quando cammino sotto i portici, che molte piccole attività commerciali non ci sono più» racconta dispiaciuto. Quella che vede è la scomparsa del trevigiano dalla sua città: la piccola imprenditoria, le botteghe storiche, i volti conosciuti dietro ai banconi: «È un peccato. È la città che perde la sua anima». Attribuisce parte della responsabilità ai centri commerciali, dove tutto è più facile, più veloce, forse più economico. Ma ciò che lo colpisce davvero è la perdita di identità. «Il Calmaggiore, è in alcuni tratti è diventato anonimo, in altri deserto» evidenzia. «Vedo marchi che potrei trovare ovunque - dice - Non riconosco più l’ottico storico, l’orologiaio, il negozio dei giocattoli dove andavo da bambino. Quelle cose ti davano sicurezza». E poi pensa alle poche attività storiche rimaste e che nonostante tutto resistono: «Chi continua a mantenere accesa la luce della vecchia bottega io lo paragono ad un eroe moderno – dice – Attività come queste dovrebbero essere agevolate, gli affitti dovrebbero essere poco più di un simbolo». Per lui la solidità di una città passa anche da queste presenze. Le cose concrete, conquistate, che restano nel tempo. »Rivedere quello che c’era quando eri piccolo ti dà un senso di stabilità - dice - Oggi la vita è più insicura anche perché cambia tutto troppo in fretta».

I segnali positivi

Eppure non si limita alla malinconia. Riconosce anche segnali positivi, come i recenti provvedimenti dell’amministrazione per incentivare affitti più accessibili in centro. Ma insiste su un punto: Treviso deve inventarsi qualcosa che sia solo suo. «Dovremmo inventarci un festival. Qualcosa che ci appartenga» incalza Red.

Parte dall’acqua, dal Sile, dal sistema dei fiumi, ma allarga il concetto: serve un evento identitario, un faro. «Ce ne sono di cose che abbiamo solo noi - rimarca - Solo il Sile, che nasce da una risorgiva ed è navigabile per novantanove chilometri, potrebbe diventare un racconto straordinario».

Poi entra nel suo campo. Il teatro, la musica, l’intrattenimento. «Il Comunale è uno spazio bellissimo, restaurato in maniera egregia. Potrebbe diventare una fabbrica delle idee».

Non parla da osservatore esterno. Si propone per portare un contributo di idee, di esperienza e anche il suo amore verso la città. «Quello che faccio nella mia vita è il produttore, il direttore artistico - puntualizza - Mi invento le cose e cerco di portarle avanti».

La proposta

Immagina concorsi, stage, musical, una Treviso che diventi polo formativo alternativo a Milano e Roma, una fondazione capace di convogliare fondi e talenti. E poi un’idea più leggera, ma non meno seria: la cultura del divertimento. «Una volta alla settimana il teatro è chiuso? Facciamo uno spettacolo per i trevisani. La stand-up comedy funziona, portiamola qui. C’è gente fortissima in giro, Treviso potrebbe diventare la città che propone il Festival del cabaret».

La musica gli ha insegnato che ogni concerto finisce con un applauso. La città, invece, finisce solo quando smette di emozionarsi. E forse il futuro di Treviso comincia proprio da un palco, da una luce accesa, da una risata condivisa sotto lo stesso cielo. 

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