Eugenio Manzato: «Treviso può diventare un museo a cielo aperto tra arte, storia e cultura»

L’ex direttore dei musei civici vede una città viva e ricca di energie culturali: «Chi viene qui si trova bene. La bellezza diventa il carattere di una città»

Domenico Basso
Eugenio Manzato
Eugenio Manzato

Il Cagnan scorre lento sotto i ponti bassi della città e porta con sé il riflesso delle case antiche. L’acqua passa tra muri e portici con quel rumore sommesso che a Treviso sembra una memoria antica. Sulla panchina più iconica di Treviso c’è Eugenio Manzato, per molti anni direttore dei musei civici.

La visione di Bailo

Una vita trascorsa tra quadri, archivi e restauri, ma soprattutto dentro una domanda che riguarda il rapporto tra cultura e comunità: quale posto deve avere un museo nella vita di una città. Manzato vorrebbe accanto a sé Luigi Bailo, il sacerdote e studioso che alla fine dell’Ottocento diede un’impronta decisiva alla nascita dei musei cittadini. «Lo ringrazierei», dice. «È stato un grande uomo, con una visione molto precisa del museo nella città e nel territorio. Ma gli chiederei anche un giudizio: ci stiamo comportando bene oppure no?».

La panchina sul Cagnan, l'ex direttore dei musei civici "Ecco come rilanciare il centro Treviso"

Bailo arrivò a Treviso in anni in cui la città stava ancora cercando una propria identità dentro l’Italia appena unificata. La pinacoteca esisteva quasi solo sulla carta. «La si chiamava pinacoteca», racconta Manzato, «ma in realtà i quadri erano ammonticchiati sopra gli scaffali della biblioteca. Erano lì, sopra le librerie, e disturbavano perfino gli studiosi che andavano a consultare i libri». Fu proprio Bailo a cambiare le cose. Giovane professore di liceo, si trovò a gestire una situazione complicata: le collezioni crescevano, ma mancava una sede adeguata. «Il Comune gli disse: ti nominiamo direttore della biblioteca, ma devi risolverci il problema dei quadri. E lui trovò una soluzione geniale: fece trasferire la biblioteca in Borgo Cavour e lasciò la sede di piazza dei Signori alla pinacoteca. Così nacque finalmente un istituto autonomo».

Raccogliere i frammenti

Ma il progetto di Bailo andava oltre la soluzione pratica. «Aveva una visione molto moderna», continua Manzato. «Per lui il museo non era solo un luogo dove mettere i quadri. Doveva essere uno specchio della città e del suo territorio». Il suo motto era chiaro. «Ripeteva una frase del Vangelo: raccogliere i frammenti perché nulla vada perduto«. Da questa idea nacque il Museo Trevigiano, un progetto che teneva insieme arte, storia e memoria.

«Lui raccoglieva di tutto», racconta Manzato. «Pietre provenienti dalle demolizioni, stemmi di famiglie, reperti, opere d’arte. Tutto ciò che raccontava la storia della città. Era un museo identitario».

Al centro di tutto c’era una visione molto precisa del rapporto tra Treviso e il suo territorio. «Bailo vedeva Treviso come capitale della Marca», spiega Manzato. «Un sistema in cui città e territorio dialogano continuamente. Il museo doveva raccontare proprio questa osmosi». Quando si parla della città di oggi, Manzato non indulge nelle critiche facili. «Io vedo vita , e nei giovani vedo tanto entusiasmo» .

Gli asset della città

Secondo lui Treviso dispone di energie culturali importanti, spesso poco raccontate. «Dal mio punto di vista gli asset principali sono i musei. Ma non solo. Penso alla Fondazione Benetton Studi Ricerche, che ha dato moltissimo alla città con uno sguardo internazionale, molto sprovincializzato. Penso al Teatro Comunale Mario Del Monaco, che è un punto di riferimento per la musica e lo spettacolo».

E poi ci sono realtà meno conosciute ma altrettanto vive. «Ho scoperto in questi anni esperienze straordinarie con i ragazzi delle scuole. Li ho visti recitare in greco antico con la metrica perfetta, senza sbagliare una battuta. Sono più di cento giovani tra teatro, musica, regia. È una cosa grande. Significa che sotto la superficie c’è fermento». In questo quadro Manzato guarda con attenzione anche al lavoro che si sta facendo oggi nei musei. «Ho una grande stima di Fabrizio Malachin. È un lavoratore eccezionale, uno che ha voglia di fare» . Se proprio individua una mancanza, riguarda piuttosto le infrastrutture culturali.

