Muore durante l'arresto a Conegliano. I testimoni: «Sbraitava, urlava cocaina»

CONEGLIANO. «Già dall’una era qui fuori, urlava "cocaina", voleva entrare dentro un appartamento sopra al Safari club, ma non c'era nessuno. Dopo è tornato e anche noi abbiamo chiamato il 113». Questa è la testimonianza che giunge dalla carrozzeria Dal Bo, davanti alla quale si è consumata la tragedia, ieri pomeriggio poco prima delle 17. Ma già nelle ore precedenti Donald Fombu Mboyo come lo conoscevano tutti i suoi amici, si trovava in via Manin, in uno stato di alterazione, secondo quando racconta chi si trovava lì. Poi vi è ha fatto ritorno e verso le 16.40 è sopraggiunta una volante.
«Era in compagnia di un'altra persona, forse un marocchino», racconta un ragazzo che ha assistito alla scena, «è arrivata una pattuglia della polizia, non riuscivano a tenerlo fermo, anche l'amico ha cercato di aiutare i poliziotti, poi non sono cosa sia accaduto, perché sono andato via». Il trentenne camerunense avrebbe cercato di sottrarsi al controllo delle forze dell'ordine. Il suo corpo è rimasto esanime su un'aiuola all'altezza dell'incrocio tra via Manin e via Galvani, di fronte al Safari Club.
Immediatamente è stato allertato il 118 e sul posto è giunta un'ambulanza e l'automedica. Il personale sanitario per una mezz’ora ha tentato di rianimare il camerunense, ma il suo cuore non ha più ripreso a battere. In via Manin alla spicciolata hanno iniziato ad arrivare suoi amici, quando si è diffusa la voce che era accaduto qualcosa a Donald, volto noto nella comunità camerunense e in quella africana di via Manin.
Si era diffusa tra i suoi connazionali una voce, risultata poi priva di ricscontri: «L'hanno ucciso, gli hanno messo il braccio attorno al collo». Sul corpo non c'era nessun segno evidente di ferita o collutazione. A terra nell'aiuola, accanto al cadavere, sono rimaste due bottiglie di birra e una di whisky, oltre al cappellino e ad un portafoglio. Per gli agenti della scientifica è stato particolarmente difficile effettuare i rilievi, poiché già in via Manin era iniziata la protesta della comunità africana, con una trentina di persone che invocavano a gran voce "Giustizia per Baba Jah". (di.b.)
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