Paolo Pasqualin porta il Made in Treviso fino ai piedi delle star di Hollywood
Il creative designer asolano è diventato Paul Easterlin con le sneakers “mal viste”: «Prospettiva, rispetto per il dettaglio, fatica, manifattura: credo nei sogni e nel successo silenzioso»

Paolo Pasqualin non ha mai pensato che il suo lavoro potesse arrivare così lontano. Per anni ha lavorato in silenzio, sbagliando, ricominciando, rimettendo tutto in discussione. Ha fatto scarpe quando non c’erano vetrine, né attenzioni, e ha continuato quando sarebbe stato più facile fermarsi. Poi, quasi senza rendersene conto, una di quelle sneakers è finita ai piedi di Ryan Reynolds.
Ma la notizia non è quella. La notizia è tutto quello che c’è stato prima. Dalle radici del Made in Italy a Hollywood non si arriva correndo. Si arriva restando. Restando fedeli al tempo, al lavoro lento, alle mani che rifanno lo stesso gesto ogni giorno. È un percorso fatto di attese, di prove che falliscono, di dettagli rimessi in discussione più volte. Un lavoro che cresce lontano dal rumore, dentro una produzione volutamente limitata, dove ogni scelta pesa e ogni errore insegna. Il Veneto e Hollywood sembrano mondi lontani, ma in mezzo non ci sono scorciatoie: solo materia, ostinazione e anni di decisioni controcorrente.
È così che nascono le creazioni di Paolo Pasqualin e una di loro, ha imparato a camminare oltre oceano.
Il suo percorso nella moda parte da lontano. Quanto conta oggi questa esperienza?
«Conta tutto. Sono uno stilista di moda da più di trentadue anni. Ho lavorato nelle migliori case di moda, realizzando accessori, calzature, occhiali e borse. È stato un percorso lungo, fatto di disciplina, osservazione e rigore. Tutto quello che ho imparato allora oggi vive, in modo naturale, nel mio lavoro».
Ha lavorato a lungo tra Italia e Stati Uniti. In che modo queste due realtà hanno inciso sulla sua visione?
«Mi hanno insegnato a guardare la moda da prospettive diverse. Negli Stati Uniti ho imparato a osare e a pensare in grande, mentre l’Italia mi ha trasmesso il rispetto per il dettaglio e per la manifattura. Oggi cerco di tenere insieme queste due tensioni».
Il brand Paul Easterlin nasce direttamente dal suo nome. Che tipo di progetto ha costruito?
«Paul Easterlin nasce da Paolo Pasqualin. Il brand è una mia estensione diretta, senza filtri. Nel 2015 ho iniziato realizzando occhiali per una nicchia molto ristretta di negozi. Era un progetto piccolo, ma estremamente coerente».

Quando avviene il passaggio decisivo verso le sneakers e da dove nasce l’idea?
«Nel 2021. In quel periodo mi sono ispirato al maestro Mimmo Rotella, che realizzava collage con i manifesti dei film. Ho fatto lo stesso con una sneaker: ho preso una scarpa da running e l’ho unita a una scarpa da tennis. Un collage fisico, concreto. La scelta di intervenire su modelli iconici è stata molto forte».
Perché farlo?
«Era l’unico modo per attirare davvero l’attenzione. Ho lavorato sulle sneakers più iconiche perché volevo creare qualcosa di impossibile da ignorare. Sapevo che avrebbe spiazzato, ma era una scelta necessaria».
Il debutto al Pitti Immagine Uomo è diventato un momento chiave del suo percorso. Cosa ricorda di quei giorni?
«Ricordo una situazione molto semplice e molto dura. Non avevo i soldi per esporre su un tavolo. Così ho preso dei mattoni fuori dalla Fortezza da Basso e ho appoggiato le scarpe per terra. Non era una provocazione ma una necessità. Proprio quel gesto raccontava perfettamente il senso del mio lavoro».
È in quel periodo che si rende conto che fare moda non significa solo disegnare o produrre, ma resistere?
«Anche nei momenti di maggiore difficoltà, quando le risorse scarseggiano e le collaborazioni si interrompono, il lavoro resta il centro di tutto. Tornare in laboratorio, rimettere mano a una scarpa, correggere un dettaglio diventa un modo per rimettere ordine, per andare avanti. È lì, più che nei risultati visibili, che si consolida l’identità del progetto».
Com’è stato il percorso imprenditoriale?
«È stato complesso. Ho incontrato persone che hanno creduto nel progetto e lo hanno finanziato, ma spesso, a un certo punto, si sono ritirate perché non erano convinte fino in fondo. Intanto però sono riuscito a costruire una rete vendita tra America, Giappone, Corea, Italia e Francia, entrando in alcuni dei migliori top store. Le mie creazioni sono diventate riconoscibili, uniche».
Oggi le sue sneakers sono indossate anche da personaggi internazionali. Che idea di successo sente davvero sua?
«Un successo silenzioso. Costruito con fatica, perseveranza e coerenza. Credo nei sogni, ma in quelli che si portano avanti lavorando ogni giorno. Il mio slogan è "Hurry up, we’re dreaming". Perché sognare è fondamentale, ma non basta».
È un lavoro che richiede presenza costante, anche quando non ci sono risposte immediate?
«Giorni interi passati a riflettere su una forma, su un equilibrio, su un dettaglio che sembra minimo ma cambia tutto. Un mestiere che non concede scorciatoie e che obbliga a confrontarsi ogni giorno con i propri limiti, trasformandoli lentamente in metodo».
In un tempo che premia la velocità e dimentica facilmente il lavoro lento, la sua storia va nella direzione opposta. Non parla di hype né di numeri, ma di scelte quotidiane, di errori accettati e di mani che tornano sul progetto ogni giorno.
«Se una creazione nata in Veneto arriva fino oltre oceano, non è per caso né per strategia: è perché il Made in Italy, quando è autentico, non ha bisogno di alzare la voce. Gli basta esistere, resistere. E continuare a camminare lontano».
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Chi è
Paolo Pasqualin, 50enne asolano, creative designer con oltre 28 anni di esperienza nel mondo della moda e della calzatura. Nel 2020, durante il lockdown, nasce Paul Easterlin – Souk Eye, brand di sneakers artigianali Made in Italy.
Souk Eye significa “così complicato”: un luogo simbolico in cui proteggere la propria identità. Le sue sneakers, definite “mal viste”, non cercano di piacere ma esaltano le personalità. Streetwear e fashion sport si fondono in creazioni dal gusto vintage, con superfici rovinate e materiali d’eccellenza. Una visione sperimentale che rende ogni modello un’icona anticonformista.
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