Piero Pignata e la panchina sul Cagnan: «Treviso? Una città peggiorata»
L’avvocato tra pubblico e privato: il ricordo della moglie e la coscienza critica: «Treviso non si salva con gli annunci, ma con decisioni che restano nel tempo»

La panchina sul Cagnan è uno di quei punti in cui Treviso sembra fermarsi a respirare. L’acqua scorre lenta, riflette i muri antichi, porta via rumori e pensieri. L’avvocato Piero Pignata si siede qui, nell’angolo che considera forse il più bello della città, e guarda il fiume come si guarda una lunga storia: lasciandola scorrere, senza forzarla. Accanto a sé immagina Natalia, sua moglie.
Pubblico e privato
Non una presenza silenziosa, ma uno sguardo vigile, critico, affettuoso e severo insieme. Natalia amava Treviso, ma non si accontentava: la voleva migliore, più consapevole, più all’altezza della sua bellezza. Era con lei che Pignata ragionava della città, delle sue promesse e delle sue occasioni mancate.
Davanti al Cagnan, mentre l’acqua porta con sé i riflessi del cielo, la memoria fa il resto. La vita condivisa con Natalia si intreccia alla storia pubblica, agli anni della politica vissuti da protagonista, alle stagioni di una Treviso che cambiava e che lui, in molti passaggi, ha contribuito a guidare. Su questa panchina il tempo non si divide: vita privata e vita civile scorrono insieme, come il fiume davanti agli occhi. È qui che sceglierebbe di sedersi con Natalia «più trevigiana di me» e insieme «più cosmopolita di me».
Il vuoto incolmabile
La ricorda così: curiosa, esigente, capace di amare la città senza indulgenza. Con lei, dice, non si è perso per anni nemmeno un appuntamento con la Mostra del Cinema di Venezia. E tra i viaggi, uno gli rimane addosso più degli altri: Mosca, poco prima del Covid, un’ultima grande fuga con quella complicità che non chiede spiegazioni.
Poi, sulla panchina, il tono cambia e il pensiero torna lì dove torna sempre quando manca qualcuno: nel vuoto. Natalia è morta il 19 ottobre 2023, e Pignata non addolcisce nulla: «Chi sostiene che il vuoto si colma in poco tempo sbaglia». E aggiunge che anche l’idea “tecnica” del lutto, con le sue scadenze, non regge «davanti a una vita condivisa per 52 anni vissuti intensamente».
La vita dentro le mura
Natalia, però, non è solo assenza. È anche uno sguardo che continua ad esserci. Perché — dice Pignata — lei era «un occhio molto critico sulla città». E se oggi potesse parlarle di Treviso, le direbbe una frase netta: “Confermo che è peggiorata”. Quasi a volerla proteggere, aggiunge: «Se ne è andata in tempo per non vedere il grande decadimento». Da qui, il discorso si sposta sulla città concreta. Non sull’immagine, ma sulla vita quotidiana dentro le mura. Pignata tocca un tema che considera decisivo: la residenza.
«Se tu restauri e fai solo restauri di lusso, selezioni una presenza di lusso, spesso una seconda casa. E quel tessuto di persone — soprattutto anziane — che abita davvero il centro, rischia di scomparire. È un ragionamento che ribalta l’applauso facile al “bello restaurato”: non basta rimettere a nuovo le facciate se poi la città perde chi la abita, chi la attraversa a piedi, chi la tiene viva con i gesti piccoli». Quando parla di sicurezza e di clima sociale, Pignata non si rifugia nei luoghi comuni. Cita dati e percezioni, e dice che certi episodi — anche giovanili — «sono un problema che bisogna porsi». Ma insiste su un punto: l’integrazione non può essere solo «nel reddito». Se la comunità non lavora su valori, relazioni, appartenenze, «non abbiamo risolto niente».
