Massimo Scattolin: «Treviso ha tutto, ma ha bisogno di una direzione»

Il chitarrista di fama mondiale rivede se stesso a vent’anni: «Sognare mantiene la fiamma delle passioni. Questa città? Serve una regia culturale»

Domenico Basso
Massimo Scattolin sulla panchina sul Cagnan con Domenico Basso
Massimo Scattolin sulla panchina sul Cagnan con Domenico Basso

Massimo Scattolin sulla panchina non aspetta nessuno. O meglio, aspetta se stesso. Si guarda arrivare da lontano: vent'anni, la custodia della chitarra in mano , il passo un po' incerto e lo sguardo acceso.

Dentro quella custodia non c'è solo lo strumento, c'è tutto: i sogni, l'idea ostinata che l'arte possa diventare una vita, la convinzione fragile che si possa scegliere una strada diversa da quella che tutti ti indicano.

«Immagino l'incontro con il ragazzo che ero a vent'anni - confida - È seduto lì, con la custodia della chitarra in mano. Dentro non c'è solo la chitarra. C'è il mondo che aspetta di essere vissuto».

 

La strada giusta

Quel ragazzo non lo sa ancora, ma l'uomo seduto sulla panchina, oggi un chitarrista di fama mondiale, è la prova che quella fiamma non si spegnerà. «Gli direi: vai tranquillo. È la strada giusta». Il percorso non è stato lineare.

La famiglia che spingeva verso l'università, Scienze agrarie, gli esami dati con impegno ma con la testa altrove, la musica che chiamava sempre. Fino al giorno in cui, dopo aver telefonato alla madre per dirle che un esame era andato bene, arriva un messaggio inatteso: un'impresaria lo sta cercando. Giovanna Colombo, legata a Severino Gazzelloni. Concerti al Sud, tournée, una prospettiva concreta. «Ho capito che poteva essere la svolta - racconta - Ho fatto i primi concerti e lì ho capito che quella era la mia strada».

Al ragazzo con la custodia direbbe di avere pazienza, di non spaventarsi quando i compagni inizieranno a guadagnare, a costruire famiglie, a sembrare già sistemati mentre lui sarà ancora lì a studiare, a lottare, con poche occasioni.

 

 

«Tu sarai ancora lì a studiare, a lottare, con poche possibilità - confida al ragazzo che era ieri - Ma se hai quella fiamma dentro, le occasioni arrivano. E in ogni caso starai bene». Oggi, quando ascolta giovani talenti, si rivede in quell'ansia luminosa, in quell'attesa che qualcuno dica sì. «Mi viene da abbracciarli, di infondere forza e sicurezza - dice - Perché so cosa significa avere quella fiamma».

 

 

Qualità e dispersione

Il racconto scivola nella Treviso degli anni del fermento musicale: i gruppi pop, le vetrine di Fusco, le cabine per ascoltare i dischi appena arrivati, le sagre, i locali, i complessi che provavano a farsi spazio.

«C'era un fermento bellissimo - ammette - Adesso non c'è più». Oggi le iniziative culturali non mancano, anzi. «C'è un proliferare un po' selvaggio di iniziativa - si lascia andare - Forse selvaggio non è la parola giusta, ma ci sono tantissime associazioni che promuovono cose anche molto belle». Il problema non è la qualità, è la dispersione.

«Treviso è un borgo, una città piccola. Non possiamo pretendere che il pubblico vada ovunque. Spesso si fanno troppe cose lo stesso giorno, alla stessa ora. Io vorrei vederle tutte, ma magari sono tutte alle 18. E mi dispiace perdere certe cose. Il problema vero è che non sono coordinati».

E aggiunge quella che per lui potrebbe essere un'ottima soluzione: «In una città così servirebbe una regia culturale vera, una figura terza, un collettore capace di armonizzare il calendario senza logiche di campanile. Uno che dica: quel giorno c'è questo evento importante, evitiamo di sovrapporlo».

Le energie ci sono, ma a volte manca una visione comune. E poi c'è il tema degli spazi. «Se togli Casa dei Carraresi, che per fortuna ogni giorno ha qualcosa, le altre sale o costano, o sono troppo grandi, o sono decentrate» sottolinea Scattolin.

 

Massimo Scattolin
Massimo Scattolin

 

L'identità

Quando parla di identità, Massimo ricorda un tempo in cui Treviso era riconoscibile senza bisogno di slogan.

«Era la città dell'opera lirica» sentenzia «Il Teatro Comunale era un teatro di tradizione. Per avere un abbonamento si faceva la notte in fila, si facevano gli appelli, chi non c'era perdeva il diritto. I grandi cantanti passavano di qui e, per il cinquantesimo della morte di Puccini, Treviso fu l'unico teatro al mondo a mettere in scena tutte le sue opere».

Poi la chiusura, la ristrutturazione, i finanziamenti ridotti. Oggi il Teatro Stabile del Veneto lavora bene, precisa Scattolin, l'Eden riaprirà con nuove collaborazioni. «È un investimento lungimirante - ammette - L'ideale è avere un'alternativa al Comunale, non in concorrenza ma in dialogo».

Ma quale identità vuole darsi Treviso? «Una volta dicevi il teatro, ed era già un'identità - risponde - Oggi siamo un po' questo e un po' quello». Per lui il punto di partenza è evidente: «L'acqua». Treviso è circondata da canali e corsi d'acqua che attraversano anche angoli nascosti.

«È raro trovare una città così ricca di acque - precisa - L'acqua è vita. Il fiume Murray in Australia, attraversa il deserto e crea attività agricole lungo le sue sponde. Se l'acqua dà la vita al deserto, figurati cosa può fare in una città». L'acqua come identità, come motore economico, come invito a percorrere la città a piedi.

«Treviso si attraversa in venti minuti. Incentivare i percorsi pedonali è naturale». E poi c'è la tavola. «Ci ​​siamo un po' americanizzati - sorride - Bisogna recuperare le nostre tradizioni». Risi e bisi, risotto coi fegatini, fegato alla veneziana, pasta e fagioli, bollito: piatti che fanno parte di una memoria condivisa. «Quando vai a vedere una mostra o un concerto, è bello restare e continuare a ragionare su quello che hai visto. Anche quello è cultura».

Talento e bellezza

Alla fine Massimo torna sempre al ragazzo con la custodia in mano. Treviso, dice, non è molto diversa da quel ventenne pieno di sogni: ha talento, ha energie, ha bellezza.

A volte è dispersiva, a volte non sa scegliersi una direzione, ma la materia c'è.

«Quando hai la fiamma dentro, le occasioni arrivano» ribadisce. Vale per un giovane musicista. Vale per una città. Massimo si alza dalla panchina. Il ragazzo resta seduto con la custodia stretta tra le mani. Non sa ancora tutto quello che lo aspetta, ma sa abbastanza per partire. Dentro quella custodia non c'è solo uno strumento. C'è una promessa. E forse anche Treviso, come quel ragazzo, ha solo bisogno di qualcuno che le sussurri: «Vai tranquilla, è la strada giusta». —

 

 

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