Andrea Bellieni: «Treviso valorizzi la storia e diventi vero capoluogo. La cultura, occasione persa»
L’architetto e il ricordo del grande restauratore Mario Botter: «Ha salvato l’anima storica, ma adesso le periferie sono irriconoscibili»

La panchina guarda l’acqua, ma se sposti lo sguardo un poco a sinistra vedi una casa che ha rischiato di non esserci più. È una delle case Rinaldi, che si trova nell’omonimo vicolo. Oggi è uno degli scorci più eleganti sul Cagnan. Ma nel ’44 la facciata era crollata dentro il fiume. Le stanze si vedevano dall’esterno, come scatole aperte, sospese sul vuoto. Sarebbe stato più semplice abbattere tutto. Radere al suolo e ricostruire nuovo. In fondo, dopo una guerra, chi avrebbe discusso? Invece no. Qualcuno decise che quello scorcio andava salvato. Che Treviso non poteva permettersi di perdere un altro pezzo della propria anima.
Andrea Bellieni, direttore del Museo Correr di Venezia e già conservatore dei musei di Treviso, lo indica quasi con gratitudine. È per questo che sulla panchina vorrebbe seduto Mario Botter.

L’anima della città
«Dobbiamo a lui – e a una generazione intera – l’anima storica della città - evidenzia guardando proprio quel palazzo - Dopo il bombardamento del ’44, Treviso era un cumulo di macerie, pari alle città tedesche rase al suolo. Eppure oggi camminiamo tra San Nicolò, San Francesco, via San Nicolò, Palazzo dei Trecento, come se quella ferita non avesse mai rischiato di cancellare tutto. Non solo i monumenti, ma il tessuto: le case affrescate, i portici. È stata una ricostruzione saggia, consapevole. Botter ne fu braccio e mente, insieme alla Sovrintendenza di Ferdinando Forlati. Una città intera scelse di non snaturarsi». Andrea aveva dodici anni quando cominciò a seguirlo. Il sabato pomeriggio, con un registratore in mano, si metteva in coda a quelle visite guidate organizzate dal CTG Antelao. San Francesco, Palazzo dei Trecento, San Nicolò: Mario Botter parlava per ore, con quella voce profonda, quasi teatrale, che sembrava venire da un altro tempo.
Santa Caterina
Ma c’è un racconto che Andrea non ha mai dimenticato. «Santa Caterina, allora, non era il museo che conosciamo - ricorda - Era una caserma bombardata, un deposito militare ingombro di macerie. Botter rientra a Treviso dopo l’8 settembre, nel pieno del disastro. Potrebbe nascondersi, aspettare. Invece entra in quella rovina, si fa largo tra detriti e calcinacci, con strumenti raccattati per terra. E poi accade. Battendo sul muro, sotto strati di intonaco, affiora un volto. L’angelo dell’Annunciazione. Prima un frammento, poi un altro, poi l’intera parete che si rivela».
Andrea lo racconta ancora con gli occhi di quel bambino di dodici anni. Non era solo la scoperta di un affresco. Era la scoperta che sotto le macerie può nascondersi la bellezza. Che una città, anche distrutta, può ritrovare la propria anima. È stato lì, forse, che è nato il suo sguardo. Non solo da architetto o da storico dell’arte.
Ma da uomo che sa che l’identità non è un’eredità automatica: va cercata, protetta, ricostruita. È da quel racconto – dall’angelo che riaffiora dal muro – che Andrea Bellieni fa partire una riflessione più ampia. Perché se una generazione ha salvato l’identità di Treviso, oggi la domanda è un’altra: quanto ne siamo consapevoli?
Studiare e aggiornare
«Botter ci ha fatto capire quanto quel momento sia stato identitario per la nostra città. Ci ha salvato e consegnato testimonianze vive. Ma non sono sicuro che oggi Treviso sia davvero consapevole che il suo marchio sia proprio quello della Marca gioiosa e amorosa. Non uno slogan turistico. Non una formula buona per i dépliant. Ma una sostanza storica precisa: la Treviso città d’arte, medievale, affrescata, colta».
Il punto, secondo lui, non è solo valorizzare. È studiare, documentare, aggiornare. «L’ultima grande iniziativa sul Trecento trevigiano e su Tommaso da Modena è del 1979 - fa notare - Parliamo di quasi mezzo secolo fa. A livello nazionale e internazionale questa parte medievale è molto trascurata. Non c’è bibliografia recente, non c’è una produzione aggiornata».
