Anna Mancini Rizzotti: «Dal dolore all’amore: Treviso è il luogo ideale per un’idea di cura»
Con l’Advar ha trasformato l’esperienza personale in un progetto: «Sogno una città che dedichi sempre più tempo, spazio e attenzione ai fragili»

La panchina è a pochi passi dalla sua casa, nella zona del ponte della Malvasia. Anna Mancini Rizzotti, fondatrice di Advar, si siede qui come se fosse un gesto naturale, quotidiano. E in fondo lo è: questa panchina, per lei, è insieme approdo e partenza. È il luogo dell’incontro, del ricordo, della cura.
«Devo dire che ho conosciuto davvero Treviso quando io e mio marito abbiamo deciso di comprare casa - racconta - Per mesi ho vagabondato per la città, divertendomi tantissimo. Andavo per calli, per vie strette, per angoli nascosti. L’ho scoperta così, con occhi nuovi».
Un vagabondare leggero, curioso, pieno di meraviglia. «Io mi incanto davanti alle cose - sorride - E non ho perso questa capacità, anche adesso che ho 82 anni. Anzi, ne sono orgogliosa».
Treviso le si è rivelata poco a poco: guardando in alto, osservando i dettagli, lasciandosi sorprendere. «È una città dolce, armoniosa, con una bellezza lieve. Non è sfacciata: è una bellezza che va scoperta. E quando una città la scopri così, con affetto, finisci per innamorartene».
La cura
La panchina, per Anna, non è solo un posto dove sedersi. È uno spazio di relazione. «A Lisbona sono rimasta colpita da come le panchine favoriscano l’incontro – racconta - Tra anziani, giovani, persone stanche che si fermano un attimo. Anche il silenzio è una forma di relazione. E qui, con l’acqua che scorre, tutto questo si intreccia: incontro, riflessione, cura».
La parola cura ritorna spesso nel suo racconto. Cura come attenzione, come ascolto, come capacità di farsi ponte. Non a caso, accanto a lei, su quella panchina, Anna vorrebbe suo marito Alberto.

«Il ricordo è fondamentale - dice - Non per restare fermi nel passato, ma per costruire il futuro. Se perdiamo i ricordi, ci svuotiamo».
Alberto amava Treviso quanto lei. La scelta della casa, proprio lì, non fu casuale. «Il ponte della Malvasia ha un significato profondo: il ponte è l’incontro, è l’amore, è raggiungere l’altra sponda. È non restare chiusi nella propria posizione» sussurra ripensando alla scelta.
Fiori dalla sofferenza
Poi c’è l’acqua. Il Botteniga che scorre, i riflessi della luna la sera. «Mi affaccio spesso dalla finestra e resto lì qualche minuto – dice - È una magia. L’acqua è lenta, ma a volte è anche viva, animata. Non è mai ferma». Come la vita, anche quando sembra rallentare.
Alberto, urologo, è morto il 4 gennaio 1988. Si ammalò proprio della malattia che curava. «Un dolore fortissimo - racconta Anna - Ma io ho trasformato una fine in un inizio. Il dolore in amore». Da quell’esperienza è nato l’Advar, Casa dei Gelsi.
«L’ho fatto insieme ad Alberto - dice con naturalezza - È una consegna che ci siamo fatti». Se potesse parlare con lui oggi, gli chiederebbe questo: «Cosa ne pensi del cammino che abbiamo fatto? Sei orgoglioso di quello che è nato da quella sofferenza?». La risposta, se la immagina già. «Conoscendo Alberto, sarebbe una risposta di grande condivisione. Come dire: è proprio quello che avrei voluto anch’io».
La città
Da qui lo sguardo si allarga alla città. Anna ama Treviso, ma non nasconde le sue preoccupazioni. «Ho paura che il centro storico perda vivacità. A volte mi sento sola. Le finestre sono chiuse, c’è un senso di vuoto».
E una città vuota è una città più fragile. «Servono luoghi di sosta, di incontro, panchine, spazi dove fermarsi e parlare. Anche questo rende una città più sicura» racconta da persona innamorata della città, quasi col timore di perderla. C’è un passaggio, nel racconto di Anna Mancini Rizzotti, che arriva da lontano e che proprio per questo colpisce di più. Arriva dal Giappone.
Un amico, Yoko, ha scritto un libro su Treviso. Uno sguardo esterno, attento, quasi poetico. E in quelle pagine Treviso viene definita per ciò che è capace di offrire senza dichiararlo: un luogo che si presta alla cura. «Parla del fiume - dice - di questo scorrere dolce dell’acqua. E si chiede che cos’è, in fondo, questo dono. Un regalo, appunto. Ma non nel senso spettacolare del termine. Un regalo silenzioso». “Un regalo di cura”, lo chiama lei. «Un ambiente, una città che consente alle persone che ci vivono una vita ancora profondamente umana».
Un luogo di guarigione
È una cura che non riguarda solo il corpo. È più ampia, più sottile. Una cura dell’animo. «Non è soltanto la cura sanitaria - spiega - è un clima, un’atmosfera che ti permette di avvicinarti alle parti più profonde di te».
Lo scorrere lento dell’acqua, la misura degli spazi, la bellezza non ostentata: tutto concorre a creare un luogo che accompagna, che non aggredisce, che non chiede di correre. Anna si riconosce molto in quello sguardo straniero e insieme intimamente vero. «Ho trovato bellissimo - , confida - che una persona con una sensibilità così diversa dalla nostra abbia colto proprio questo: Treviso come luogo di guarigione nel senso più ampio del termine».
La sua visione è chiara: Treviso come città della cura. Cura nel senso più ampio possibile. «Attenzione alle persone fragili, agli anziani, ai disabili. Un gradino, una pendenza sbagliata, un ostacolo diventano un modo per impedire di vivere la città».
I giovani
Ma la cura riguarda anche i giovani. «Si parla tanto di solitudine dei giovani, di indifferenza degli adulti. Io ci credo profondamente: bisogna dare fiducia ai giovani, creare occasioni di incontro, spazi dove possano esprimersi, parlare, essere ascoltati».
Non basta incontrarsi per strada. «L’incontro vero è dialogo» dice ricordando anche i suoi anni da professoressa di inglese alle medie Coletti ed evidenziando come, ancora oggi, molti dei suoi studenti continuino ad essere legati a lei dal filo dei ricordi. E poi la solidarietà. Quella vera.
«Quando abbiamo ampliato l’Advar non abbiamo ricevuto fondi dallo Stato – dice - È stato possibile grazie alla condivisione dei cittadini».
Anna ci tiene a precisarlo: «La solidarietà non è beneficenza. È costruire insieme un progetto che migliora la società». Un sogno condiviso, proposto con etica, lealtà, trasparenza.
Alla fine, il suo messaggio è semplice e potentissimo: credere nelle cose belle. «La bellezza è contagiosa - dice - Passa anche dai piccoli gesti quotidiani. È così che si costruisce il futuro». Seduta su quella panchina, a pochi passi dall’acqua e dalla casa che ha scelto, Anna Mancini Rizzotti continua a fare quello che ha sempre fatto: prendersi cura. Delle persone, dei ricordi, della città. E, senza proclami, indicare una strada possibile per il domani. —
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