Fenomeno Los Massadores, Guidolin: «Ci divertiamo ancora assieme. Cantare? Anche un atto politico»
Tagliato lo storico traguardo dei cinquecento concerti a Vallà, da dove tutto era iniziato, dopo 18 anni di carriera. Il frontman: «Lo sguardo sociale è il nostro punto forte. Attacchi a berlusconismo e Lega? Da sindaco ho dovuto mordermi la lingua»

Ma li avete contati, davvero? «Ho un disturbo ossessivo compulsivo che mi porta ad avere una mentalità da archivista, per questo ho creato un grande file Excel con dentro tutte le volte che ci siamo esibiti dal vivo». Il concerto di giovedì sera, 11 giugno, nella loro Vallà è stato il numero 500 nella carriera dei Los Massadores.
Matteo Guidolin, che possiamo definire frontman senza che si offenda («sono l’unico che non sa suonare alcuno strumento, mi tengono perché sono bello, a volte mi sento trattato come un oggetto») ripercorre con noi questa lunghissima avventura che va avanti da 18 anni.
Guidolin, avete scelto di giocare in casa per questa ricorrenza speciale?
«No, è una coincidenza. Ero l’unico che lo sapeva, che stavamo per arrivare a 500: quando abbiamo fissato le date l’ho detto ai ragazzi. Una lunga storia fatta di concerti, aneddoti, numeri…».
Quelli più divertenti?
«Quello che mi fa più ridere è un matrimonio in cui abbiamo suonato e lo sposo è rimasto a dormire con noi. Potrei citare anche un paio di date da premio Spisal, senza alcun permesso o misura di sicurezza, o sopra un tetto».
Come i Beatles?
«Più o meno. C’è stato anche un quasi omicidio, sempre a un matrimonio. Per il troppo rumore, il papà dello sposo ha litigato col gestore del locale, che è arrivato e lo ha tirato per la cravatta, tipo cappio: gli si è stretta al collo, è diventato cianotico, stava soffocando: hanno dovuto tagliargliela. A un altro concerto ho detto ai ragazzi: mi sposo, tenetevi liberi per quella data, ma non ditelo in giro. Il tecnico del service prende il microfono davanti al pubblico e fa: “Comunicazione di servizio, Matteo il 5 aprile si sposa”. Ho perso le staffe! Mi sono anche segnato tutti i prodotti delle sagre in cui abbiamo suonato: 35, dall’asparago al peperone: Linea verde is nothing! ».
Sento che ancora ti diverti: è questo che vi tiene sul palco?
«Sì, per noi è una valvola di sfogo, ci permette di mettere una maschera, siamo i buffoni di corte che possono dire quello che vogliono, prendendo in giro una realtà della quale facciamo parte noi stessi. Credo che siamo bravi, più che musicalmente, a essere osservatori raffinati, possiamo prendere in giro senza offendere nessuno, senza volgarità. Le persone sentono che ci divertiamo noi per primi, diventa contagioso».
Tra impegno e leggerezza, il vostro palco pende più verso quest’ultima? Non avete fatto tante canzoni con retrogusto politico, solo un paio.
«Mistero Boffo, all’epoca del berlusconismo, e L’ignodanza contro il leghismo di un certo tipo. Più che sulla politica, abbiamo puntato su costumi, mode. Naily, che racconta la moda dei nomi anglosassoni abbinati ai cognomi veneti, dice tantissime cose, legge il territorio. E non è ancora finita. Nasce dall’album delle figurine di Riese, avevo visto dei nomi che mi hanno fanno impazzire, non posso citarli, poi Luca ha scritto la canzone».
Quant’è cambiata la formazione lungo questi 500 concerti?
«Da quest’anno c’è una grossa novità, Dimitri Trinca, cantante, è uscito per ragioni personali, un po’ di stanchezza, ha 56 anni, posso capirlo, ne ho quasi 50 anch’io, fisicamente è impegnativo. Abbiamo assoldato due coriste, per la prima volte anche il genere femminile è rappresentato in questo gruppo di deficienti: Agnese Bozzetto e Gloria Illesi, molto brave. Per il resto, del gruppo storico siamo rimasti in cinque».
E voi come siete cambiati, personalmente e nei rapporti interni alla band?
«Il nostro rapporto nasce dall’amicizia, quella vera, arriva prima della musica. E chi è arrivato dopo si è ben inserito. Sennò non stai assieme vent’anni. Nuovi musicisti portano a cambiare suono, non avevamo una tastiera, per esempio, ora sì. Siamo in tanti a scrivere canzoni e testi, c’è meltin’ pot. Io scrivo solo testi, non so suonare strumenti, sono qui perché sono bello».
Come genere come vi definireste? Dal tipo Raoul Casadei de noantri siete cambiati?
«Difficile una sola etichetta, anche se restiamo folk rock, il cappello è quello, poi con qualche fuga verso elettronica, reggae».
Maestri ispiratori? Elio e le storie tese?
«Sì e no, nel senso che loro sono un gruppo di riferimento per alcuni di noi, non per me in particolare. Abbiamo gusti diversi: Beatles, De André, fusion, musica latina».
In questi giorni si è parlato molto di De Gregori ed Elisa, di quanto un artista debba o no impegnarsi politicamente, partendo dalla questione Israele-Palestina.
«Noi siamo sempre stati apartitici ma non apolitici: se hai un microfono e parli davanti a tantissime persone, è difficile non fare politica, in varie sfumature. De Gregori si riferiva alla volontà di non banalizzare, e parlare con cognizione di causa. Io tendo a stare zitto su cose di cui ho un’opinione, come Gaza, ma non mi ritengo così preparato. Su altre abbiamo rotto le scatole e siamo anche stati rimproverati».
Su cosa?
«Su battute, o proprio su canzoni come Mistero Boffo e Ignodanza: cantiamo in veneto ma non siamo mai stati venetisti».
Con la maschera da buffone di corte ci si può permettere di tutto o quasi, dicevi prima, ma tu in qualità di sindaco e poi assessore di Riese ti sei mai morso la lingua, sul palco, per non crearti problemi?
«Certo che sì. Non ho tolto del tutto le battute, anche spinte, ma sono stato più attento a non prestare il fianco a polemiche e strumentalizzato».
Presentando sui social il concerto numero 500 hai scritto “Vallà Akbar”: si può scherzare anche sulla religione?
«Cerchiamo sempre di non superare il limite: la battuta Vallà Akbar è nata tanti anni fa, un gioco di parole che ha innocenza, non vogliamo essere offensivi e crediamo di non esserlo. Il tema della regione è sensibile: non scherzare coi santi vale ancora».
A Castelfranco, dove ti sei trasferito, si ipotizzava una tua candidatura da sindaco. Contento, ora, della vittoria di Maria Ghimenton sostenuta anche da Daniele Manente?
«Sulla possibilità che mi candidassi c’erano state alcune interlocuzioni, solo quelle. Non conosco Ghimenton di persona, ma l’ho vista in campagna elettorale, mi è piaciuta, molto fresca, Daniele invece lo conosco, ha qualità, sono due belle squadre, personalmente sono molto contento, anche se pure Pozzobon era un candidato valido».
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