Maria Rosaria Nevola: «Quando a Treviso osservare contava molto più dell’apparire»

La docente, promotrice culturale e autrice di opere narrative ricorda Parise e la Treviso lenta degli anni Settanta: «Mi piacerebbe ascoltare come racconterebbe lui questo tempo inquieto». La nostalgia di un’epoca più umana e un presente più povero di attenzione

Domenico BassoDomenico Basso
Maria Rosaria Nevola con Domenico Basso
Maria Rosaria Nevola con Domenico Basso

Treviso, in certi pomeriggi lenti, sembra ancora una città da osservare più che da attraversare. Una città che resiste nei dettagli: il rumore lieve delle biciclette sotto i portici, le voci basse nei caffè, l’acqua che scorre silenziosa tra le case, una misura quasi discreta dello stare insieme.

È forse dentro questa Treviso, più interiore che geografica, che Maria Rosaria Nevola tornerebbe a sedersi accanto a Goffredo Parise. O semplicemente “Goffredo”, come lei e il marito Antonio lo chiamavano abitualmente.

Nevola e la panchina su Cagnan: "Vorrei sedermi qui con Goffredo Parise"

Osservare senza divorare

Docente, promotrice culturale e autrice di opere narrative, Nevola affida proprio allo scrittore vicentino il desiderio di leggere il presente con uno sguardo diverso. «Mi piacerebbe ascoltare come leggerebbe questo tempo inquieto», racconta, «lui che aveva uno sguardo lucidissimo sulla realtà e riusciva a guardare le cose minime facendole diventare essenziali».

Perché è questo che oggi sembra mancare: la capacità di osservare senza divorare tutto immediatamente. «Viviamo in una società in cui la realtà viene assorbita e consumata con tale rapidità da diventare subito opinione e reazione», dice. E allora la domanda diventa inevitabile: che cosa vedrebbe oggi Parise in una città come Treviso? In un’epoca satura di parole ma sempre più povera di attenzione?

L’istinto del reportage

Sedersi idealmente accanto a lui significherebbe, per Nevola, ricordarsi che raccontare la realtà richiede ancora cura, pudore e verità. «Parise aveva l’istinto del reporter e la sensibilità del grande scrittore. Sapeva entrare nella realtà senza sovrastarla». Ed è forse proprio questa misura, oggi, ad apparire così rara. Il racconto si intreccia inevitabilmente con la sua storia personale.

Maria Rosaria Nevola lascia la verde Irpinia alla fine degli anni Sessanta e approda prima a Padova, dove si laurea in filosofia. Sono gli anni di piombo, del terrorismo, delle tensioni sociali e della paura. Padova diventa uno dei laboratori politici più inquieti del Paese: le bombe di matrice nera, gli estremismi, Toni Negri a Giurisprudenza, gli studenti che arrivano da tutta Italia.

«Era una città attraversata da tensioni fortissime», ricorda. «La paura faceva parte della quotidianità».

Poi arriva Treviso. E il clima cambia improvvisamente. «Ricordo una città molto diversa da quella di oggi», racconta. «Più raccolta, meno turistica, ancora profondamente provinciale nel senso migliore e più autentico del termine».

Cos’era Treviso

Una città dal ritmo lento, quasi appartato, vissuta quotidianamente dai residenti. Le botteghe, i caffè, le biciclette ovunque. «C’era una certa sobrietà materiale: meno traffico, meno insegne, meno rumore visivo. E la mitezza delle persone mi appariva come il codice identitario di questa bellissima città».

«A Treviso le grandi tensioni sociali e politiche arrivavano spesso come un’eco lontana rispetto alle metropoli industriali. E forse anche per questo la città conservava ancora una dimensione profondamente umana. Il centro storico era abitato davvero: famiglie, negozianti, studenti, persone che si conoscevano. Era una città vissuta quotidianamente dai residenti», racconta, «non ancora una città da attraversare velocemente o da consumare».

Lo sguardo di Parise

È qui che entra lo sguardo di Parise. «Per lui il Veneto era il luogo perfetto per raccontare il cambiamento italiano. Vedeva nascere il benessere, ma insieme anche una trasformazione antropologica profonda: il passaggio da una civiltà povera ma ancora compatta a una società più ricca e insieme più inquieta. Nei suoi scritti ritorna spesso questa percezione sottile: qualcosa si stava guadagnando, ma qualcosa di umano e di essenziale rischiava di andare perduta».

Il fattore nostalgia

A Goffredo Parise Treviso appariva come un luogo sospeso tra innocenza e trasformazione. Nei suoi testi c’è spesso la nostalgia per una civiltà ancora umana, fatta di relazioni vere, gesti essenziali, contatto con la natura e con il tempo lento. Ma non era un nostalgico ingenuo. Non idealizzava la povertà, intuiva piuttosto il prezzo umano del progresso.

«Eppure Parise non guardava la provincia con snobismo» spiega Nevola. «Al contrario, vedeva nella provincia veneta — e quindi anche in Treviso — qualcosa che le grandi città stavano lentamente smarrendo: autenticità, silenzio, profondità. Una forma di umanità che resisteva ancora dentro i gesti quotidiani». Nevola sembra ritrovare proprio lì il cuore del suo ragionamento.

Resistenza culturale

In un presente dominato dall’esteriorità, dove tutto deve essere mostrato, esibito immediatamente, Parise rappresenta una forma di resistenza culturale. «Apparteneva a un tempo in cui osservare era più importante che apparire», dice. E forse è proprio questo il punto che più la interroga guardando la Treviso di oggi. Una città cambiata, inevitabilmente, diventata più turistica, più veloce, più esposta. Ma dove, secondo lei, sopravvive ancora una possibilità: custodire uno sguardo più profondo sulle cose. Non ridurre tutto al rumore, alla superficie, all’urgenza di prendere posizione immediatamente. E allora quella panchina lungo il Cagnan smette di essere soltanto un’immagine letteraria. Diventa il simbolo di una domanda concreta sul presente.

«In un’epoca così affollata di immagini e così povera di silenzio e profondità, in cui l’esteriorità, l’esibizione, il dimostrare qualcosa sembrano avere più peso della sostanza», riflette Nevola, «gli chiederei se abbiamo smarrito definitivamente il senso dell’essenziale».

 

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