Maria Teresa Cusumano: «Treviso, città d’acqua e cultura, per il suo futuro ha bisogno dei bambini»
La giudice e scrittrice Maria Teresa Cusumano: fiumi e storia le chiavi della rinascita. «La letteratura ci aiuta a capire la vita e le emozioni»

Due mesi agli esami di maturità bastano per riportare Giacomo Leopardi dentro una casa.
Basta avere due figli al triennio del liceo, sentirli parlare di autori, verifiche, interrogazioni, e accorgersi che certi nomi tornano a vivere non come statue scolastiche, ma come presenze che ancora interrogano.
Così, quando le si chiede con chi si siederebbe su questa panchina, Maria Teresa Cusumano non ha un attimo di esitazione. Sceglie proprio lui: Leopardi.
Non lo fa per culto accademico, né per omaggio rituale al più grande dei classici. Lo fa per una ragione molto concreta, quasi urgente. «Trovo che sia una persona incredibile, perché ha saputo fare della sua fragilità la sua più grande arma. E ha saputo utilizzare quella fragilità come punto di ripartenza».
Nelle sue parole non c’è il Leopardi stereotipato del pessimismo, ma un autore che diventa chiave per leggere il presente.
Soprattutto se si arriva alla “Ginestra”, che Maria Teresa Cusumano considera un po’ il suo testamento spirituale.
«Noi abbiamo l’idea di una persona che tutto fece tranne che abbattersi. Credo che questi siano gli esempi di cui abbiamo bisogno oggi».
Classici vivi
Giudice del lavoro a Treviso, ma da sempre anche scrittrice, appassionata di storia e letteratura, Cusumano parla dei classici come di strumenti vivi. «In un’epoca in cui si parla tanto di educazione alle emozioni, la letteratura è un veicolo meraviglioso di studio delle emozioni umane.
Leggendo, abbiamo la possibilità non solo di interpretare i fatti che ci circondano, ma anche le emozioni che stanno sotto quei fatti e i sentimenti che muovono la realtà attorno a noi».
È questo il punto che le sta più a cuore. I giovani, dice, sono spesso fragili, chiusi dentro un orizzonte ristretto, «abbastanza limitati nel loro mondo fatto di social».
E forse proprio per questo avrebbero bisogno di tornare ai classici, di incontrare parole capaci di dare profondità e respiro.
«Io sono contenta quando vedo che leggono una poesia o un’opera letteraria. Ho la sensazione che quella sia una delle strade per veicolare chiavi di salvezza personale».
L’affetto per la città
Il suo sguardo, però, non si ferma alla scuola. Da sempre a Treviso — arrivò qui nel 1975, quando aveva un anno — Maria Teresa Cusumano guarda alla città con l’affetto di chi la conosce profondamente.
Le scuole, l’università a Padova, i primi cinque anni di magistratura a Sciacca, in Sicilia, poi il ritorno nel 2008. Un rapporto lungo, quasi una fedeltà. «Ormai sono nozze d’oro con la città» dice sorridendo. E Treviso, secondo lei, ha già molti elementi preziosi da cui partire.
«È una città che dà tanto spazio alla cultura» osserva. Cita Carta Carbone, gli incontri a Santa Caterina, le iniziative che affidano a persone provenienti da mondi diversi il racconto del libro della loro vita.
«È una città che si è aperta. Ha spazi e luoghi dedicati all’arte e alla letteratura, e questa è una cosa importante se vogliamo pensare a una Treviso del domani». Quello che auspica, però, è un passo ulteriore. Più apertura, più relazioni, più ponti con l’esterno. «È una città un po’ individualista - ammette - ma forse proprio le forme artistiche possono rilanciarla sul piano internazionale, creare collegamenti con persone che vengono da fuori, con personalità di altre regioni d’Italia».
Il suo ragionamento si allarga allora a una dimensione ancora più ampia. Il 1989, la caduta del muro di Berlino, gli anni dell’Erasmus: per la sua generazione quell’idea di Europa è stata una spinta concreta.
