Dalle fisarmoniche ai podcast, Francesca Gallo: «L’artigianato è resistenza»

Francesca Gallo racconta il mestiere e le voci tra la musica e la manifattura: «La retorica dell’eccellenza è un’etichetta che ti allontana dalle persone. I social sono vita vera: quando non posto la gente mi chiede se lavoro ancora»

Alessandra Violi
Francesca Gallo
Francesca Gallo

Musicista, artigiana, podcaster, storica, raccoglie e fa rivivere voci e memorie di Treviso: Francesca Gallo, 50 anni, fa molte cose, anche oltre le fisarmoniche. Una rarità che va scomparendo, dato che ormai questi strumenti sono fabbricati perlopiù in serie, e che è valsa a Gallo premi e riconoscimenti. Lei però è stanca di vedersi raccontare come l'ultima artigiana della fisarmonica, per di più l'unica donna, come (parole sue) “un panda che vengono a vedere da tutto il mondo”.

Questo personaggio poetico con cui a lungo è stata rappresentata le è diventato stretto?

«È sempre stato stretto. Non sono solo quello: sono una musicista, mi occupo di storia orale, di ricerca etnomusicale... Ma quel personaggio ha preso vita propria: anche se dal Covid in poi ho smesso di farmi intervistare, per anni hanno continuato a uscire articoli su di me, mescolando frasi prese dal mio sito e da vecchie interviste. Attualmente la mia vita professionale si divide tra bottega, ricerca storica e attività didattica.

Fare fisarmoniche è una parte del mio lavoro: è vero, è un mestiere che siamo in pochi a fare, ma è un mestiere come un altro. Me lo sono trovata in mano e lo continuo. Il valore non sta nell'essere donna o unica, ma nell'avere il coraggio e la pazienza di continuare a fare l'artigiana anche in un momento in cui l'artigianato è poco valorizzato; oppure, dal lato opposto, è mistificato, con questo immaginario della bottega in penombra, della “poesia” di chi lavora con le mani, o con la retorica dell'eccellenza, un'etichetta che ti allontana dalle persone».

Allora ci dica: cosa vuol dire avere una microimpresa artigiana oggi?

«Una grandissima parte di lavoro va nella burocrazia. E nella comunicazione: rispondere a mail e telefonate. Non c'è più la pazienza: uno telefona e pretende che tu risponda immediatamente, anche se magari hai le mani sporche di colla. E poi, il mondo ti chiede di essere visibile. Se per due mesi non pubblico sui social, qualcuno mi chiede: ma la bottega è ancora aperta? Tutto ciò porta via tanto tempo. Poi c'è la concorrenza del commercio web, che è spietato, fatto molto spesso di abusivismo. Bisogna considerarlo, perché è quello che ti fa il prezzo. Se lo strumento che io ti vendo a 1000, su internet trovi l'abusivo che lo vende a 500... Poi magari scopri che ha un sacco di magagne.

Nella bottega invece conosci la persona, ti fidi. Prima dell'avvento del web la bottega era al centro di una comunità di prodotto: chi aveva da vendere un vecchio strumento veniva in bottega, mio padre aveva una lista di chi cercava; si discuteva dei restauri necessari. La mia bottega ancora oggi è un punto di riferimento, e anche di incontro: i clienti, specie i ragazzi (che magari non hanno spazi loro) si danno appuntamento qui. Ed è anche parte di una comunità educante che coinvolge famiglie, insegnanti e scuole di musica, con noleggi onesti e mirati agevolo l'accesso a chi si avvicina allo strumento. E insegno com'è fatto, come funziona, alimentando conoscenza e passione. Tanti ragazzi, anche se crescendo hanno deciso di fare altro, restano legati e tornano a trovarmi».

Il mondo artigiano ritorna nell'audio documentario che ha realizzato per il programma “Tre soldi” di Radio Tre, “Artigiani”, appunto. Com'è nato?

«Due anni fa, con Renato Rinaldi e Chiara Spadaro, partendo dalla manifestazione “Artigianato vivo” di Cison di Valmarino abbiamo cominciato a intervistare artigiani per chiedere loro: com'è, cosa significa essere artigiani oggi? Poi ci siamo allargati. L'idea è nata proprio per smontare il cliché della bottega polverosa, buia, con la persona anziana dentro. Abbiamo intervistato tanti tipi di artigiani, dal falegname al tatuatore, dal ceramista al fabbro».

Invece il podcast “Memorie di bottega”, che racconta le storiche botteghe commerciali di Treviso, è legato al suo lavoro sulla storia orale?

«Sì. Fin da adolescente mi sono appassionata alla storia orale, e ho seguito negli anni vari temi di ricerca: emigrazione, lavoro, civiltà contadina, canzoni popolari... Poi mi sono interessata a quello che ancora non è storia ma presto lo diventerà, come il mondo delle botteghe. A fine 2025 ho raccolto la memoria di 22 botteghe nate a Treviso prima del bombardamento del '44, e che ancora esistono. In una città che sta perdendo l'identità, anche commerciale, e dove spopolano le grandi catene, c'è ancora tanto di umano. Un mondo che scompare velocemente».

Cosa ti ha colpito di quelle voci e di quei racconti?

«Che il bombardamento del '44 sia ancora ben presente nella memoria, e che tutti sappiano perfettamente inquadrare l'ambito storico in cui le loro botteghe sono cresciute, così come tutti raccolgono nei particolari e con accuratezza la memoria famigliare. Le storie delle botteghe infatti sono anche le storie delle famiglie che hanno portato la bottega ai giorni nostri (ad esempio Vasconetto, la mesticheria in piazza dei Signori, dura da 7 generazioni). Quindi i loro racconti dipingono benissimo l'intreccio tra microstoria e grande storia, della città e dell'Italia. Quando vai ad acquistare in un negozi odi questi, tu acquisti la storia. E poi le voci. Far raccontare direttamente alle loro voci, e non a un attore che leggesse un testo, è stato importante: la voce di chi vive la bottega ogni giorno ti racconta qualcosa anche nei silenzi».

Prima le storie che raccoglieva le raccontava sul palco, ora invece nei podcast. Come e perché è avvenuto questo passaggio?

«Sì, fino a prima del Covid le portavo in palco con spettacoli legati alla musica. Ma mi sono resa conto che mentre io, raccontando dal palco, avevo in orecchio la voce di chi aveva raccontato a me, per il pubblico era diverso. Questa varietà di voci, accenti, dialetti e silenzi è una ricchezza che non si può riprodurre dal palco. Così mi sono formata per creare audiodocumentari e pian piano ho trasformato il mio modo di raccontare da cantastorie a podcaster. La voce di chi è nei miei podcast non sarebbe mai entrata nei canali mediatici: è un po' come quando nacquero le radio libere che diedero voce alle persone comuni. Quando registravo “Memorie di bottega”, molti intervistati non nascondevano la loro emozione e apprensione: si vedeva che non erano abituati a essere protagonisti».

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