Le fontane, il Sile, la Restera: un’identità che scorre dall’abate Bailo a oggi
Treviso città d’acque: dalle fontane storiche al Sile, dalla Restera al Festival Daqua, la città riscopre la propria identità. Un patrimonio diffuso che potrebbe diventare il cuore del brand cittadino

Ci sono città che devono inventarsi un’identità. Treviso, forse, deve soltanto imparare a riconoscerla.
Basta fermarsi qualche istante davanti a una fontana, seguire il corso dei canali, camminare lungo la Restera o osservare le stelle riflesse nell’acqua durante il periodo natalizio per capire che il rapporto con l’acqua è già parte della sua quotidianità. Più che costruire un brand, si tratta di mettere insieme una storia che esiste da secoli.
Gli ingredienti
Se davvero Treviso città d’acque diventerà un brand, non partirà da una pagina bianca. Dovrà piuttosto imparare a mettere insieme una storia che la città racconta già ogni giorno. Perché gli ingredienti di questa identità esistono già.
Forse è mancato, finora, il filo capace di unirli. L’abate Bailo, nella sua guida della città del 1872, aveva intuito prima di molti altri il valore di questo patrimonio. «Quest’acque meritano che il forestier le gusti, né dirà di conoscere Treviso se non si sono gustate le sue acque», scriveva. A distanza di oltre centocinquant’anni quelle parole sembrano quasi anticipare il dibattito di oggi.
Le fontane
Le fontane rappresentano probabilmente il patrimonio più sottovalutato della città. Sono circa 140, distribuite tra centro storico e quartieri, ognuna con una propria identità fatta di draghi, serpenti, leoni, satiri e altri richiami simbolici che raccontano storie diverse. Insieme formano un museo diffuso a cielo aperto, un itinerario urbano che permette di leggere Treviso attraverso l’acqua e le sue molteplici rappresentazioni.
Poi l’acqua torna a scorrere. Lo fa attraverso il Sile, il più lungo fiume di risorgiva d’Italia, e attraverso quella fitta rete di canali che rende Treviso diversa da qualsiasi altra città veneta. Il Botteniga si divide nei rami del Cagnan Grande, del Cagnan della Roggia e del Canale dei Buranelli, costruendo nei secoli un paesaggio urbano unico. È un’acqua che non separa, ma accompagna la vita della città. Ogni inverno questo paesaggio cambia ancora volto. Le stelle sospese sopra i canali trasformano l’acqua in uno specchio di luce.
Migliaia di persone si fermano a fotografarle, condividono immagini e video, riempiono i social di scorci che diventano il volto più riconoscibile della Treviso natalizia. È la dimostrazione di come l’acqua possa essere non soltanto un elemento naturale, ma anche emozione, memoria e racconto contemporaneo.
La rassegna
Lo stesso accade con il Festival Daqua, nato da un percorso iniziato con FreeAqua, il progetto che ha censito le fontane pubbliche e i locali disponibili a offrire gratuitamente acqua del rubinetto, promuovendo una cultura dell’acqua pubblica come bene comune.
Da quella esperienza è nata un’intuizione più ampia: utilizzare la cultura, l’arte, la musica e il divertimento per rendere i temi ambientali accessibili a tutti e stimolare una riflessione sul rapporto tra l’uomo e la natura. Treviso, con la sua identità di città d’acque, è diventata così il luogo naturale da cui partire.
Oggi il Festival, costruito grazie al lavoro di un gruppo organizzativo, dei volontari di Rocking Motion e di una rete sempre più ampia di associazioni, artisti, imprese e istituzioni, rappresenta una delle esperienze più concrete di come l’acqua possa trasformarsi in cultura, partecipazione e identità condivisa.
La passeggiata
E poi c’è la Restera. Probabilmente il luogo dove il rapporto tra Treviso e l’acqua si percepisce con maggiore naturalezza.
È già oggi uno degli itinerari più amati della città e potrebbe diventare uno degli elementi portanti del futuro brand. Proprio per questo meriterebbe una cura ancora maggiore, dalla manutenzione del verde ai servizi, fino alla valorizzazione paesaggistica.
Turismo lento
Se l’acqua diventerà davvero il tratto identitario di Treviso, anche il Parco del Sile sarà chiamato ad assumere un ruolo centrale. Non soltanto come presidio di tutela ambientale, ma come protagonista di una narrazione capace di mettere in relazione natura, turismo lento, educazione ambientale e qualità della vita.
È, in fondo, il concetto espresso anche dal professor Francesco Casarin parlando di “ombrello narrativo”. Fontane, canali, Restera, Parco del Sile, Festival Daqua. Presi singolarmente sono luoghi, eventi e percorsi. Guardati insieme raccontano invece una città che possiede già gran parte degli elementi necessari per costruire la propria identità. Forse la sfida non è inventare una Treviso diversa. È imparare a riconoscere e raccontare, con maggiore consapevolezza, la Treviso che esiste già.
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