Zanato, pioniere dell’agricoltura bio:«Nonna benediva le formiche, dalla terra non solo profitto»

Roberto Zanato è il titolare dello storico negozio di bio agraria di Preganziol. A  fine mese chiuderà dopo 39 anni: «Troppa concorrenza dalle grandi catene. Ora sogno di creare un itinerario tra le aziende agricole da qui alla laguna»

Francesca Violi
Roberto Zanato
Roberto Zanato

L’agricoltura e l’amore per la terra li ha nel sangue, Roberto Zanato: figlio di mezzadri, diplomato al Cerletti, fin dal 1987 ha proposto nel suo negozio a Borgo Verde un modo di coltivare più sostenibile e rispettoso, che per lui è legato alle radici famigliari. A fine giugno la sua “Zanato Roberto Agricoltura BioAgraria” chiuderà dopo 39 anni. La storia di Zanato, 65 anni, s’intreccia con i cambiamenti del mondo agricolo e del territorio; mentre fuori, sulla Schiavonia, passano le auto e non pochi trattori (nelle campagne di Preganziol la stagione dei lavori agricoli è nel vivo), lui si accomoda sui sacchi di terriccio per dare sollievo alle gambe malandate.

Il suo negozio è a Preganziol da 39 anni. E lei?

«Noi Zanato siamo qui da generazioni, già ai tempi delle Crociate, mi sa. A coltivare la terra: del resto il nome “Preganziol” viene da “prati”. Le nostre origini sono povere. Mio padre era mezzadro, e poi affittuale, di una famiglia di possidenti veneziani. La mezzadria era una condizione drammatica per gli agricoltori. Mia mamma a 5 anni già badava a una bambina più piccola in una villa padronale, mio padre alle oche, solo per avere qualcosa da mangiare. Fino al dopoguerra qui in campagna c’era la fame: perciò negli anni ’60 e ’70 la gente era felice: capiva che, anche grazie allo sviluppo industriale, era un momento storico di grandi opportunità per i figli».

Lei è rimasto nel mondo agrario?

«Mi sono diplomato al Cerletti, perito agrario ed enologo. Poi i tirocini in due cantine, la Sovive di Roncade e la Cantina sociale del Terraglio. In quegli anni nelle cantine era un momento complicato: non c’era ancora il boom del consumo consapevole, del vino da grande reddito, da grande esportazione. Il vino era ancora consumato dai lavoratori dell’edilizia, nelle mense dagli operai. Il prosecco che oggi conosciamo ad esempio stava nascendo proprio allora nella cantina sperimentale del Cerletti. Poi mi hanno assunto al Consorzio agrario di Roncade. Ma dopo quattro anni da vicedirettore ho pensato di mettermi in proprio: volevo essere libero di decidere io le cose. Così nel 1987 ho aperto la Zanato Roberto Agricoltura».

In quegli anni il biologico non era certo comune: da quando ha cominciato a proporlo?

«Praticamente da subito. Avevo aperto da poco e un cliente che abitava di là dalla strada entrò col calendario delle semine di Maria Thun, quello usato nell’agricoltura biodinamica, chiedendomi se lo conoscevo. Al Cerletti un compagno mi aveva fatto conoscere Rudolf Steiner e l’agricoltura biodinamica, in contrapposizione con quella “chimica” di quegli anni, che puntava pesantemente su pesticidi e diserbanti. La richiesta del cliente mi fece scattare la scintilla per proporre un approccio diverso, meno invasivo e dannoso: ho pensato che in realtà i miei nonni, i miei genitori, anche senza usare i termini di Steiner, già coltivavano così. Per trarre reddito, certo, ma anche rispettando il terreno e l’ambiente, agendo come custodi e non solo sfruttando la terra per il profitto. Mia nonna anche se doveva uccidere una formica le faceva la benedizione. Non a caso sul portabiciclette che ho fatto nel 1987 (è ancora esposto fuori dal negozio), ho fatto scrivere: “Zanato Roberto Agricoltura... come una volta».

Com’è stata accolta la sua proposta “alternativa”?

«Tra i clienti degli anni ’80 i vecchi, quelli nati negli anni ’10, ’20, ’30, capivano perfettamente queste idee: erano i giovani, i nati degli anni ’40 a non capirle. Ma comunque non è che il biologico all’inizio abbia avuto un grande successo: mi chiedevano il metodo per uccidere il fungo, o l’afide. Infatti tenevo prodotti per tutti e due i tipi di agricoltura».

Quando ha deciso di puntare solo sul biologico?

«Nel 2015 è arrivato il Pan, Piano di Azione Nazionale, che ha dato nuove regole per ridurre l’impatto ambientale dell’agricoltura, in particolare dei pesticidi: da quel punto in poi per comprarli e usarli serviva un patentino. In sostanza sono usciti dall’uso famigliare e hobbistico degli italiani, solo gli agricoltori professionisti potevano usarli. E lì la scelta è stata fatta: ho deciso di vendere solo biologico, e al nome del negozio ho aggiunto “BioAgraria”. Da un lato questa svolta ha aperto nuove opportunità, ma per me a livello economico non è stato un vantaggio. I prodotti che erano la mia specialità presto sono stati venduti da tutti. Ci si è buttata anche la grande distribuzione: supermercati, grandi garden. Ma io potevo contare ancora su una clientela affezionata. Fondamentale era la generazione degli anziani, l’ultima in grado di dedicarsi all’agricoltura famigliare tenere ancora frutteto, vigneto, orto e animali di bassa corte, come le galline: i quattro pilastri che ci permettevano di lavorare bene tutto l’anno e non solo poche settimane tra marzo e maggio».

Poi è arrivato il 2020 con la pandemia.

«Il Covid ha falciato proprio gli anziani, i fragili. Tra i nostri clienti è stata un’ecatombe. Ho perso anche diversi amici. In quel periodo poi anche nel nostro settore è arrivato il commercio online, che ha iniziato a prendersi una parte di vendite. La ciliegina sono stati gli aumenti spropositati con la guerra in Ucraina. Ho sentito gli effetti quasi immediatamente: a marzo 2022 per un periodo le merci avevano smesso di arrivare. I camion si erano fermati. Poi i costi sono aumentati, il potere d’acquisto dei clienti si è dimezzato, mentre la concorrenza della grande distribuzione era sempre più spietata. Col 20-30% di spese in più, e una diminuzione delle entrate, è difficile tirare avanti. Ho capito che la chiusura era inevitabile: ho aspettato di raggiungere i requisiti per la pensione, ma la data l’avevo fissata. 30 giugno. A 39 anni esatti dall’apertura».

E dopo, cosa farà?

«Devo riordinare le idee, ma sogno di creare un percorso attraverso le campagne del territorio, dalla laguna alle colline, che valorizzi e unisca le realtà agricole locali. Specialmente quelle dei giovani, che sono tanti e bravi. Sono rimasto molto legato al Cerletti e penso che per iniziare proverò a coinvolgere loro».

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