Marchesini: «Al calcio italiano manca una visione»

L’ex Figc, partito da Montebelluna, è oggi Deacademy Atalanta: «Talento e metodo ci sono, ma senza una direzione restiamo indietro”

Fabio Poloni
Maurizio Marchesini ai tempi del suo lavoro per i centri federali della Figc in foto con Maurizio Viscidi ed Enrico Chiesa
Maurizio Marchesini ai tempi del suo lavoro per i centri federali della Figc in foto con Maurizio Viscidi ed Enrico Chiesa

Cosa non sta funzionando, nel calcio italiano? Sarebbe facile dire «tutto», dopo la Caporetto bosniaca. Maurizio Marchesini, che il calcio lo conosce e lo vive, non ama però ridurre la complessità a un titolo.

«C’è talento e c’è una grandissima metodologia di lavoro, credo però manchi una visione d’insieme. Tutti isolati, che provano a fare qualcosa, anche con grande competenza, ma senza una direttiva. Al Barcellona un giorno si è deciso: da domani in campo si fa il passaggio corto per liberare il terzo uomo. E così si è fatto».

Ex coordinatore dei centri federali della Figc, oggi responsabile di Deacademy Atalanta, progetto che si prende cura delle affiliate monitorando e formando il territorio calcistico italiano, Marchesini, 52 anni, vive e lavora a contatto con chi semina il calcio di domani.

Maurizio Marchesini ai tempi del suo lavoro per i centri federali della Figc in foto con Maurizio Viscidi ed Enrico Chiesa
Maurizio Marchesini ai tempi del suo lavoro per i centri federali della Figc in foto con Maurizio Viscidi ed Enrico Chiesa

Marchesini, il calcio è sempre stato una passione, per lei, ed è diventato anche un lavoro. Come?

«Dopo aver giocato sin da bambino, ho iniziato ad allenare a Montebelluna, la mia città, a 24 anni, con i piccolini. Ho fatto otto anni: la mia scuola, dove cresco come allenatore, uno dei migliori vivai d’Italia con allenatori come Carlo Osellame e Luca Gotti. Ho imparato tanto. Poi quattro anni al Giorgione da allenatore e responsabile tecnico del settore giovanile, poi tre anni a Pordenone. Lì la chiamata da Maurizio Viscidi e ho fatto il coordinatore tecnico nazionale dei centri federali della Figc. Lui era ed è tuttora responsabile di Club Italia, le nazionali giovanili. Sono stato lì dal 2016 al 2024, fino alla chiamata dell’Atalanta».

Nei centri federali Figc è proprio dove si “pensa” il calcio italiano di domani.

«Quando mi hanno chiamato, il progetto aveva sei mesi di vita. I centri avevano un responsabile organizzativo, erano cinque in Italia, avevano autonomia tecnica, serviva una guida: è stato il mio lavoro. Base a Roma, non a Coverciano, dove c’è la sede del settore giovanile e scolastico, ma giravo l’Italia e l’Europa per conoscere le migliori pratiche, dal Barcellona al Bayern fino all’Arsenal».

Chi era o è più avanti?

«Ogni esperienza aveva qualcosa di eccellente da rubare. La meritocrazia per esempio al Wolverhampton. Ai calciatori più piccoli in spogliatoio danno solo seggiolini, poi anche l’appendino, dagli esordienti il tavolino per borse. Crescere voleva dire guadagnarsi una cosa in più, nulla era regalato. O la metodologia del Barcellona, non serve che la racconti io. O ancora l’organizzazione dell’Az Alkmaar in Olanda, ritmi e intensità fuori dal normale, già dai ragazzini. La velocità della palla era incredibile».

Velocità che è uno dei punti dolenti del calcio italiano attuale. Cosa non sta funzionando?

«C’è talento e grande metodologia di lavoro, manca visione d’insieme. Tutti isolati che provano a fare qualcosa, con grande competenza ma senza una direttiva. C’è da lavorare sulla struttura federale, sull’essere Italia».

Qual è la sua sensazione sui nostri vivai?

«Il professionismo in Italia lavora benissimo. Il problema è che le società che lo fanno sono 20, 25, con 400 ragazzini al massimo, vuol dire diecimila ragazzini su milioni. Il talento nell’età precoce è disperso nei vivai di società in cui c’è bisogno di guide e istruttori competenti».

