Treviso città da ricucire tra centro, periferie e giovani

Il vescovo di Treviso riflette su radici, fragilità e futuro della città: «I giovani e le famiglie devono tornare a vivere la città. Il Put è un fossato divisivo: da una parte il centro, dall’altra i quartieri»

Domenico Basso

Ci sono città che conservano le proprie radici in silenzio. Non le espongono, non le raccontano troppo. Restano sotto la superficie delle cose, come correnti invisibili. Forse è anche per questo che il vescovo Michele Tomasi, quando pensa a chi vorrebbe seduto accanto a sé lungo il Cagnan, sceglie un uomo che da Treviso è partito per parlare al mondo.

Il vescovo Tomasi: «Sogno una Treviso abitata dalle famiglie»

Un uomo partito da un piccolo paese della Marca e arrivato a scrivere una delle encicliche più importanti del Novecento: «Mi sarebbe piaciuto sedermi con il cardinale Pietro Pavan. Uno dei grandi protagonisti dell’insegnamento sociale della Chiesa». Pavan nacque a Povegliano nel 1903. Entrò giovanissimo in seminario e diventò poi rettore della Pontificia Università Lateranense.

Ma soprattutto fu uno degli artefici della Pacem in Terris, l’enciclica di Giovanni XXIII scritta nel pieno della crisi di Cuba, quando il mondo sfiorava la guerra nucleare. «È uno dei testi più profetici della dottrina sociale della Chiesa. E ancora oggi parla al presente».

La persona al centro

Quello che colpisce Tomasi è che quella visione universale sia nata anche qui, in questa terra apparentemente periferica. «Mi piacerebbe capire che cosa Treviso abbia dato a un uomo così. Come sia possibile che da qui sia nato uno sguardo tanto aperto sul mondo».

Per il vescovo la risposta sta dentro una storia precisa: quella di una città e di una provincia cresciute attorno alla centralità della persona, alla cooperazione, alla solidarietà sociale. «Pavan veniva da una famiglia molto inserita nel mondo delle cooperative cattoliche. E questa attenzione alla dignità della persona umana attraversa molte figure della nostra storia». È come un filo che ogni tanto riaffiora: «Un fiume carsico. Sarebbe bello se ci fosse una risorgiva di queste cose, come quella del Sile».

Perché molto, secondo Tomasi, esiste già. Ma andrebbe messo maggiormente in relazione. Il suo ingresso a Treviso, da vescovo, il 6 ottobre 2019, partì proprio da lì: non dai palazzi, ma dalle fragilità. «Il primo posto dove sono stato è stata la Casa della Carità. Poi sono entrato a piedi verso la Cattedrale».

Era una domenica di festa, con la città piena. Ma quello sguardo iniziale gli ha fatto leggere Treviso anche da un altro punto di vista: quello di chi ha bisogno, di chi vive ai margini, di chi cerca un aiuto. «Ho visto criticità, certo. Ma anche tanta solidarietà. Penso ai ragazzi di Sant’Egidio che la notte portano cibo, coperte e qualche parola alle persone. Questo allarga il cuore».

Le realtà separate

Da allora ha scoperto una città fatta di molti livelli. Il turismo, l’arte, le chiese, le scuole, il volontariato, le case di riposo, le associazioni che si occupano di disabilità, le persone che ogni giorno cercano di dare risposte concrete.

«C’è sempre qualcuno che se ne cura». Eppure il rischio, secondo lui, è che queste energie restino separate. «Ci sono tante realtà belle, ma a volte non sanno abbastanza l’una dell’altra. Settorializzare le risposte è perdente. Se si mettessero più in rete, farebbero un salto di qualità enorme». Treviso, dice, è un posto bello dove vivere. «Una città con un tratto molto amichevole».

Ma la bellezza, qualche volta, può anche coprire ciò che c’è sotto. «Dentro le mura è un gioiello. Però c’è una trama più profonda, sociale e culturale, che forse si racconta poco». Quando cammina per il centro, Tomasi fa spesso un esercizio di immaginazione. Prova a pensare a Treviso prima dei bombardamenti. «Cerco di immaginare com’era un’ora prima». E riconosce che molto è stato salvato dalla ricostruzione, dalla scelta di mantenere una forma urbana coerente con la città storica. Ma oggi, più che solo visitata, Treviso dovrebbe essere abitata.

