Cinema Edera, Fantoni: «La sala è comunità, non solo intrattenimento»

La direttrice del Cinema Edera racconta il legame tra Treviso e il grande schermo, dal ritorno dei giovani in sala alle sfide del cinema d'essai nell'era delle piattaforme: «Il cinema torna comunità, qui c’è fame di cultura»

Domenico Basso
Giuliana Fantoni con Domenico Basso
Giuliana Fantoni con Domenico Basso

C’è un film che a Treviso non finisce mai. Scorre da quasi sessant’anni, cambia formato, passa dalle pellicole ai social, ma resta lì, identico nella sostanza. È Signore & Signori, il racconto firmato da Pietro Germi e Luciano Vincenzoni che ha messo in scena vizi e virtù della provincia italiana. E che, ancora oggi, continua a somigliare sorprendentemente alla città.

«La gente ha sempre voglia di rivederlo – racconta Giuliana Fantoni, direttrice del Cinema Edera e presidente della FICE – Federazione Italiana Cinema d’Essai – è come se Treviso sentisse che, in fondo, qualcosa non è mai cambiato. È una fotografia sociale ancora attuale. Vizi e virtù restano». Al Cinema Edera lo hanno riproposto più volte, spesso su richiesta del pubblico. E ogni volta è stato un successo. «Funziona sempre, forse anche per quella nostalgia che non passa mai. Ma non è solo quello».

LA CITTÀ IN SALA

Ma se quel film è lo specchio in cui la città continua a guardarsi, c’è anche un punto da cui tutto è cominciato. Molto prima. Quando il cinema non raccontava ancora storie, ma semplicemente mostrava la vita. Oggi, su questa panchina, ormai diventata un punto di ritrovo e di molti racconti Giuliana Fantoni immagina di sedere accanto ai Fratelli Lumière, gli inventori del cinematografo.

La sfida del Cinema Edera a Treviso: "Il film in sala deve essere un'esperienza"

«Sorrido spesso pensando a una loro frase: dicevano che il cinema era un’invenzione senza futuro. Erano convinti che fosse una curiosità tecnica destinata a svanire. Invece è successo esattamente il contrario. Ed è curioso che lo abbiano detto proprio loro». A loro, oggi, mostrerebbe quanto lontano è arrivato quel linguaggio. «Gli farei vedere 2001: Odissea nello spazio. Per dire: guardate cosa è diventato il cinema. Uno strumento capace di raccontare l’umanità, di portarci in mondi lontani, di farci vivere vite che non abbiamo vissuto».

È questa, per lei, la sua vera magia: «Il cinema ci permette di fare esperienza anche di ciò che non abbiamo vissuto. E quando le storie sono dure, ci dà il privilegio di uscirne e tornare alla nostra vita. È qualcosa di enorme».

IL PRESIDIO DEL CINEMA

Oggi quella magia passa da un luogo preciso: il Cinema Edera. Un presidio culturale che la città ha imparato a riconoscere soprattutto nei momenti difficili. «Non ci eravamo mai resi conto fino in fondo di cosa rappresentasse per le persone – racconta – finché, durante la pandemia, c’è stato il timore che potesse chiudere. In quel momento abbiamo sentito un affetto incredibile. È stata l’energia che ci ha permesso di ripartire». Da allora, l’Edera non è più solo un cinema. È diventato qualcosa di più.

«Non dobbiamo più pensare che la gente venga al cinema per vedere un film. Il cinema oggi deve essere un’esperienza. Un luogo in cui le persone si riconoscono, si incontrano, si sentono parte di una comunità». La differenza, dice, si coglie anche nel linguaggio: «È significativo che il nostro pubblico dica “andiamo al cinema”, piuttosto che “andiamo a vedere quel film”. È una sfumatura, ma racconta molto della fiducia verso un’ offerta di qualità. Qualcosa di bello da vedere c’è sempre».

In un tempo in cui le piattaforme permettono di vedere tutto da casa, la sfida è proprio questa: costruire appartenenza. «Se il cinema è solo intrattenimento, resta fragile. Se diventa comunità, allora resiste». E Treviso, in questo, sorprende. «È una città culturalmente affamata. Me ne accorgo dal fatto che ritrovo i miei clienti alle presentazioni dei libri, alle mostre, ai concerti. È una rete viva, una contaminazione continua». Una rete che negli ultimi anni ha iniziato anche a organizzarsi. «Si stanno creando sinergie tra realtà diverse: cinema, teatro, laboratori, scrittura. Il successo di uno alimenta gli altri. È un sistema virtuoso».

Eppure, accanto a questa vitalità, resta anche una fragilità evidente: il cinema in centro città è scomparso, così come molte attività storiche la cui chiusura ha lasciato un vuoto. «Quando chiude una bottega artigianale o un’attività storica non si perde solo un negozio ma un pezzo di identità locale. È come se la città perdesse un po’ d’anima».

I GIOVANI MAESTRI

Ma è guardando ai più giovani che lo sguardo cambia. «Sta succedendo qualcosa di molto bello. Negli ultimi tempi si è avvicinata una nuova generazione di cinefili, ragazzi che dimostrano interesse per i film restaurati, i film in versione originale, i grandi classici. Sentono il bisogno di una bussola per orientarsi nella complessità del cinema d’autore e hanno capito che possono trovarla partendo dai capolavori dei grandi maestri. È un ottimo segnale». Si muovono in gruppo, si contaminano, si trascinano. E spesso creano occasioni autonome per incontrarsi.

«Ci sono ragazzi che organizzano serate, aperitivi culturali, appuntamenti per andare a concerti o a teatro. E ci hanno chiesto: perché non anche il cinema?». Accanto a loro nascono gruppi di lettura, incontri spontanei nei locali, comunità che si costruiscono attorno alla cultura. «A volte basta accendere una scintilla e grazie alla curiosità si accende una passione autentica». E forse è proprio questo il punto. «Per anni abbiamo pensato che il cinema d’essai fosse qualcosa di difficile, distante. Non è vero. Se dai ai ragazzi gli strumenti per capirlo, si apre un mondo che è anche il loro». I dati lo confermano: oggi sono proprio i giovani a trainare il ritorno in sala.

«Sono stati i primi a ripopolare le sale dopo i lunghi mesi di chiusura. È su di loro che si gioca la sfida del futuro». Fantoni li osserva con fiducia. «Hanno bisogno di spazi, di occasioni, di qualcuno che creda in loro. Se questo succede, rispondono. E anche con una profondità sorprendente».

COMUNITÀ DA COSTRUIRE

La sua è una visione semplice e insieme ambiziosa: una città che continui a costruire comunità attorno alla cultura. «Quello che sogno è che questa passione venga raccolta dai giovani. Che quello che stiamo costruendo non si perda, ma diventi un’eredità».

Come il cinema, del resto. Nato come un’invenzione “senza futuro” e diventato, nel tempo, uno dei modi più profondi per raccontare la vita. E forse anche Treviso, come in quel vecchio film che continua a scorrere, deve solo trovare il modo di raccontarsi ancora. Insieme. E allora forse la vera sfida è proprio questa. Trasformare una somma di esperienze in una comunità consapevole. Proprio come accade in una sala buia, quando le luci si spengono e, per un attimo, storie diverse si ritrovano a battere allo stesso ritmo. 

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