La caduta e la rinascita di Amedeo Lombardi: l’Home Festival e i grandi del rock a Treviso
Dai locali di Jesolo al successo dell’Home Festival, che portò a Treviso star come Prodigy, Editors e Duran Duran. Poi la caduta, il fallimento e la depressione. Oggi Amedeo Lombardi racconta la sua storia di rinascita

I Prodigy, gli Editors, i Franz Ferdinand, gli Eagles of Death Metal, i Duran Duran. A Treviso, e pure gratis, o quasi. Per anni ha fatto un’impresa quasi miracolosa. Poi dall’alto è caduto.
Quella di Amedeo Lombardi è una storia straordinaria, passata dai locali di Jesolo, dal successo nel festival, e attraverso la depressione. Ma è anche una storia di rinascita e perseveranza. L’Home è la sua firma.
Amedeo, come arriva a Treviso?
«Ho sempre avuto un rapporto con Treviso. Quando studiavo a Milano, per pagarmi gli studi lavoravo al Gasoline di Jesolo, quindi avevo rapporti con molti trevigiani e ci trascorrevo del tempo. Conoscevo bene Dante Carniato della Piola. Lavoravo per lui a New York, avevano un locale vicino a Union Square, mi occupavo del marketing, e organizzavo degli eventi che poi esportavo nelle altre Piola.
In quel periodo è morto James Brown e ho avuto una sorta di illuminazione: dovevo lavorare nella musica. Faccio tre anni allo Ied in comunicazione della musica, e arriva eMule che fa esplodere il settore della discografia.
Lavoro in una grossa agenzia di Milano, ma con Diegone (ora al Nasty), che conoscevo dai tempi del Gasoline, decidiamo di aprire l’Home. Il locale mi conquista, io dico che era il mio momento Jackass».
Il festival come nasce?
«Quando l’Home apre è una novità per la città. Eravamo il Coyote Ugly al maschile. Ma sempre con alle spalle una ricerca musicale. Dopo due anni decidiamo di fare il festival, avevo questa velleità ma è stato istintivo, ed è durato fino al 2019 quando lo abbiamo sdoppiato. Ne parlo con tristezza, perché se non avessimo preso la pioggia per tre anni di seguito si parlerebbe di un’altra storia. È stata una rivoluzione mancata».
In che senso?
«Partivamo da un bar, con una piccola gestione. Non c’era qualcosa di simile, per tre anni siamo stati premiati come il miglior festival d’Italia. Avevamo un esercito di volontari affezionatissimi, abbiamo coinvolto la città; era l’unico momento dell’anno in cui Treviso chiedeva a Venezia posti letto per sé e non viceversa; veniva il premio Strega, veniva Pistoletto».
Cos’è andato storto?
«Non mi piace cercare scuse, ma se in un festival di quattro giorni piove un giorno perdi il 25% degli incassi. Ed è successo nel giorno di Liam Gallagher. L’anno dopo è piovuto per tre giorni. Per tenere bassi i prezzi dei biglietti dovevamo incassare tanto dai bar».
Trasferirsi a Venezia è stato un errore?
«Abbiamo preso acqua anche lì. È stato un tentativo, quasi inevitabile. Ma abbiamo commesso degli errori. Per esempio la doppia manifestazione, con il Core a Treviso. Qualcuno non se lo ricorda ma abbiamo fatto suonare i Maneskin, i Pinguini, Calcutta. C’era un problema di spazi e logistica, non ci stavamo più a Treviso. E quando andavamo all’estero, la gente ci chiedeva Venezia. Volevamo diventare come il Primavera. Poi a San Giuliano abbiamo trovato l’amianto, Aphex Twin ha annullato, uno dei rapper di punta dice sì e all’ultimo no. Una tempesta perfetta. Poi non avevamo capito quanto fossimo radicati a Treviso, e quanto bisognasse essere degli squali a Venezia. Invece noi eravamo quelli che andavano dai vicini a chiedere se disturbavamo. Forse siamo stati un po’ troppo Icaro».
Si ricorda il momento in cui ha detto stop?
«Certo, è una cicatrice che ho ancora. Non riuscivo più a pagare i fornitori e delle persone soffrivano per colpa mia. L’idea che stessi facendo male a qualcuno mi ha fatto dire basta».
E col fallimento è arrivata la depressione...
«Sì, una depressione totale. Anche in famiglia mi prendevo tutte le colpe del mondo. Qualsiasi cosa succedesse, me ne prendevo la responsabilità».
Ha percepito un diverso atteggiamento nei suoi confronti da parte della città?
«Si, ma è inevitabile. La gente ti guarda in modo diverso. La nave del successo è una crociera, quella dell’insuccesso è una zattera in mezzo al mare. Credo che sia anche mancata un po’ di riconoscenza per quello che per nove anni avevamo fatto. Elio gratis, i Pinguini e Calcutta agli albori, per fare degli esempi».
Come ne è uscito?
«La corsa è sempre stata una valvola di sfogo, ho cominciato a correre di più. La lettura. E poi mi sono creato una bolla con amici e affetti».
È tornato a Treviso e non aveva più i dreadlocks...
«Appena uscito dal covid, a giugno, sono sceso dai miei. Era il compleanno di mio papà, c’era il solstizio d’estate, ero appena fallito, e ho deciso di cambiare. Ero stanco e un po’ vittima di quel personaggio. Tutti pensavo che io mi drogassi, invece avevo i dread solo perché avevo visto un video di Lenny Kravitz».
Se n’è anche andato da Treviso per un po’...
«Sono stato a Miami a lavorare, e poi mi hanno richiamato i ragazzi che volevano ripartire con l’Home. Ho detto di sì perché per me c’era qualcosa di interrotto. E avevo un senso di rivalsa personale».
Rifarà anche il festival?
«Me l’hanno proposto in tutte le salse, ma non è possibile ripetere quell’esperienza . Se il seme dell’Home Festival fosse caduto in un’altra città non sarebbe cresciuto tanto. Ma adesso non potrebbe avere la stessa energia, che permetteva di coinvolgere tutta la città».
E ora cosa fa?
«Il consulente di aziende e mi occupo della programmazione dell’Hard Rock. Tra poco aprirò un locale a San Leonardo, che vorrei diventasse anche un laboratorio culturale. Ma non lascio Treviso, continuo ad essere innamorato di questa città».
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