L’acqua rende Treviso unica, Luigi Latini: «Le risorgive sono il vero brand della città»
Parla Luigi Latini, direttore della Fondazione Benetton Studi Ricerche: «Chi arriva in città resta colpito dalla ricchezza di questo sistema. «L’università potrebbe assumere un ruolo di guida scientifica e operativa»

Ci sono città attraversate da grandi fiumi e altre affacciate sul mare. Treviso, invece, custodisce un’acqua diversa. Un’acqua che non arriva da lontano ma nasce dal sottosuolo, riemerge silenziosamente attraverso le risorgive e restituisce alla città un paesaggio che, prima ancora di essere urbano, è vivente.
È da questa unicità che, secondo Luigi Latini, direttore della Fondazione Benetton Studi Ricerche, dovrebbe partire ogni riflessione sul possibile brand Treviso città d’acque. Latini evita gli entusiasmi facili. L’idea gli appare credibile, ma a una condizione: «Un progetto di questo tipo, osserva, non può appartenere a una sola istituzione. Deve nascere da una responsabilità condivisa, capace di coinvolgere amministrazione, università, associazioni, mondo della cultura e cittadini. Solo così potrà trasformarsi in un vero sentire collettivo, capace di durare nel tempo e di andare oltre le singole amministrazioni».
Il paesaggio
Il contributo che la Fondazione Benetton è pronta a offrire guarda soprattutto al paesaggio. «L’acqua non va considerata soltanto come un’infrastruttura o un elemento funzionale. È un paesaggio». Un paesaggio che a Treviso assume caratteristiche difficilmente riproducibili altrove.
«Camminando lungo i canali – spiega Latini – non si osserva semplicemente una superficie riflettente. Si incontra una natura in continuo movimento, fatta di vegetazione acquatica che ondeggia sotto il pelo dell’acqua come un tessuto leggero. Una specie di tessuto setoso».
Proprio quella vegetazione, che accompagna il fluire dell’acqua e cambia con le stagioni, diventa uno degli elementi più originali del paesaggio trevigiano. Un dettaglio che spesso sfugge a chi vive quotidianamente la città, ma che colpisce profondamente studiosi e visitatori provenienti da altre realtà. È proprio qui che emerge la vera differenza rispetto ad altri centri urbani. «Le mura le hanno molte città, anche più belle delle nostre. L’acqua di Treviso no».
L’Ofelia...trevigiana
Per Latini il valore non sta semplicemente nella presenza dei canali, ma nella loro origine. «Queste acque arrivano dalle profondità. Sono le risorgive invisibili che circondano la città a restituire poi, all’interno delle mura, questa straordinaria qualità ecologica».
È ciò che non si vede a generare la bellezza che ogni giorno si offre agli occhi di trevigiani e visitatori. Camminando lungo i canali, racconta Latini, viene spontaneo pensare anche all’arte.
«Recentemente mi è tornato alla mente “Ofelia” di John Everett Millais, il celebre dipinto conservato alla Tate Britain di Londra. Attorno alla figura di Ofelia c’è quella vegetazione acquatica che ricorda incredibilmente i canali di Treviso». Un’immagine che restituisce bene l’idea di un’acqua non soltanto da osservare, ma da contemplare come un paesaggio vivente. L’acqua diventa così il filo che tiene insieme natura, storia, cultura materiale e qualità della vita.
I laboratori
È l’acqua degli antichi opifici, della navigazione, dei mulini, ma anche quella che oggi continua a dare vita a ecosistemi preziosi. La Fondazione lo ha sperimentato direttamente nei laboratori dedicati alle risorgive del Botteniga e al cimitero dei Burci, due luoghi simbolo che raccontano il rapporto profondo tra Treviso e il suo territorio d’acqua. Da una parte le sorgenti che alimentano silenziosamente la città, dall’altra le antiche imbarcazioni adagiate lungo il Sile, testimonianza della storia della navigazione fluviale e oggi tornate al centro dell’attenzione grazie a una vasta mobilitazione per la loro conservazione.
«Ogni volta – racconta Latini – gli studiosi che arrivano da altre città rimangono sorpresi dalla ricchezza di questi luoghi, dove la forza dell’acqua riesce perfino a far dimenticare le contraddizioni del paesaggio circostante». È uno sguardo che invita a considerare il centro storico e il territorio come un unico sistema, alimentato dalla stessa acqua e dalla stessa storia.
Il futuro
Sul futuro del progetto il direttore della Fondazione condivide la riflessione già avanzata da Ca’ Foscari. «L’università potrebbe assumere un ruolo di guida scientifica, ma anche operativa. Ha le competenze e la capacità di intercettare bandi e finanziamenti europei».
Alla Fondazione spetterebbe invece il contributo culturale e paesaggistico, mentre il Comune rimarrebbe un interlocutore fondamentale, pur con le inevitabili esigenze legate alla gestione amministrativa. L’obiettivo, anche per Latini, è una cabina di regia capace di mettere insieme competenze diverse e trasformare un’intuizione in un progetto condiviso.
Il rischio principale? «Banalizzare il tema dell’acqua». Per evitarlo bisogna partire proprio da ciò che rende Treviso diversa. «L’acqua di Treviso non è barattabile con quella di altre città – spiega Latini – Non perché sia migliore, ma perché possiede caratteristiche irripetibili. Il valore di questo progetto non si misura soltanto nella capacità di attrarre visitatori. Significa soprattutto educare a guardare con occhi nuovi ciò che spesso viene dato per scontato. È una bellezza che invita a fermarsi, osservare e comprendere il paesaggio, prima ancora di trasformarlo». Ed è forse questa la sfida più importante: fare in modo che il dibattito sul brand non si esaurisca in un’operazione di immagine, ma diventi l’occasione per riscoprire un patrimonio naturale e culturale che accompagna da secoli la vita della città.
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