Riccardo Donadon: «Tra robot e mestieri, la Treviso del futuro è davanti a un scelta»
Il ceo di H-Farm: due vie per i giovani tra tecnologia e lavori indispensabili: «Serve consapevolezza: il mondo sta cambiando velocemente»

Quando se ne va un padre, il tempo cambia misura. Non conti più solo quello che hai vissuto, ma anche quello che avresti voluto ancora vivere. E più ancora le parole non dette e gli attimi non trasformati in lunghe giornate insieme. È da qui che parte la panchina con Riccardo Donadon, fondatore e ceo di H-Farm, uno che da sempre lavora guardando avanti, alle tecnologie, ai ragazzi, alle trasformazioni che arrivano prima ancora che impariamo a nominarle. Eppure, su questa panchina, accanto a sé vorrebbe il padre Luciano, per tutti “Ciano”. «Per me è stato veramente un grandissimo modello», racconta. «Mi ha insegnato a lavorare, mi ha insegnato il sacrificio, mi ha insegnato a tenere le cose in ordine, a fare le cose di un certo tipo».
I valori
Non è il ricordo astratto di una figura paterna idealizzata. È un elenco concreto di gesti, di regole, di valori trasmessi senza enfasi. Il padre, commerciante nel settore della zootecnia, gli ha insegnato una grammatica precisa del fare: serietà, onestà, disciplina, responsabilità. Donadon la restituisce così, senza alzare il tono. «Mi è stato molto vicino, mi ha seguito, mi ha dato sempre fiducia. Poi alla fine era molto orgoglioso di quello che avevo fatto. Penso di averlo ripagato».
È un passaggio importante, perché aiuta a capire da dove nasce anche il suo sguardo sul presente e sul futuro. Dietro l’imprenditore che ha costruito uno dei progetti più noti nel campo dell’innovazione e dell’educazione c’è infatti anche il ragazzo che passava il tempo davanti al computer, affascinato da quel primo mondo invisibile che si apriva con il rumore del modem e dell’accoppiatore telefonico.
L’intuizione
«Mi ha sempre colpito il fatto che da una stanzetta, da un ufficio, da dovunque tu fossi, potevi entrare in una rete globale». Quell’intuizione arrivò presto. Quando ancora lavorava con il padre, già sognava di costruire qualcosa su internet. L’occasione arrivò alla Ghirada, negli anni in cui Benetton responsabilizzava i giovani dando loro spazio e fiducia. «Mi dissero: mi serve una stanza dove i ragazzi possano collegarsi e giocare con il computer.
E io risposi: la faccio, però vorrei anche portare avanti il mio progetto». Il suo progetto era un centro commerciale online. Sembra normale oggi. Allora era quasi fantascienza. Da lì nacque il primo centro commerciale che vendette online in Italia. Poco dopo fu acquistato da Infostrada. E da lì partì il resto.
Ma il passaggio decisivo, nel suo racconto, non è tanto l’impresa in sé. È il momento in cui smette di lavorare “con” il padre e comincia a lavorare “secondo” ciò che il padre gli ha insegnato. Il legame con Treviso resta fortissimo. «Adoro Treviso», dice. «Sono iperorgoglioso del Veneto, della mia regione, dell’Italia. Ma di Treviso in particolare». È una città che porta sempre agli ospiti internazionali che arrivano a H-Farm.
Il territorio
E quello che raccoglie, ogni volta, è quasi sempre lo stesso stupore: trovano una città bella, accogliente, con una qualità della vita altissima. «Tutti i genitori che sposano il nostro progetto e trasferiscono la famiglia nel territorio per portare i ragazzi a scuola da noi adorano Treviso. Dicono che è spettacolare».
Questo sguardo esterno gli interessa molto, forse più di quello interno. Perché rivela sia il valore di ciò che c’è, sia il rischio di non accorgersene più. Treviso, osserva, è ancora “un salotto”, un luogo dove si vive bene. Ma dentro questa qualità si muove anche una complessità crescente, sociale e culturale, che non riguarda solo la città ma tutto il Paese. Il cambiamento si sente. E una realtà piccola, ordinata, abituata a una forte comfort zone, lo percepisce persino di più. Il suo ragionamento, però, non è nostalgico. Donadon non rimpiange un’età dell’oro perduta. Semmai teme l’inconsapevolezza. «Il nostro territorio deve essere più curioso e più consapevole che il mondo sta cambiando a una velocità spaventosa».
È qui che il discorso si fa netto. La tecnologia, dice, ha modificato profondamente il comportamento della società, ma non è stata accompagnata nel modo giusto. «Non abbiamo educato i ragazzi all’utilizzo di questi strumenti. E dobbiamo farlo immediatamente. Se si perdono su Instagram, abbiamo perso tutto».
