Sonia Lorenzet, la donna che punta a far cambiare la finanza
Prima consulente, poi azionista, infine fondatrice della Lilith Capital Holding per investire in Pmi italiane con forte potenziale: Sonia Lorenzet ripercorre la sua carriera, il private equity e il gender gap: «Il problema non è il talento, ma i modelli»

«Non ho mai voluto essere una donna nel private equity. Ho sempre voluto essere un buon investitore». Sonia Lorenzet non ne fa una questione di genere, ma di capacità, di fiuto per gli affari e perché no, anche un po’ di scaltrezza.
Vent’anni di esperienza prima come consulente e successivamente come azionista, con responsabilità crescenti. Lorenzet è diventata presto la “donna della finanza”, l’unica socia tra soli uomini ad occuparsi a far muovere capitali. Per 16 anni è stata parte di Alcedo sgr, società di gestione indipendente di fondi di private equity, controllata interamente dal management, tra cui appunto, lei.
Nel corso del 2025 fonda Lilith Capital Holding, una struttura indipendente, partecipata da un team di investimento senior e da un network di imprenditori che negli anni hanno costruito eccellenze, in particolare nel Nord Est. L’obiettivo è investire in Pmi italiane con forte potenziale, affiancando l’imprenditore nella crescita, nella managerializzazione, nei processi di aggregazione e nell’apertura ai mercati internazionali.
Partiamo dall’inizio. Come si diventa una buona investitrice?
«Ho avuto la fortuna di poter fare il lavoro che sognavo già all’università. Mi sono innamorata della finanza al primo esame di Finanza 1, grazie a un docente incredibilmente bravo, capace di trasmettere passione oltre alle competenze tecniche. Da lì ho deciso che avrei voluto lavorare in questo mondo: comprare e vendere aziende, entrare nei processi decisionali».
Ed è stato il momento in cui si è accorta che quel mondo era prettamente maschile.
«Ho trascorso oltre vent’anni in questo ambito, iniziando in una realtà dove ero l’unica donna tra cinque soci uomini. Oggi ho avviato una mia holding di investimento. In mezzo ci sono stati comitati d’investimento, acquisizioni, negoziazioni, successi, errori e decisioni difficili. Ma soprattutto una domanda ricorrente: “cosa significa essere donna in un settore tradizionalmente maschile” e una consapevolezza maturata negli anni: la finanza funziona meglio quando integra davvero la diversità. Uomini e donne sono diversi. Lo sono sempre stati e sempre lo saranno».
E quindi come si fa?
«La differenza non è un limite da colmare, è una leva da utilizzare, e questo è forse uno dei più grandi errori che, anche noi donne, abbiamo fatto in passato. Ricordo un consiglio di amministrazione particolarmente delicato, in cui un collega stava conducendo il confronto con un approccio molto autoritario. In quella fase era probabilmente necessario: serviva una posizione forte. Quando però il clima ha rischiato di irrigidirsi, sono intervenuta con uno stile diverso, più pacato e orientato al dialogo. È stato in quel momento che ho toccato con mano il valore della complementarità. Non un’alternativa, ma un’integrazione. Due approcci diversi, messi al servizio dello stesso obiettivo. Ed è lì che il confronto è diventato realmente produttivo. Negli anni, ogni volta che il confronto è stato autentico, non omologato, il risultato è stato migliore».
Quindi è sbagliata la visione che abbiamo della finanza?
«La finanza viene spesso raccontata come un mondo di numeri, analisi e modelli. In realtà è un mondo di persone: imprenditori, manager, advisor. E nelle decisioni che contano entrano in gioco visione, sensibilità e capacità di leggere le dinamiche umane oltre i bilanci. In questo contesto, la presenza femminile non è un tema identitario, ma una leva di qualità».
Eppure i numeri della finanza sono ancora impiettosi: la forza lavoro femminile è circa il 40% del totale, mediamente un team di investimento junior è composto tra il 24 e il 30% da donne, la percentuale si dimezza per posizioni senior o partner.
«I dati mostrano come oggi, nel private equity in senso lato, la presenza femminile sia significativa nei livelli operativi, ma scenda progressivamente man mano che si sale nella gerarchia e aumenta il potere decisionale. Nei ruoli apicali la quota resta stabilmente sotto il 20%. È il fenomeno della cosiddetta “leaky pipeline”, che evidenzia la distanza tra presenza e reale potere decisionale. Questo non dipende da una mancanza di talento o di ambizione. Più spesso è il risultato di modelli organizzativi e culturali costruiti storicamente su percorsi maschili, su reti relazionali consolidate, su modalità di leadership poco inclusive rispetto a stili diversi. Per questo il cambiamento non può essere solo normativo. Le quote hanno avuto un ruolo di stimolo iniziale, ma non possono sostituire un’evoluzione culturale profonda».
Che valore ha la progressiva presenza di figure femminili nei ruoli apicali?
«È un esempio concreto per le nuove generazioni, crea spirito di squadra, solidarietà e forza reciproca. Allo stesso tempo, contribuisce a creare una nuova normalità e mentalità anche nel mondo maschile. La qualità degli investimenti passa anche dalla qualità delle relazioni, dei confronti, delle prospettive messe in campo. La finanza non ha bisogno di modelli unici, ma di intelligenze diverse che lavorino insieme. È così che si crea valore duraturo».
Quando arriveremo alla parità?
«La vera parità non sarà quando ci saranno più donne nei fondi, ma quando questo non farà più notizia».
Perché il nome Lilith?
«Richiama la prima figura femminile nel libro della Genesi, simbolo di indipendenza e pari dignità, un riferimento valoriale che riflette il mio percorso e la mia convinzione che la diversità, nelle persone e nei modelli di governance, sia una leva di creazione di valore».
Quale è l’obiettivo della vostra società?
«Al posto di vincoli temporali rigidi proponiamo capitale paziente: un orizzonte coerente con i tempi reali dell’industria e del business. Gli investimenti vengono condivisi con gli investitori principali, in una logica partecipativa e di governance inclusiva. Non portiamo solo capitale, ma esperienza, confronto e visione strategica. La holding sta portando avanti la fase di raccolta di adesioni e di costruzione del primo nucleo stabile di investitori, un gruppo di imprenditori che condivida visione, metodo e orizzonte di lungo periodo».
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