«Io credo molto nell’Europa. Quando oggi si parla di federazione d’Europa, io credo che quello sia il futuro. Altrimenti, da soli, non andiamo da nessuna parte». Ma se l’orizzonte è largo, la misura resta sempre quella dei luoghi reali. Quando il discorso si sposta sulla possibile costruzione di una grande città metropolitana che raccolga Treviso, Venezia, Padova, Belluno e Rovigo, la sua risposta è prudente ma netta.
No all’omologazione, sì alla collaborazione. «Ogni realtà urbana ha le sue peculiarità, che sono ineliminabili. Penserei più che altro alla condivisione di un medesimo spirito legato all’essere veneti, dove essere veneti significa custodire le diversità e al contempo battersi per degli ideali comuni».
La visione culturale
Quegli ideali, per lei, hanno a che fare con il territorio, con l’ambiente, con una mobilità più sostenibile, con una rete ferroviaria finalmente efficace. Ma anche con una visione culturale che sappia valorizzare ciò che già esiste.
E qui il discorso torna a Treviso e al suo possibile futuro. «L’impianto della città è piccolo, però le potenzialità ci sono. E non parla per astrazione. Parla dei fiumi, dei cammini, della Restera, del Sile, dei percorsi che potrebbero nascere attorno alla letteratura e al paesaggio. «Noi qui abbiamo la patria di Comisso e di tutto quello che ne viene dietro.
Se ci fossero percorsi ritagliati a misura di questo, la ricerca dei segni sul territorio, dei luoghi che hanno ispirato pagine di letteratura… basterebbe riscoprire qualcosa di questo tipo». La bellezza, in fondo, è già lì. Sta nell’acqua, nelle anse dei fiumi, nel modo in cui il Sile cambia colore avvicinandosi al mare. Sta nella possibilità di immaginare cammini, itinerari di lettura, percorsi per appassionati di fotografia, esperienze culturali che non siano solo consumo ma attraversamento lento dei luoghi.
Nel suo modo di guardare il paesaggio c’è anche un’eredità familiare. Il padre Stefano, medico e grande appassionato di fotografia, negli ultimi anni ha iniziato a osservare il territorio dall’alto, attraverso l’obiettivo di un drone.
«Ha raccontato i fiumi, le loro anse, i cambiamenti di colore dell’acqua, il modo in cui si trasformano avvicinandosi al mare» dice col sorriso. «Immagini che restituiscono una geografia viva, fatta di dettagli che spesso sfuggono allo sguardo quotidiano. In fondo anche questo è un modo per leggere il tempo che scorre e per accorgersi della bellezza che abbiamo sotto gli occhi».
Le sfide del lavoro
Poi, naturalmente, la concretezza del lavoro richiama a terra il discorso. Da quattro anni Maria Teresa Cusumano è giudice del lavoro. Oggi descrive il tribunale di Treviso come un organismo “medio giovane”, con molte risorse nuove, una presidente donna per la prima volta, e una generazione di colleghi pieni di voglia di fare.
Anche nel suo settore, quello del lavoro, vede trasformazioni precise: il tema dei salari minimi, della dignità delle retribuzioni, delle nuove generazioni che si avvicinano al lavoro soltanto se il lavoro lascia loro spazi di vita vera. E come spesso accade, torna anche qui un principio che vale altrove: la qualità chiama qualità.
«Gli avvocati giuslavoristi lavorano molto bene. E di conseguenza anche noi».
Ma quando le si chiede un sogno per la città, la risposta non è né professionale né astratta. È una frase semplice, e forse per questo ancora più forte: «Che tornino a esserci più bambini».
Vive a Santa Maria del Rovere e ha visto chiudere le scuole Pascoli. Vede concentrare le forze giovanili in pochi luoghi, svuotarsi i quartieri, prosciugarsi lentamente una presenza che dovrebbe invece nutrire una città.
«Una città senza bambini e senza giovani è molto problematica», dice. È forse questa, alla fine, l’immagine più vera del suo sguardo su Treviso.
Non una città da reinventare artificialmente, ma una città da rendere di nuovo viva, abitabile, attraversata da presenze, da letture, da passi, da ragazzi, da famiglie, da idee. Una città capace di non avere paura della propria fragilità — proprio come il Leopardi che lei sceglierebbe per questa panchina — e di farne, invece, un punto di forza.
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