Franco Romano: «Treviso città rischia il deserto e gli affitti vanno abbassati»

Il ricordo della sfida del bisnonno Fortunato: «Un uomo visionario e generoso, lasciava il pasto pagato ad Arturo Martini. Questa Treviso non gli piacerebbe»

Domenico Basso
Domenico Basso assieme a Franco Romano durante l’intervista sulla panchina sulla riva del Cagnan
Domenico Basso assieme a Franco Romano durante l’intervista sulla panchina sulla riva del Cagnan

La panchina affaccia sul Cagnan, l’acqua scorre lenta e riflette i muri antichi. È qui che Franco Romano si ferma, con lo sguardo che tiene insieme memoria e presente. Per molti è soprattutto “quello del Castello”, l’edificio che porta il nome della sua famiglia e che ancora oggi segna il profilo delle mura.

Ma Franco Romano è molto di più: tecnico radio, radioamatore, per decenni voce silenziosa dietro le quinte della città, oggi presidente onorario della Protezione Civile Città di Treviso, nata negli anni in cui l’Italia imparava a organizzare le emergenze, ai tempi del ministro Zamberletti.

Capire un’origine

Seduto su quella panchina, Franco Romano vorrebbe oggi accanto a sé il bisnonno Fortunato con lo stupore limpido di un ragazzo. Non l’ha mai conosciuto, eppure è una presenza costante, quasi un interlocutore silenzioso che lo accompagna da sempre.

«Se potessi averlo qui accanto – dice – gli chiederei come ha fatto a diventare quello che è diventato. Ma anche una cosa più semplice: chi siamo noi Romano? Da dove veniamo?».

È una curiosità che non ha nulla di celebrativo. È, piuttosto, il bisogno di capire un’origine, di mettere in fila i passaggi di una storia familiare costruita con il tempo, con il lavoro, con la pazienza.

Franco confronta spesso quel mondo lento, fatto di cantieri che duravano anni, con quello di oggi: «Allora si scavava, si costruiva poco alla volta, mattone su mattone. Oggi giri lo sguardo un attimo e ti trovi davanti un condominio».

Il Castello

Fortunato Romano aveva costruito il Castello tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, senza mai fermare il lavoro: d’estate all’esterno, d’inverno all’interno, pur di garantire continuità alle maestranze. Un modo di costruire che era anche un modo di stare nella comunità.

«Penso che la città di oggi non gli piacerebbe – riflette Franco – Forse ammirerebbe solo gli edifici storici. Non certi palazzi nuovi, che sembrano solidi ma se dai un pugno a una parete la sfondi». In quel confronto tra ieri e oggi c’è più di una critica all’urbanistica contemporanea. C’è la nostalgia per un’idea di costruzione come atto responsabile, duraturo, quasi morale.

E c’è lo sguardo curioso di Franco, che continua a interrogarsi come un bambino: su come si diventa “grandi uomini” senza proclami, su come si lascia un segno che resiste al tempo, su cosa resta davvero quando tutto sembra correre troppo in fretta.

Franco Romano: «Il mio cuore è nel Castello di Treviso»

Costruzione e storia

Il Castello Romano nasce da un’idea di costruzione, di lavoro, di futuro. Fortunato Romano, impresario edile, lo costruì dopo aver rinunciato all’acquisto di Villa Margherita. «Non smise mai di dare lavoro alle maestranze — racconta Franco — d’estate si lavorava all’esterno, d’inverno all’interno. Anche quando il tempo era cattivo, nessuno restava a casa».

Franco in quel castello è nato, nel 1942, e ci ha vissuto fino ai trentacinque anni. Ogni stanza, ogni angolo è ancora lì, nitido. «Ricordo le grandi nevicate — dice — io e mia sorella Caterina mettevamo gli sci o salivamo sullo slittino e ci lanciavamo giù dalla parte del Distretto militare. Erano momenti felicissimi».

Dentro, invece, la casa viveva di gesti quotidiani: la mamma Dina ai fornelli, «bravissima a fare i dolci, tanto che persino quel grande Pasticciere che era Nino Bosio le chiedeva consigli», i pomeriggi del tè, le amiche che entravano e uscivano. Il castello non era solo una dimora: era un luogo di relazioni. Ogni volta che Franco oggi passa davanti a quell’edificio, qualcosa si stringe.

«Mi prende un colpo al cuore — confessa — perché penso che è stato costruito dai Romano e doveva restare dei Romano». Ma il filo della memoria non si spezza. Riemerge in un episodio che racconta spesso: quando, lavorando nel negozio di famiglia in piazza Pola insieme a papà Giuseppe, un anziano cliente gli chiese se Fortunato fosse un suo parente.

«Quando gli risposi di sì, mi disse: era un vero signore. Avevo lavorato per lui vent’anni, quelli che hanno portato alla costruzione del Castello e per tutto quel tempo ci ha dato lavoro».

I pasti pagati

Fortunato, per Franco, era davvero un grande uomo. Non solo per ciò che ha costruito, ma per come ha vissuto. «Ogni giorno lasciava un pasto pagato alla Colonna per Arturo Martini e Umberto Feltrin. Due artisti che solo dopo la morte sono stati riconosciuti per quello che valevano».

Accanto a lui c’era anche il nonno Antonio, l’uomo che disegnò il Castello: generoso, concreto, familiare. «Quando avevo bisogno di soldi andavo da lui — sorride Franco — e ogni volta mi dava cinquecento lire».

Come cambia la città

Il racconto, però, non resta ancorato al passato. Franco conosce Treviso profondamente, l’ha osservata per decenni anche da una posizione privilegiata: per quasi cinquant’anni ha curato le registrazioni dei Consigli comunali a Palazzo dei Trecento. «Ci sono entrato a venticinque anni — ricorda — ho visto passare sindaci e stagioni politiche molto diverse».

E il confronto è netto: «Una volta c’era una vera scuola politica. Ogni intervento, anche tra avversari, era una lezione. C’era rispetto. Poi col tempo il livello è sceso: offese, attacchi personali». Oggi, ciò che più lo angoscia è vedere una città che fatica a respirare. Le botteghe che chiudono, i negozi storici che spariscono.

«Bisogna abbassare gli affitti — dice senza esitazioni — i proprietari non possono più pretendere cifre stellari. Io ho iniziato a farlo già ai tempi del Covid. Serve buon senso». Lo stesso vale per i prezzi: «Anche andare al ristorante è diventato un lusso».

Galleggiare non basta

La Treviso di oggi, ai suoi occhi, resta bella. Ma “galleggia”. Come se avesse paura di decidere. «Forse — conclude — prevale la voglia di mettersi in mostra». E c’è anche una preoccupazione più profonda, sociale: «Vedo una certa gioventù che le famiglie non riescono più a seguire. Ragazzi che mancano di rispetto agli anziani. Ai miei tempi non sarebbe mai successo».

L’acqua del Cagnan continua a scorrere. Franco la guarda, come se in quel movimento lento ci fosse la risposta a tutto: al passato che non torna, al presente che inquieta, e a un futuro che — forse — ha ancora bisogno di uomini capaci di costruire. Proprio come bisnonno Fortunato.

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