Come si aggiusta?

«Permettendo alle società di creare ambienti produttivi, dove i giovani calciatori possano trovare la loro libertà. Farei un parallelo con la scuola Montessoriana: nel calcio italiano funziona allo stesso modo, la maggior parte delle persone pensa che i bambini col pallone debbano fare solo le cose che gli insegni; lasciamoli liberi di trovare in autonomia la loro strada: ci stupiranno».

Qualcuno c’è che applichi l’idea alternativa?

«I centri federali. All’Atalanta, e anche altrove. Ma in misura scoordinata».

Ma qualcosa si muove?

«Sì, più di quel che si percepisce. Davide Mazzanti, allenatore della nazionale femminile di pallavolo, diceva che le atlete di oggi sono tecnicamente molto più forti di dieci anni fa, ma c’è un gap tra l’alto livello e la base, un vuoto. C’è anche nel calcio, e quasi nessuno pensa a colmarlo».

Perché? Non si gioca più nelle strade e negli oratori, come vuole la vulgata?

«Cavolate, neanche in Germania e Spagna si gioca in oratorio. All’Athletic Bilbao mi hanno chiesto: perché in Italia non riuscite più a fare difensori? Perché abbiamo modificato il nostro essere. Facevamo i Cannavaro e i Baggio, abbiamo cambiato metodologie per fare gli Iniesta e i Busquets. Non possiamo neanche metterla sul fisico: se giochi con la Norvegia a chi è più grosso, perdi sempre, come con la Spagna a chi fa meglio il tiki taka. Oggi tanti provano a sistemare questo errore, e investono. All’Atalanta siamo sesti in Europa per giocatori portati nei cinque top campionati, un centinaio in vent’anni. Serve una riforma federale, consapevolezza, e che la Figc tracci la strada. I fenomeni sono tra i dilettanti».

La sua giornata di lavoro?

«Deacademy è un progetto con 117 società affiliate in Italia, il mio compito è monitorare i talenti e formare chi se ne prende cura, gli istruttori, per permettere di costruire ambienti privilegiati».

Montebelluna è stata un esempio, nel suo piccolo?

«Nel suo grande! Mi ha permesso di crescere, sperimentare. Monte oggi è affiliata elite di Deacademy, sono 14 in tutta Italia, il nostro intervento è quasi settimanale, portiamo allenamenti, formazione, attività».

Altra vulgata sul calcio giovanile: la presenza scomoda dei genitori che pretendono il campioncino.

«Tendenzialmente vero, senza però fare di tutta l’erba un fascio. Se la società è forte, come a Bergamo, non ti viene permesso. Ma tutte le piccole società si lamentano di questo. Non posso essere io genitore a imporre un’idea o un metodo: se lo porti in un posto devi dare fiducia».

Ha fatto parlare il caso Bastoni. Cosa si dice a un bambino che vede un campione simulare ed esultare?

«Domanda complicata. Quello che noi diciamo ai ragazzi è che non dobbiamo ottenere i risultati e le prestazioni grazie all’inganno. Noi dobbiamo dare il 110 per cento per ottenere una cosa. Arriva una spallata, io devo rimanere in piedi, se casco non è fallo. Questa è la direzione. Cose del genere poi succedono, a qualsiasi livello. Forse il caso è stato ingigantito».

Abbiamo detto addio a un altro mondiale.

«Grosso problema. L’Italia è la squadra per cui tutti abbiamo tifato. E per troppo tempo non l’abbiamo vista: ti disinnamori. L’urlo di Grosso e di Tardelli te li dimentichi, è gravissimo». 

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Chi è

Maurizio Marchesini, montebellunese, classe 1974, è allenatore di calcio e responsabile della Deacademy, l’accademia di coordinamento del settore giovanile dell’Atalanta.

Appassionato di calcio da sempre, ha iniziato ad allenare a 24 anni nel Calcio Montebelluna, che vanta uno dei settori giovanili migliori d’Italia.

Dopo otto anni nella sua città è passato a Castelfranco, al Giorgione, dove per quattro anni è stato allenatore e responsabile tecnico del settore giovanile. Dopo un periodo a Pordenone, nel 2016 è arrivata la chiamata della Federazione italiana giuoco calcio per coordinare i neonati centri federali.

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