«Mi piacerebbe vederla più vissuta dalle famiglie, dai bambini, dalla vita quotidiana. Una città non può essere soltanto il luogo dei grandi eventi. Se non ha un tessuto vivo, rischia di perdere qualcosa. Treviso ha tanti volti diversi, ma resta una sola città».

Il “fossato” del Put

Eppure, qualche frattura la vede anche lui. «Le città medievali avevano il fossato. Noi oggi abbiamo il Put». Quel piano del traffico che circonda il centro storico diventa nella sua riflessione quasi un confine invisibile.

«A volte dà l’idea di separare più che unire». Da una parte il cuore monumentale della città, dall’altra i quartieri vissuti quotidianamente dalle famiglie. «Bisognerebbe riuscire a ricucire meglio questi mondi».

Poi aggiunge una considerazione che nasce dal camminare ogni giorno: «Quando passo in certe zone fuori mura ritrovo ambienti molto simili a quelli dove sono cresciuto io. C’è vitalità, ci sono relazioni, persone che si conoscono. Anche quella è Treviso».

Luoghi di confronto

Il futuro, per lui, passa anche da questo: una città a misura di persone, non di automobili. «Sono città che non sono state pensate per le macchine. A Bolzano, dove sono cresciuto, sembrava impossibile togliere le auto dal centro. Oggi nessuno tornerebbe indietro».

Lo stesso potrebbe accadere qui: «Se si alza la qualità della vita, tutta la città guadagna. Mi piacerebbe una città che continui a sviluppare il dibattito sulle questioni. Quando si fanno incontri anche impegnativi, la gente risponde. La sete di confronto c’è». Servono luoghi, soprattutto per i giovani.

«Spazi dove possano incontrarsi nell’informalità, parlare, confrontarsi. Luoghi dove degli adulti li ascoltino e li sfidino anche». Perché, dice, quando ai ragazzi vengono proposte cose alte, rispondono.

La città e l’università

E poi c’è un altro sogno: che Treviso diventi davvero città universitaria, non solo città con l’università. «Mi piacerebbe vedere un giro studentesco capace di entrare nella vita urbana e modificarne il volto».

Giovani che arrivano da fuori, che vivono la città, che la rendono più aperta. «Sarebbe un arricchimento. Impedirebbe di provincializzarsi». Il tema dell’apertura ritorna quando si parla di migrazioni. Tomasi invita a non leggere tutto come emergenza. «I flussi migratori vanno visti dentro un mondo in cui le popolazioni si spostano per guerre, carestie, cambiamenti climatici, povertà. Localmente bisogna rimboccarsi le maniche».

Se una persona ha diritto a stare qui, deve poter vivere in modo dignitoso. Con casa, lavoro, relazioni. «La politica dei ghetti non ha mai aiutato nessuno. Il disagio non ha nulla di romantico. Quando l’inserimento avviene dentro un tessuto lavorativo e sociale, si vedono processi virtuosi».

Il punto è pensarsi insieme. Come città, come diocesi, come territorio. «Non riesco a pensare solo a Treviso. Le realtà sono interdipendenti: imprese, trasporti, servizi, paesi circostanti». Servirebbero reti integrate, anche nella mobilità, perché le persone si muovano meglio e le comunità non restino chiuse nelle proprie campane. Da qui nasce la sua proposta più forte: “Un’alleanza per la città”. Mettere attorno allo stesso tavolo competenze, professioni, cultura, impresa, scuola, comunità cristiana, associazioni.

«Ci sono tante persone di grande livello. Bisognerebbe chiedersi insieme come immaginiamo Treviso tra venti o trent’anni». Per Tomasi non è un’utopia. È una possibilità concreta. «Le risorse ci sono. E c’è anche la disponibilità di tanti».

E forse è proprio questa l’immagine che resta alla fine della conversazione: una città bella, fragile, solidale, ancora capace di pensiero. Una città che non ha bisogno soltanto di eventi, ma di legami. Non solo di essere guardata, ma abitata. Non solo di accogliere il futuro, ma di costruirlo insieme.

 

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