Padovan e le sue mille battaglie «Morirò da Serenissimo. Prego e difendo l’ambiente»
Padovan si racconta: dalle visite di Bossi alla tendina di Codognè dove l’imprenditore di Santa Lucia fece lo sciopero della fame 21 giorni per ottenere lo stop all’arrivo dei mafiosi, all’amore per Venezia e tutti i suoi simboli

Imprenditore? Politico? Idealista? Attivista? Ambientalista? Venetista? Padre di famiglia? Descrivere Fabio Padovan con una sola parola è pressoché impossibile. Un uomo e le sue mille vite. O meglio, mille battaglie. Tutte guidate dalla voglia, o dalla necessità, di libertà.
Nato a Conegliano a metà degli anni Cinquanta, ha assaporato fin da piccolo il boom economico. Quello che, in terra veneta, si traduceva in lavoro, lavoro, lavoro. Certo, anche competenze, ma prima tutto impegno e sudore.
È alla guida della Otlav di Santa Lucia di Piave, azienda che ha appena compiuto 70 anni e che produce cerniere per porte e finestre ed altri accessori per gli infissi, fondata da papà Angelo nel 1956 e che annualmente, forte di 133 dipendenti, registra un fatturato di 35 milioni di euro (2025), esportazioni per l’88% in 80 Paesi, la fabbricazione di 25 milioni di cerniere e 100 milioni di pezzi.
Si stima che in 70 anni oltre un miliardo e mezzo di porte nel mondo utilizzino cerniere Otlav. Una realtà moderna che fa della robotizzazione delle linee produttive un plus, ma che ha sempre gli uomini al centro. Innovazione, ma anche storia. Quella che aleggia in ogni dove. E’ la storia della Serenissima.
Nella sua azienda ci sono tanti rimandi alla Serenissima. Perché?
«Sì, ad esempio, nell’atrio di ingresso il pavimento in marmo riproduce uno di quelli della biblioteca Marciana di Venezia, per anni simbolo della libertà di stampa. È un tributo alla libertà».
Lei è stato deputato con la Lega Nord dal 1992 al 1994. Una delle sue più famose battaglie è stata quella contro la reintroduzione del soggiorno obbligato al nord dei mafiosi. Cosa accadde?
«Salìi su una Fiat 500 guidata da un mio amico e, munito di megafono, girai per tutta Codognè gridando: "Questa sera hanno deciso di mandarci un soggiornante obbligato!". Insieme a mio fratello, a Ivano Maset e ad altri. Montammo la tenda e iniziammo la protesta. Ho fatto 21 giorni di sciopero della fame, di cui gli ultimi 4 anche di sciopero della sete. Umberto Bossi venne a trovarmi due volte, praticamente costretto dal clamore mediatico, visto che inizialmente era contrario a questa mia azione. Arrivarono fiumane di persone da ogni parte d'Italia. Io dormivo in tenda e per contenere le migliaia di cittadini che arrivavano, dovemmo mettere un filo di recinzione. Alla fine la camorrista venne allontanata e anche il soggiorno obbligato venne cancellato».
Cosa significa per lei libertà, in particolare in campo economico?
«Essere liberi significa che se io lavoro, il frutto del mio sforzo deve andare prima di tutto alla mia famiglia e poi alla mia terra. Chi si comporta da parassita non deve prenderlo. In Italia, purtroppo, è l'esatto contrario. Abbiamo una pressione fiscale tra le più alte al mondo, ma la vera follia è il modo in cui questa fiscalità viene applicata: le norme si contrastano l'una con l'altra a tal punto che non sai mai se stai rispettando la legge o se la stai infrangendo».
Fu per questo che nacque la Life? E poi perché l’associazione sparì?
«Di quei tempi, ricordo l'entusiasmo della gente che incontravamo, ma ricordo anche le lacrime e purtroppo qualche suicidio di chi non ce l'ha fatta di fronte a questo carico fiscale soffocante e anche di controlli pesanti. Intendiamoci: la burocrazia serve, ma deve essere snella e al servizio del cittadino. Trent'anni dopo ad una fiera in Germania venni avvicinato da due italiani che mi chiesero di potermi abbracciare, volevano chiudere l’azienda ma mi ascoltarono in tivù, si sentirono meno soli e andarono avanti. Per me questo ha un valore enorme, mi ha colmato il cuore. Life è stata un simbolo».
Lei è stato un sostenitore delle campagne di crowdfunding prima dei social. Ha raccolto fondi per i Serenissimi che assaltarono il campanile di San Marco nel 1997, ma ci furono arresti e condanne... pentito?
«No, per niente. Lo rifarei. Oltre a dar loro sostegno durante i processi e a sostenerli economicamente, siamo anche riusciti a ricomprare Tanko (il “carro armato” dell’assalto dei Serenissimi al campanile di San Marco, che è stato anche esposto fuori dalla Otlav, ndr) che abbiamo riconsegnato a loro. Morirò da Serenissimo».
È stato tra i creatori di un comitato contro i pesticidi. Da dove arriva la sua attenzione per l’ambiente?
«Fin da piccolo. A 14 anni insieme a mio fratello e ad altri amici, ho fondato Onev, acronimo di Osservatori Natura Eremiti Virili. Avevamo il proposito di difendere ambiente e natura. Nel 2018 con altri abbiamo formato il comitato per il referendum “Conegliano senza pesticidi”, per una raccolta firme di sola iniziativa popolare, riuscendo a raccogliere in un mese 2.700 firme».
Più recente è il sostegno contro la radiazione dall’ordine dei medici del dottore (e amico) Riccardo Szusmki, già sindaco di Santa Lucia e oggi consigliere regionale...
«Nel 2021 con altri ho fondato il Comitato Riccardo Szumski, in poco tempo le adesioni sono state davvero tantissime. Oltre ai comizi, abbiamo raccolto fondi per i dipendenti sospesi, in particolare per i portuali di Trieste allargata poi ad altri. Siamo riusciti a raccogliere oltre 100.000 euro».
Rifarebbe tutte queste battaglie?
«Sì, sono state tutte scelte di cuore. Quando ho sentito il dovere, la necessità, la coscienza di farlo. Perché di fronte a un’ingiustizia non ci si può girare dall’altra parte. Perché la libertà è sacra».
Ai suoi figli lascerà un’eredità importante...
«In una fabbrica la somma di debiti e crediti fa il bilancio, ma il cognome rimane per sempre. Se lo hai usato bene crei un beneficio per chi viene dopo, se lo usi male per loro sarà molto più difficile raddrizzare la strada. Io prima di tutto sono me stesso. Davanti a tutto viene la mia coscienza. E devo riconoscenza ai Veterani che hanno costruito il nostro presente, e ai magnifici collaboratori Otlav che con la loro dedizione mi danno la forza quotidiana».
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