L’educazione
La parola che usa più spesso è una sola: educare. Non basta consegnare strumenti. Bisogna insegnare a usarli. Non basta celebrare genericamente l’innovazione. Bisogna trasformarla in competenza, in responsabilità, in lavoro. E qui arriva uno dei passaggi più forti del suo ragionamento: i giovani, secondo lui, hanno davanti due grandi traiettorie. La prima è quella dei lavori che non scompariranno, o non scompariranno presto, e di cui avremo un bisogno enorme: artigianato, manutenzione, competenze tecniche concrete, tutto ciò che un robot non potrà sostituire nel giro di pochi anni.
La seconda è quella della trasformazione tecnologica: intelligenza artificiale, robotica, architetture digitali, capacità di stare dentro il cambiamento come protagonisti e non come spettatori. «Abbiamo due macro strade per le nuove generazioni» spiega. «O fanno quei lavori che non scompariranno mai, almeno per i prossimi dieci anni, oppure si mettono a lavorare su questo tema della trasformazione. Ma bisogna dirglielo. Bisogna dare loro le traiettorie giuste».
Il futuro
È un punto che sente quasi fisicamente. A H-Farm vede ragazzi che cercano di trascinare i genitori dentro il futuro. «Abbiamo studenti che portano mamma e papà agli open day, ai dialoghi, al caffè, per fargli capire che quello che pensano loro — robot, intelligenza artificiale, computer — non è una sciocchezza. Può essere davvero il loro lavoro».
Questo ribaltamento generazionale lo colpisce. Un tempo erano i padri a mostrare il mondo ai figli. Oggi, spesso, accade anche il contrario. I figli provano a mostrare ai genitori il mondo che sta arrivando. Eppure Donadon non cede mai alla retorica della tecnologia salvifica.
I valori
La sua visione resta ancorata ai valori ricevuti. «Mio papà mi ha insegnato a essere onesto, a fare le cose bene, a tenerle in ordine. Quelle cose lì restano il primo piano». Solo che oggi, a quei valori, bisogna aggiungere un’alfabetizzazione nuova, radicale, sull’uso degli strumenti. Altrimenti il rischio è duplice: perdere i giovani più brillanti e lasciare indietro chi non trova più un posto leggibile nel mondo.
La sua lettura è ampia, ma torna spesso a Treviso. Perché qui, dice, esiste un grande fermento imprenditoriale. La sua generazione ha ricevuto in eredità modelli fortissimi: Benetton, certo, ma anche tanti imprenditori capaci di trasformare realtà locali in organizzazioni globali. «Abbiamo avuto semi pazzeschi», dice. «Tantissimi giovani potenzialmente possono fare bene. Dobbiamo cercare di tenerli qua, non farli andare via».
Trattenere i talenti
È qui che il futuro della città si gioca davvero: sulla capacità di trattenere talenti, di dare loro occasioni, di non costringerli a cercare altrove ciò che potrebbe nascere qui. Treviso, secondo lui, potrebbe diventare un laboratorio concreto, soprattutto in alcuni campi molto precisi. Uno su tutti: la medicina. «La città ha preso una traiettoria importante in questo senso. E lì c’è sicuramente uno spazio enorme».
Ma attenzione: non basta portare corsi di medicina. Bisogna portare la frontiera avanzata, quella che connette medicina e tecnologia. «Il medico del futuro è un medico che sa di tecnologia. Deve saper usare l’intelligenza artificiale, deve saper accedere alla conoscenza che c’è dentro quei sistemi». Ancora più in là, vede arrivare una rivoluzione che intreccia sanità, invecchiamento e robotica. La sua è una visione spiazzante, ma lucidissima: la terza età del futuro avrà bisogno di assistenza e il sistema tradizionale del caregiving non basterà più.
«Non avremo personale che ci assista quando saremo anziani. Quindi l’unica possibilità che abbiamo, a livello globale, è la robotica. Poi ci sarà l’umano che ti aiuta, che ti parla, che ti dà una parola dolce. Ma non farà più certe attività». Per questo la città dovrebbe cominciare a pensarci adesso, non quando sarà troppo tardi. «Servirebbe un tavolo di discussione su come si disegna la città del futuro. Una task force che metta insieme tutti gli attori e costruisca in modo organico un piano vero».
Il punto, per lui, è sempre lo stesso: il futuro non può essere affrontato come un’emergenza dell’ultimo momento. Va progettato. Con coraggio, con visione, con educazione. E con una dose necessaria di umiltà: capire che non basta vivere bene oggi se non si prepara il domani. E allora il futuro, forse, è proprio questo: non solo inventare il mondo di domani, ma lasciare ai giovani strumenti veri per abitarlo. Con competenza, con libertà e con la stessa fiducia che un padre, un giorno, ha saputo mettere nelle mani di un figlio.
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