«A Treviso manca uno spazio adeguato per grandi eventi, mostre, incontri. Un luogo attrezzato, con servizi, biglietteria, accoglienza». Un luogo che, secondo lui, potrebbe esistere già. «Il Palazzo dei Trecento potrebbe diventare il nostro grande spazio culturale. Bisognerebbe attrezzarlo meglio, ma ha tutte le potenzialità. E accanto c’è anche il salone della Prefettura, che potrebbe ospitare convegni e incontri. Siamo nel cuore della città».

Il futuro

Quando lo sguardo si sposta sul futuro, la sua visione si allarga ancora di più. «Noi siamo una città di musei. Abbiamo i musei civici – il Museo Luigi Bailo, il Museo Santa Caterina e le altre sedi del centro storico – ma anche tanti altri luoghi di cultura: archivi, collezioni, musei ecclesiastici».

E allora, suggerisce, forse il punto di vista dovrebbe cambiare. «Invece di dire che abbiamo tanti musei, potremmo dire che Treviso è un museo in forma di città». Per spiegare l’idea Manzato usa un’immagine provocatoria. «Mi sono inventato una cosa: il centro storico di Treviso è grande più o meno come l’area del Louvre. È un paragone un po’ azzardato, certo, ma serve a far capire il concetto. Al Louvre si passa una giornata intera. Anche qui si potrebbe fare».

Palazzi, chiese e...organi

Le possibilità non mancano. «Abbiamo facciate affrescate, palazzi, chiese straordinarie. Si possono costruire itinerari dedicati agli artisti: Tommaso da Modena, Paris Bordon. Si possono creare percorsi tematici, visite guidate, una vera rete culturale».

E poi c’è un altro elemento spesso dimenticato. «Treviso è anche una città di organi. Potresti immaginare percorsi musicali nelle chiese, concerti, appuntamenti legati alla storia degli strumenti». Da qui nasce anche una visione più ampia che riguarda il turismo culturale. «Si potrebbero costruire pacchetti di uno, due o tre giorni. Il primo giorno in città, tra musei e itinerari artistici. Poi si esce nella Marca: Asolo, Maser, le ville, il paesaggio. È un compendio di valore mondiale».

Pensare ai trevigiani

Secondo Manzato non servirebbero numeri enormi per cambiare il volto della città. «Immaginiamo cinquecento persone alla settimana. Sembra poco, ma alla fine dell’anno sono duecentomila visitatori. Duecentomila persone che entrano nei musei, che passeggiano per la città, che si fermano nei negozi».

Ma la prima attenzione, aggiunge, deve restare rivolta ai trevigiani. «Dobbiamo pensare prima di tutto ai cittadini. Se una città è viva per chi ci abita, diventa attrattiva anche per chi arriva da fuori». Perché, osserva, Treviso ha già una qualità fondamentale. «Chi viene qui si trova bene. È una città che accoglie». E questa vitalità culturale potrebbe avere effetti anche sul tessuto commerciale. «Quando una città è viva culturalmente si rivitalizzano anche le strade e i negozi», osserva.

Serrande abbassate

E il suo sguardo corre al Calmaggiore dove pian piano si sono abbassate molte saracinesce. «La libreria Zoppelli non ha chiuso, si è trasferita in piazzetta dei Lombardi – evidenzia – Ma in Calmaggiore ha lasciato un vuoto importante. Un tempo la via principale della città – insieme a piazza dei Signori – era punteggiata da negozi eleganti e luoghi simbolo: il negozio Springolo con le sue vetrine di tessuti e arazzi, la fioreria Alloni, lo studio fotografico di Bepi Fini, e la grande libreria Zoppelli.

Era un luogo che dava tono culturale alla strada, quando spazi così cambiano, la città se ne accorge». Ma il problema, riconosce, non è semplice. «Non è il mio campo, ma è evidente che se gli affitti diventano troppo alti è difficile tenere aperti negozi di qualità, negozi di cose belle». Alla fine il discorso torna su ciò che rende questa città riconoscibile. «Treviso è la Marca gioiosa» conclude Manzato.

«Una terra dove si vive bene». Poi aggiunge una riflessione che riassume tutto. «Io sono ottimista. Quando vivi in mezzo alla bellezza questa ti entra dentro. E alla fine non resta solo nei palazzi o nei musei: diventa il carattere di una città».—

 

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