Dino Munarolo, il medico che colleziona vittorie
Dino Munarolo è da quasi 45 anni il professionista sanitario che segue il Treviso calcio. Ama gli stadi ma anche teatri e arte: «Il mentore? Vecchiet, il prof Mundial. L’infortunio più serio? Barreto. Il sogno? La decima promozione»

Ne manca solo una. Una sola promozione per andare in doppia cifra. Niente male, a livello sportivo, per un medico. Per i trevigiani doc, Dino Munarolo è da sempre il medico del Treviso calcio, volto notissimo della piazza, studio a Fiera, passione per l’arte e il teatro.
Dottor Munarolo, tuffo nel passato. Dove è cresciuto?
«Nasco a Ca’ Rainati. Famiglia umile, il pane non mancava ma non era facile. Sognavo di fare il medico sportivo, anche se per i miei genitori è stata una sorpresa».
Cioè?
«Pensavano che all’università mi sarei iscritto a Biologia, un percorso di studi più rapido. Invece mia sorella Emanuela, a cui sono legatissimo, mi fece il regalo più bello: rinunciò a proseguire gli studi per consentirmi di andare avanti. E arrivai a casa con l’iscrizione a Medicina».
Dove ha studiato?
«A Verona, sede staccata di Padova. Erano gli anni di piombo, nella città del Santo non erano tutte rose e fiori».

Poi è tornato a Treviso?
«Dopo il tirocinio, ho trovato il primo lavoro ad Auronzo... Ma poi ho vinto il concorso per diventare medico di base, nel ’78 a Salgareda. Puntavo ad altro, però: la mia vita professionale è legata al professor Leonardo Vecchiet».
Quello del Mundial ’82?
«Lui. Lo ammiravo da tempo, e ho provato a iscrivermi alla specializzazione per diventare medico sportivo a Chieti, dove insegnava. Praticamente l’ho perseguitato... Ma con lui il rapporto fu subito ottimo, è stato il mio secondo padre e mi ha insegnato tutto. Resto tutt’ora in ottimi rapporti con la sua famiglia. Pensare che quando è morto, il 9 febbraio del 2007, io ero a Trieste, sua città natale, per Triestina-Treviso».
Fare il medico sportivo era una missione. Ma giocava?
«Ero un calciatore anch’io. Sono arrivato in Promozione con la Luparenese. Ero un’ala destra, guizzante, facevo molti assist. Ma volevo fare il medico sportivo a tutti i costi: ho smesso a 24 anni».
E quando arriva a Treviso?
«Apro il primo studio nel 1983 in Strada Ovest, mi sposto nell’85 in piazza Matteotti e del ’92 in vicolo Veronese: ho ceduto l’attività nel 2021, ci vado saltuariamente come consulente. Ho avuto l’onore di visitare e curare 90 mila pazienti».
Come è cambiata la medicina sportiva negli anni?
«Totalmente. Penso in primis all’antidoping, quando ho iniziato giravano il Micoren e la corteccia surrenale, lo sanno tutti. A quel tempo non era doping. Ma poi è cambiato tutto, a partire dalla preparazione atletica fino alla nutrizione. E i giocatori sono molto più attenti. E dobbiamo confrontarci anche con i procuratori».
Anche voi medici?
«È capitato. Un giocatore, del quale non farò il nome, si ruppe il crociato. Per me doveva farsi operare da un determinato specialista, ma il suo procuratore insistette per un altro. Non c’è la riprova, ma non tornò più quello di prima e dovette ritirarsi».
È l’infortunio peggiore?
«Ora il crociato anteriore è frequente, capita, ci si rialza. Una volta era la fine della carriera. Il problema più complesso da affrontare è la pubalgia, difficile da gestire».

L’incidente più drammatico?
«Quello di Barreto a Bari, nel 2005. Cadendo si fratturò la seconda vertebra cervicale, poteva accadere l’irreparabile. E quello di Maino contro lo Spezia, svenne dopo un calcio alla testa che hanno sentito in tutto il quartiere. Ma lui aveva scorza dura: atleta incredibile, faceva le ripetute sull’altopiano di Asiago, una volta fece venire un coccolone al cane che lo seguiva».
La partita del cuore?
«Treviso-Genoa 3-0, del marzo 2005. Dominio incredibile, Tenni strapieno, 9 mila spettatori. Me la riguardo ogni tanto. L’apoteosi».
Quel boato è distante da quanto accade in platea...
«Ma sono altrettanto appassionato di teatro. Sono nel cda del Teatro Stabile del Veneto, dal Del Monaco al Goldoni di Venezia al Verdi di Padova sosteniamo lo sviluppo di una forma d’arte straordinaria. Mentre allo stadio è il tifo improvviso e frequente a farla da padrone, a teatro l’applauso finale è catarsi».
Solo teatro?
«Adoro l’arte in generale, mi lega una grande amicizia con Marco Goldin, le sue mostre sono imperdibili».
E i campioni che “dipingevano” in campo?
«Ne ho visti molti. I contatti con il tempo si allentano, qualcuno lo sento tutt’ora. Bonucci, Borriello, Handanovic, Toni, Gallo, Beghetto... Ma il legame più forte è con Silvano Colusso, il mio primo capitano: ci sentiamo o ci vediamo tutti i giorni».
Quasi fratelli o figli, per lei. E i suoi?
«Sono la ragione di vita: Andrea ha 44 anni e gestisce un B&b a Firenze vicino al Duomo. Giulia ne ha 37, vive a Verona è agente immobiliare e si occupa di turismo».
Mai pensato di cambiare?
«Anni fa mi avevano chiesto di andare al Venezia, ma il mio cuore è metà bianco e metà celeste. Solo una volta ho “tradito” il Treviso: quando eravamo in Promozione, ho collaborato con il Pordenone che era in Serie B».
Quante panchine?
«Molte, qualche centinaia, però ho sempre preferito mandare avanti i miei collaboratori. Certo con il Treviso ho girato l’Italia, sono stato praticamente ovunque e in ogni categoria».
Eppure si era allontanato dal Treviso...
«Dal 2013, non c’erano più le condizioni. Poi nel 2019 Mario Conte mi chiamò, voleva rifondare il Treviso. Non gli ho fatto finire la frase... Da lì tutto è ripartito, grazie a Gigi Sandri, Bepi Lucchese, il Consorzio e ora Alessandro Botter. Un grandissimo appassionato, ha enorme competenza, ci ha messo l’anima per riportare il Treviso tra i professionisti e non ha voglia di fermarsi qui».
Anche perchè lei ha un obiettivo...
«Ho già vinto 9 campionati come medico del Treviso. Il decimo sarebbe il coronamento di una carriera».
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Chi è
Dino Munarolo è nato a San Zenone degli Ezzelini il 27 settembre 1952. Laureato in Medicina e Chirurgia all’Università di Padova, sede di Verona, nel 1978. Ha conseguito la Specializzazione in Medicina dello Sport nel 1983 a Chieti, con il professor Leonardo Vecchiet, storico responsabile medico dell’Italia. Nel 1990 si è specializzato in Fisiokinesiterapia a Trieste.
Dal 1981 al 2013 prima medico sociale, e poi responsabile medico del Treviso Fbc, e lo è tutt’ora. Ha vinto 9 campionati. Svolge l’attività libero professionale nel campo della fisioterapia e riabilitazione, nonché della traumatologia sportiva.
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