Donella Del Monaco e il sogno di un teatro che torni salotto

Seduta sulla panchina affacciata sul Cagnan, Donella Del Monaco racconta l’eredità del padre Marcello, il maestro dei tenori, e guarda al futuro culturale di Treviso

Domenico Basso
Sulla panchina del Cagnan
Sulla panchina del Cagnan

La panchina sul Cagnan sembra un piccolo palcoscenico senza luci. Basta sedersi e la scena si apre: l’acqua che passa, i riverberi sulle case antiche, i passi della città che rallentano. Donella del Monaco si accomoda e immagina che accanto a sé ci sia suo padre Marcello, poeta, insegnante, maestro di canto. È a lui che rivolge il pensiero, come si fa con una presenza che continua a camminarti accanto anche dopo tanti anni.

L’arte come eredità

Su questa panchina — che è quasi un sipario socchiuso — vorrebbe raccontargli ciò che è accaduto dopo, ciò che lui non ha potuto vedere. Anche il libro che gli ha dedicato, Marcello del Monaco. Il maestro dei tenori, nato su richiesta affettuosa degli allievi, come un atto dovuto di gratitudine e memoria.

Un volume costruito con fotografie, testimonianze, due CD di voci celebri uscite dalla sua scuola internazionale, e quell’immagine in copertina in cui Marcello abbraccia il fratello Mario, come a dire che l’arte, nella loro famiglia, era un’eredità condivisa. Qui, sulla panchina, Donella vorrebbe poterglielo porgere. Ma vorrebbe anche riannodare quel filo spezzato, quel modo semplice e fertile di far dialogare le arti. Perché del padre conserva non solo il ricordo, ma una lezione viva: le arti devono parlarsi, sempre.

Il sole e la luna

«Lui era il poeta, mio zio Mario il tenore: io li ho sempre visti come il sole e la luna. Due forze complementari» racconta con le parole ma anche con occhi pieni di luce. Immersa fin da bambina in un salotto familiare frequentato da nomi come Fellini e Aznavour, Donella sentiva che suo padre e suo zio formavano un sistema solare tutto loro, difficile da avvicinare. Cantare, per lei, fu all’inizio un atto quasi clandestino: il timore di misurarsi con due figure così luminose la tratteneva, prima che il suo primo disco rivelasse tutto. Una carriera cominciata in segreto («non avevo il coraggio di dirlo in famiglia…») e poi esplosa nelle avanguardie, nei progetti in cui la musica classica si intreccia al rock, all’elettronica, alla poesia. «Tutto ciò che è nuovo nasce da un cuore antico. Questa è la radice di ogni cosa che ho fatto» spiega.

La città salotto

Ed è proprio ripartendo da quella radice — il crossing tra musica e parola — che Donella guarda alla Treviso di oggi. «Sono cresciuta in un salotto vero — ricorda Donella — in cui entravano poeti, cantanti, musicisti. E Treviso stessa, allora, era un salotto: un luogo di scambi, di incontri naturali, di dialoghi fertili». Ne riconosce i fermenti, ma ne vede la dispersione: «Ci sono tante iniziative, ma poco collegate. Manca il filo che unisce. Allora si aveva la sensazione di vivere in un salotto, oggi ognuno fa un po’ per sé».

Il progetto

Qui il discorso poi si sposta sui giovani che vanno valorizzati, aiutati anche ad esprimere in contesti nuovi le loro energie artistiche. «Non dobbiamo criticare i giovani: sono frastornati da mille distrazioni, è normale. La nostra missione è trasmettere, senza superiorità. Con freschezza, con mezzi che parlino anche a loro» spiega con convinzione. E infatti racconta i risultati sorprendenti del premio Da Ponte Giovani, dove sedicenni e perfino ragazzini delle medie hanno scritto racconti di qualità altissima. «I talenti ci sono – dice - Vanno solo stimolati, instradati. Con iniziative che li facciano sentire partecipi e valorizzati».

La sperimentazione 

 È qui che emerge la proposta più coraggiosa, nata proprio dalla memoria del padre: «Vorrei creare al Teatro Comunale un Festival che unisca parole e musica, tradizione e nuove forme: un luogo dove i giovani possano misurarsi con linguaggi diversi, persino i rapper, se guidati e valorizzati. Apprezzo molto la direzione musicale e la programmazione del Comunale, che negli ultimi anni ha mostrato qualità e apertura. Sarebbe bello affiancare a questo percorso anche uno spazio di sperimentazione: incontri, laboratori, dialoghi tra poesia, musica colta e linguaggi contemporanei. Il Teatro Comunale è il salotto giusto: basta solo aprirlo un po’ di più ai giovani».

Non una provocazione, ma un ponte: «Il rap — quello vero — è poesia ritmata. È antichissimo. Anche grandi cantautori lavorano sul ritmo della parola. Perché non far dialogare le rime dei giovani con i testi, la tradizione e la poesia?». Donella ha già collaborato con giovani rapper di qualità, e ne riconosce la potenza quando le parole non sono “spazzatura”, ma narrazione, ritmo, identità. «La poesia è ritmo, la musica è ritmo: sono sorelle – dice - E se un giovane rapper, abituato ai palchi informali, si misurasse con l’acustica e il silenzio di un teatro, sarebbe una sfida anche per lui — un’occasione per crescere, per affinare la parola, per scoprire la forza della tradizione».

Scandalizzare in modo buono

Cita Paolini, capace di far correre il racconto sul battito della voce, e ricorda che anche il rap, nella sua essenza, nasce da una pratica antichissima: dire parole in ritmo. «Le formule cambiano, ma l’emozione è sempre la stessa. L’uomo cerca da sempre un linguaggio che gli entri dentro». E aggiunge: «Bisogna scandalizzare in modo buono: non con la volgarità, ma con l’intelligenza. Aprire le porte del teatro. Mescolare. Far respirare le radici nel presente».

Laboratorio di futuro

È la Treviso di domani, vista dalla panchina. E se potesse chiedere qualcosa a suo padre, gli chiederebbe come si riaccende quel dialogo fra arti, culture, generazioni: «Sono certa che la risposta sarebbe sempre la stessa: partire dalle radici, per parlare al mondo. Mettere insieme il locale e il globale, tradizione e innovazione, poesia e musica, giovani e maestri. Perché Treviso ha bellezza, storia, identità. Ciò che manca è solo un luogo — fisico e simbolico — in cui tutto questo torni a intrecciarsi. E il Teatro Comunale è il salotto giusto. Bisogna solo aprirlo: farne un laboratorio di futuro».

Su questa panchina-palcoscenico Treviso mostra quello che ha: talenti, storia, voglia di bellezza. Manca solo il coraggio di farli dialogare di nuovo. Ed è da qui — da un bordo d’acqua — che quel dialogo può ripartire. —

 

Riproduzione riservata © Tribuna di Treviso