Chiara Minacciolo: «La bellezza di Treviso da vivere lentamente, senza schermi davanti»
L’architetto e content creator racconta la città tra acqua, scorci e vita quotidiana: «Ci meravigliamo ancora, ma dobbiamo imparare a fermarci»

Chiara Minacciolo racconta la bellezza. La osserva, la seleziona, la restituisce a chi la guarda attraverso lo schermo di un telefono. Architetto, content creator, quasi sessantamila persone che ogni giorno seguono il suo sguardo sui luoghi. Ma la sua non è una fuga nella dimensione digitale.
È, al contrario, un modo per tenere insieme tutto: il lavoro e la famiglia.. I figli, otto e dieci anni, da seguire nel quotidiano. E accanto a lei Nicola, marito e architetto anche lui, spesso compagno di lavoro oltre che di vita.
La famiglia
Le tecnologie, per Chiara, non sono solo uno strumento professionale, ma una possibilità concreta: lavorare senza allontanarsi, costruire un equilibrio, non perdere pezzi. È anche per questo che, quando si tratta di immaginare quella panchina, la scelta sorprende solo all’inizio. «Io mi siederei con Nicola». Nessun grande personaggio, nessun nome lontano nel tempo. Perché oggi, più di ogni altra cosa, ciò che manca davvero è il tempo.
«Non è che non parliamo – racconta – ma con due bambini, lui che lavora fuori tutto il giorno… alla sera siamo sempre tutti insieme. È bello, certo. Però è difficile trovare momenti solo per noi».
La scena è quella di tante famiglie: il padre che rientra, i figli che gli corrono incontro, la casa che si riempie di voci. «Quando arriva, i bambini non vedono l’ora di stare con lui. E quindi siamo sempre tutti insieme. Ma i discorsi da adulti, quelli più lunghi, più profondi, durante la settimana non riusciamo mai a farli». E anche quando il tempo sembrerebbe esserci, in realtà sfugge. «La sera, quando i bambini vanno a letto, siamo talmente stanchi che non vediamo l’ora di dormire. Ci sono ancora le cose da sistemare… e quel tempo che potrebbe esserci, alla fine non c’è». Ecco allora il senso di quella panchina: «Mi piacerebbe avere un momento lungo, tranquillo, solo per noi. Per parlare di tutto quello di cui non riusciamo mai a parlare». Un tempo sospeso, senza figli, senza corse, senza telefono. Perché è proprio il telefono, oggi, a rendere tutto più complicato.
Il lavoro
«Una volta il lavoro finiva quando ti alzavi dal computer. Adesso no. È continuo. Il telefono non si spegne mai». Nel suo caso, ancora di più. «Il mio lavoro è con il telefono. Racconto i luoghi, faccio video, do consigli. Anche quando sono in giro penso sempre: questo potrebbe diventare un contenuto». Una dinamica che rischia di diventare una gabbia. «A volte mio marito mi dice: scegli dei momenti in cui lo lasci stare e ti godi quello che hai davanti. Perché altrimenti non lo vivi davvero».
E allora la panchina diventa anche questo: uno spazio senza schermo. «Lì il telefono non c’è». La sua storia parte da lontano ma prende forma quasi per caso. Architetto, per anni responsabile comunicazione in un'azienda, tra fotografie e relazioni con i media. Poi la chiusura durante il Covid, due figli piccoli, la necessità di reinventarsi. «Avevo iniziato per gioco, con una semplice pagina. Mi piaceva fotografare. Non avevo tempo per corsi, imparavo guardando gli altri». Poi le prime collaborazioni, i primi riconoscimenti e infine la scelta. «Mi sono detta: proviamo. E ho costruito un lavoro che mi permette di stare a casa, seguire i miei figli e allo stesso tempo fare quello che mi piace». Un equilibrio non scontato. «Mi sono imposta dei limiti: lavoro la mattina e il primo pomeriggio, poi sto con loro».
La sua Treviso
Il suo racconto ha una cifra precisa: la semplicità. «Mi dicono che piace il modo in cui racconto le cose. Io cerco solo di trasmettere quello che vedo e quello che provo». Una moderna cantastorie della bellezza, ma con un confine chiaro: «La mia vita privata la tengo per me».
E poi c’è Treviso. Una città che conosce bene, ma che continua a sorprenderla. «La vedo come una città a misura d’uomo. Un grande paese. Ogni volta che torno da Milano penso: qui si vive meglio».
Una città da attraversare lentamente. «Anche se sono di corsa, mi capita di incantarmi. E non è scontato, in un posto che vedi tutti i giorni». Gli scorci, l’acqua, le prospettive. «Ci sono angoli in cui passo e ogni volta faccio una foto». Accanto alla bellezza emergono anche le fragilità. «Ci sono zone che mi mettono un po’ in allerta, come la zona di piazza Borsa o la stazione. Quando ci passo stringo la borsa. Però penso anche che succede ovunque».
Lo sguardo al futuro
E poi lo sguardo sul futuro, che per lei passa dalla cura concreta dei luoghi. «Io uso tantissimo Prato Fiera perché i miei bambini vanno a scuola lì. Non dico di togliere il parcheggio, però andrebbe sistemato». Oggi è uno spazio senza regole. «È una spianata di ghiaino dove si parcheggia ovunque. Ma è anche una zona molto frequentata: scuole, Restera, famiglie».
L’idea è semplice: «Si potrebbe organizzare meglio, con una parte a parcheggio e una a parco. Sarebbe bellissimo poter portare lì i bambini a giocare dopo scuola». Un intervento concreto, ma anche simbolico. «Ci sono edifici fermi da anni che danno un senso di abbandono. Ed è un peccato, perché siamo a ridosso di una delle più belle passeggiate».
E poi c’è il tema più grande: l’identità. «Treviso ha tante cose, ma forse non ha ancora un’immagine chiara. Si parla di città d’acqua, ma non è così riconosciuta». Eppure la direzione è evidente. «L’acqua è l’elemento che la distingue davvero.
L’acqua e l’atmosfera
Se devo scegliere una foto rappresentativa, scelgo sempre quella con l’acqua». Non una piazza qualsiasi, ma uno scorcio unico. «Piazza dei Signori è bellissima, ma è simile a tante altre piazze. I Buranelli no». E forse ancora di più il Cagnan. «È più aperto, più autentico».
Un patrimonio che potrebbe diventare racconto. «Dare un’identità legata all’acqua sarebbe molto interessante. Intorno a quello si potrebbero costruire percorsi, esperienze, valorizzazione». Perché l’acqua, oltre a essere bellezza, è atmosfera. «Pensa alle luci a Natale. Cambia tutto. Sarebbe bello valorizzarla di più durante l’anno».
Il suo sguardo resta quello di chi osserva per raccontare. «Io cerco di far conoscere la città attraverso quello che mi colpisce». E non è un caso che siano sempre gli stessi luoghi. «I miei posti sono quelli dove c’è l’acqua: Buranelli, ponte Dante, ponte San Francesco». Luoghi che continuano a sorprendere. E che forse, per diventare davvero futuro, hanno solo bisogno di essere guardati meglio. Con più attenzione, con più cura. E magari, ogni tanto, anche senza uno schermo di un telefonino in mezzo.
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