E qui inserisce un’altra parola-chiave: i “corpi intermedi”. Ricorda un tempo in cui l’associazionismo era “enorme”, in cui esistevano luoghi di partecipazione reali: parrocchie, sezioni di partito, circoli, spazi di confronto. «Oggi – dice - tutto questo è diminuito: la gente si chiude in casa, guarda la televisione, commenta, ma non costruisce. E il risultato è una politica che “annuncia” più di quanto scelga: Dalla politica pretendiamo le scelte, non gli annunci. E gli annunci si ripetono, si trascinano di anno in anno. Le cose, invece, dovrebbero essere dette dopo: prima le fai e poi le dici. E poi è importante anche saper ascoltare l’altro, me l’ ha insegnato la politica sin dai tempi giovanili perché anche l’altro può avere ragione. Questa è una lezione che mi è poi servita nel mestiere di avvocato».
Visione e università
Nel suo ragionare emerge anche un rimpianto per certi standard di vita cittadina: piazze, bar, punti d’incontro che erano parte della normalità. La città — dice — deve tornare accogliente per chi ci vive davvero, anche per chi «avanza con l’età», non solo per chi ha censo o per chi arriva da turista. E porta un esempio domestico e semplice, proprio per rendere l’idea: «Natalia non aveva la patente, quindi comprava in centro, sotto casa, alimentando quel microcosmo che fa una città. Se quel microcosmo sparisce, sparisce anche una forma di civiltà urbana».
Da qui, quasi senza soluzione di continuità, il discorso si allarga. Dalla vita quotidiana alle scelte strutturali, Pignata lega il tema dell’abitare e dell’accoglienza a quello, più profondo, della visione: una città vive se pensa al proprio futuro. Ed è in questo quadro che riaffiora anche una riflessione rimasta irrisolta, quella sull’università e sul ruolo che avrebbe potuto avere nello sviluppo di Treviso. Pignata richiama una visione che attribuisce a Federico Tessari, allora presidente della Camera di Commercio. Tessari, ricorda, non avrebbe mai sostenuto un’idea di università «tradizionale», pensata come semplice duplicazione di facoltà umanistiche già presenti altrove. «La sua intuizione andava in un’altra direzione: un’università del futuro, capace di dialogare con Milano e con le istituzioni più avanzate, fondata su discipline tecniche, scientifiche e professionalizzanti, strettamente legate alla manifattura, all’innovazione e al tessuto produttivo del territorio. Un modello diverso, pensato non per imitare, ma per costruire una vocazione autonoma e riconoscibile».
Dal pensiero all’azione
A un certo punto, il ragionamento si allarga e diventa quasi una proposta di metodo: passare «dal pensiero all’azione». Per Pignata Treviso non è povera di idee, anzi: ha capacità di analisi, sa individuare i problemi. Ma poi si ferma, si perde in «soluzioni meramente giornalistiche» che durano lo spazio di una notizia.
E quando arriva al tema della cultura, la sua memoria si fa precisa. Racconta di quando, in una fase che definisce “trasversale”, si decise di far rinascere il Teatro Comunale: amministratori di forze politiche diverse, da Aldo Di Pasquale, profugo istriano, a Franco Bianchin del Pci, insieme, con un’idea comune. Pignata così spiega che la prosa cominciò ad attirare davvero quando si lavorò con metodo: una programmazione pensata in anticipo, una selezione ampia (classici greci, latini, Shakespeare, Molière, autori italiani di ieri e di oggi) e soprattutto una sinergia con le scuole.
Il patto culturale
Non “inviti generici”, ma un patto culturale: informare i professori su ciò che sarebbe arrivato l’anno dopo, offrire biglietti accessibili, chiedere alle compagnie di incontrare gli studenti. Il teatro non come vetrina, ma come luogo di relazione. Alla fine, la panchina resta lì: non solo come memoria privata, ma come punto di domanda pubblica. Natalia, seduta accanto, sarebbe ancora capace di guardare Treviso senza sconti. E Piero Pignata, oggi, insieme a lei sembra chiedere alla città meno parole e più scelte. Meno vetrine e più vita vera. «Serve più coraggio nel tenere insieme comunità, cultura e futuro – conclude - perché una città non si salva con gli annunci, ma con le decisioni che resistono al tempo». —
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