Manca in sostanza un progetto organico di studio e di restituzione. «Uno studioso che voglia approfondire fatica a trovare materiale recente - spiega - Le fotografie sono ancora quelle in bianco e nero dei Fini. È come se restaurassimo senza raccontare davvero quello che restauriamo».
I musei
La consapevolezza, allora, non è solo orgoglio. È conoscenza. È produzione culturale. È capacità di rimettere in circolo la propria storia. Bellieni non si ferma alla dimensione culturale. Guarda anche la città che cambia sotto gli occhi, spesso senza che ce ne accorgiamo. «Valorizziamo di più i bellissimi Bailo, Santa Caterina e con essi i gioielli ereditati dal nostro passato più originale nel Due e Trecento - insiste - queste risorse che sono la nostra anima, la nostra identità. Spendiamoci meglio, facciamoci conoscere per la nostra trevigianità storica (non solo quella dello spriz e del Tiramisù....); ma per farlo dobbiamo conoscerla veramente ed esserne consapevolmente orgogliosi. Fondazioni e istituti culturali cittadini dovrebbero in questo sentirsi molto più impegnati. Anche l’Università vi dovrebbe avere un ruolo essenziale, portando vera e innovativa linfa di ricerca scientifica e storica».
La mancata nomina
Poi Bellieni si guarda indietro e vede le occasioni sfuggite: «La mancata nomina di Treviso come città italiana della cultura, forse avrà avuto una buona ragione e dovrebbe spronarci ad una maggiore consapevolezza e allo studio e al lavoro culturale».
Poi c’è un nodo più visibile. «La desertificazione commerciale è sotto gli occhi di tutti - dice - Treviso non ha mai avuto una forte propulsione economica interna. Non un distretto urbano trainante, non grandi industrie radicate nel cuore della città. Fuori le mura soprattutto, la trasformazione è evidente. Negli ultimi dieci anni Treviso ha cambiato connotati senza che quasi ce ne accorgessimo. Passo per strade che non vedevo da tempo e non le riconosco più. L’immobiliare sembra essere l’unico settore davvero in movimento».
Il rischio
L’immagine di Bellieni è di una città che si arrangia e che corre un rischio: «Diventare solo un palcoscenico del fine settimana. Una passeggiata per chi viene da fuori, il sabato pomeriggio, e poi riparte». Lo sguardo poi si rivolge al futuro: «Forse non occorre neanche inventarsi chissà che - puntualizza Bellieni - Basterebbe valorizzare davvero quello che già c’è. Le forze vive, le energie dal basso, le associazioni che lavorano bene».
La forza delle scelte
Il riferimento è a una rete culturale diffusa che esiste, ma che secondo lui non è mai stata selezionata. «In passato si è voluto ascoltare tutti, premiare tutti - precisa - Ma così si disperdono le forze. Bisognerebbe avere anche il coraggio di scegliere». Scegliere un asse. Scegliere una direzione. E dotarsi degli strumenti adeguati.
«Treviso dovrebbe potersi porre anche sul piano nazionale. Come Vicenza, come Parma, come Pordenone – spiega - Ma per farlo servono spazi. Serve una sala da almeno mille posti per ospitare manifestazioni pubbliche di livello nazionale. Treviso dovrebbe farsi valere come capoluogo, centro e riferimento di un territorio che, invece, da tempo questo ruolo sembra non volerle affatto riconoscere, contendendole molte funzioni centrali, ad iniziare da quelle commerciali, direzionali, scolastiche, culturali ma di questo il capoluogo sembra non curarsi granché vivacchiando stancamente in mezzo a centri assai più dinamici e attrattivi. Il sogno è che Treviso possa ospitare eccellenze, eventi identitari, fiere tematiche capaci di portare Treviso fuori dai confini provinciali.
«Dovremmo avere il coraggio di puntare su qualcosa di specifico, di nostro – conclude - Non solo mostre spot, per quanto importanti. Un progetto di cui parlino tutti, non per caso, ma perchè strutturato». Non è una critica alle iniziative che funzionano, ma un invito a superare la logica episodica. Per Bellieni, la Treviso di domani non è semplicemente più grande. È più consapevole, più organizzata, più metropolitana nel senso migliore del termine: capace di stare dentro una rete nazionale senza perdere la propria anima medievale. —
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