Giorgio Sini: «La musica ferma la guerra, Treviso può diventare laboratorio di dialogo»

Il direttore d’orchestra ricorda il padre deportato e guarda al futuro: «Servono più incontri tra artisti e giovani: solo insieme nasce l’armonia»

Domenico Basso
Giorgio Sini
Giorgio Sini

C’è un disegno fatto con il fondo del caffè. Un uomo dietro il filo spinato. Da una parte l’Italia, dall’altra Treviso.

In mezzo, la distanza. È da lì che parte il racconto del maestro Giorgio Sini. Da quell’immagine fragile e potentissima tracciata in un campo di concentramento da suo padre, Sergio. «Lo vorrei qui accanto a me - dice - Mi verrebbe proprio naturale parlargli di me, di noi e della sua sofferenza trasformata in arte».

Dalla privazione all’arte

Pittore trevigiano, uomo segnato da due anni di prigionia a Halle, ma capace di trasformare anche la privazione in gesto creativo. «In quel campo ha fatto dei disegni con i fondi del caffè. Disegni bellissimi» racconta Sini.

«E li ha riportati a casa. Io li ho ancora». In quei segni essenziali c’era già tutto: la nostalgia, la resistenza, il bisogno di restare legati a qualcosa. «C’è un disegno con il filo spinato - confida - E lì c’è scritto Treviso. La sua città. Gli mancava tantissimo».

Quella distanza non si è mai cancellata. È rimasta nella pittura, nelle pennellate, nella materia stessa dei quadri. «Si vede - spiega - C’è una sofferenza, ma anche un’intensità espressiva fortissima». Una critica che, racconta, è stata colta anche ai massimi livelli, fino alle parole del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che ha riconosciuto proprio in quella pennellata la traccia di un vissuto così profondo.

Un mondo da guardare

Ma più ancora dei quadri, Sergio Sini ha lasciato al figlio un modo di guardare. «Mi diceva: osserva. Quando cammini per Treviso guarda i colori, guarda i mattoni, guarda le tracce degli affreschi. Non passare oltre». Un insegnamento discreto, quasi sussurrato. E proprio per questo duraturo.

«Dopo la sua morte ho cominciato a farlo davvero - racconta - Camminavo per la città e non guardavo più solo le vie. Guardavo ogni cosa. Mattone per mattone. E ogni mattone aveva una storia». È in quel gesto che qualcosa cambia. «Quando ti fermi così, il tempo non lo butti più via - dice - Si trasforma. Diventa ritmo. Un ritmo musicale». Perché per Sini la musica nasce esattamente da qui, dall’ascolto. «Un’orchestra è fatta da persone che si uniscono - sottolinea - Si crea un’armonia, quasi un amore. E quando sei dentro quell’armonia sei in pace».

Non è solo una definizione tecnica: è una visione del mondo. La panchina, dove oggi è seduto, allora diventa simbolo di questo passaggio. «Fermiamoci un attimo - dice - Sediamoci. Parliamoci».

Un gesto semplice, ma che oggi sembra sempre più difficile. «Una volta si conversava ovunque - ricorda - In pescheria, sotto i portici, nei negozi. Anche a casa: io suonavo, mio padre dipingeva, poi ci sedevamo in cucina e parlavamo anche per un’ora. Di arte, di musica, di vita». Da quelle conversazioni nasceva tutto. «Le idee nascono lì. La creatività nasce dall’amore. E l’amore nasce dall’incontro, dal parlare, dallo stare insieme».

«Corriamo troppo»

Oggi, invece, qualcosa si è incrinato. «Corriamo troppo. I cellulari, questi strumenti… rischiano di azzerare la fantasia. Il mondo entra dentro di noi, ma senza che noi lo elaboriamo davvero». Ed è proprio per questo che la musica, secondo lui, ha un valore ancora più profondo. «È unione. È pace». Lo ha visto anche nei momenti più estremi.

«Ero a Belgrado durante i bombardamenti - racconta - E ogni mattina si facevano concerti. L’orchestra suonava. Era un modo per resistere, per dare forza alla città». Mentre la guerra distruggeva, la musica teneva insieme. «Se togliamo anche questo, cosa resta? - si chiede - Resta il deserto».

La città oggi

Da qui nasce anche il suo sguardo su Treviso oggi. Una città che sente ricca di energie, ma non sempre capace di metterle in relazione.

«Abbiamo tantissimi artisti, tantissimi giovani che vogliono esprimersi. Potrebbe diventare un grande vivaio - ricorda a se stesso - Eppure, osserva, spesso ognuno procede per conto proprio. Dovremmo essere come un’orchestra, uniti». Manca una vera sinergia, ma mancano anche i luoghi e i momenti per costruirla.

Gli stati generali dell’arte

«Servirebbero più occasioni di incontro - spiega - Anche semplicemente momenti in cui gli artisti si ritrovano». La sua proposta è concreta.

«Perché non fare, una o due volte l’anno, un grande incontro al Teatro Comunale? Tutti gli artisti insieme: musicisti, pittori, scultori. Una specie di stati generali dell’arte». Un luogo dove condividere idee, esperienze, progetti. Una grande panchina, la chiama lui.

«Una panchina delle idee. Dove ci si siede e si costruisce qualcosa insieme». Da lì potrebbero nascere anche iniziative diffuse nella città. «Perché non creare dei caffè musicali? - propone - Mettere un pianoforte, far suonare i giovani, dal jazz al classico. La gente si ferma, ascolta, si crea un’atmosfera».

E aggiunge: «A Lipsia c’è il caffè dove Bach scriveva ed eseguiva i suoi concerti, i Brandeburghesi. Un luogo vivo, con una piccola programmazione, con giovani talenti che si esibiscono mentre la gente beve il caffè». È un modello semplice, ma efficace. «Anche qui si potrebbe fare. Abbiamo tanti giovani bravissimi, basterebbe dare loro uno spazio, continuità, una piccola programmazione». Non solo consumo, ma esperienza. «Lo spritz va benissimo - sorride - Ma la convivialità deve diventare anche culturale».

È una questione di qualità, di profondità. «Dobbiamo alzare l’asticella. Anche delle conversazioni».

Amare per davvero

E poi c’è la piazza. Piazza dei Signori. «È un simbolo di unione - dice - Ma oggi la vedo un po’ ferma». Un tempo era luogo vivo, attraversato da incontri, musica, relazioni. «Potrebbe tornare a esserlo. Con concerti, con eventi, con persone che si fermano davvero».

In fondo tutto torna lì: al tempo, al ritmo, alla capacità di stare. E al padre. «Mi ha insegnato ad amare questa città - dice - A guardarla davvero». Treviso, allora, non è solo uno sfondo. È un luogo da ascoltare. Fa una pausa. «Quando ti fermi davvero – dice - cominci ad ascoltare». E forse è proprio in quell’ascolto – lento, condiviso, umano – che una città ritrova la sua armonia. —

 

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