Il giudice Pedoja: «Il coraggio silenzioso di Stiz, Treviso deve unirsi per ritrovare sé stessa»

Francesco Pedoja sottolinea: «Legalità e collaborazione sono la vera forza. Questa città ha tutto, ma non riesce ancora a fare squadra»

Domenico Basso
Il giudice Francesco Pedoja con Domenico Basso sulla panchina che guarda al Cagnan
Il giudice Francesco Pedoja con Domenico Basso sulla panchina che guarda al Cagnan

Ci sono figure che non hanno bisogno di alzare la voce per lasciare un segno. Figure che restano, quasi in controluce, proprio perché hanno scelto il rigore invece della scena, il dovere invece della visibilità. Se il giudice Francesco Pedoja dovesse immaginare qualcuno seduto accanto a sé, su questa panchina, sceglierebbe una presenza di questo tipo: il suocero, il giudice Giancarlo Stiz. «Vorrei sedermi con lui», dice. «Per quello che ha rappresentato non solo per me, ma per tanti colleghi e per questa città».

Piazza Fontana

Il nome di Stiz appartiene alla storia della magistratura italiana, non soltanto a quella trevigiana. Fu uno dei magistrati che aprirono la cosiddetta pista nera della strage di Piazza Fontana, scegliendo di non archiviare il fascicolo sul libraio Giovanni Ventura e dando credito alle confidenze dell’insegnante Guido Lorenzon.

Da quella decisione nacquero minacce di morte, e la necessità per lui e per la famiglia di vivere sotto scorta. Ma nel ricordo di Pedoja il rilievo pubblico non cancella la statura umana.

«Ha insegnato a me e a tutti i miei colleghi la professionalità, la coerenza etica, il coraggio», racconta. «Era una persona schiva da ogni forma di pubblicità. Riteneva fondamentale il rispetto della legalità a tutti i livelli. E si rendeva sempre disponibile, soprattutto nei confronti dei più deboli e degli indifesi».

Non c’è enfasi nelle sue parole, piuttosto riconoscenza. Il ritratto che emerge è quello di un magistrato rigoroso e insieme profondamente umano, capace di essere guida senza mai esibire il proprio ruolo. «Il Tribunale di Treviso sarà intitolato a lui», ricorda Pedoja. E in quella futura intitolazione c’è il segno di una memoria pubblica che si salda a un’eredità privata e professionale.

Il modello Pordenone

Prima di Treviso per Pedoja c’è stata Milano con gli anni della formazione, l’incontro con magistrati come Colombo e D’Ambrosio, una stagione intensa in cui il diritto era anche passione civile.

Poi il ritorno nel Nord Est, l’esperienza trevigiana e infine quella a Pordenone, che nel suo racconto diventa quasi un termine di paragone inevitabile. «Quando nel 2010 sono passato a Pordenone, a sessanta chilometri da qui, ho trovato un altro mondo», dice. «Non per la qualità dei giudici o delle persone, ma per il clima complessivo, per i rapporti con la collettività, con il Comune, con gli enti».

È un passaggio importante, perché dice molto anche su ciò che secondo lui manca a Treviso. A Pordenone, racconta, ha trovato una collaborazione intensa tra istituzioni, enti locali, professionisti, categorie.

«Ho visto lavorare insieme Comune, Provincia, enti statali, tribunale. Abbiamo fatto progetti comuni. E questo faceva la differenza». Pedoja parla da magistrato, ma anche da uomo che ha sempre vissuto il proprio mestiere come un terreno di relazione, non di chiusura burocratica.

«Io ho sempre detto agli avvocati: solo se ci sono bravi avvocati, ci possono essere bravi giudici. Se hai davanti un professionista preparato, che ti pone problemi seri, tu sei costretto a studiare, a crescere. Se invece il livello si abbassa, inevitabilmente ti adegui anche tu».

Da qui nasce un’idea di cultura che non riguarda solo i libri o i teatri, ma il modo in cui una città mette in circolo le sue energie migliori. «Con la Camera civile, con l’Ordine degli avvocati, con i commercialisti, a Pordenone c’era un confronto vero tra categorie, una condivisione ampia. Quella, per me, era cultura. Cultura giuridica, certo, ma anche cultura civile».

Le potenzialità

È anche per questo, spiega, che quella città ha saputo costruire nel tempo una riconoscibilità più nitida. «Capisco perché Pordenone è arrivata dov’è arrivata con la nomina a città Italiana della cultura. Ha vinto perché ha coinvolto tutti. Ha creato rete. Ha saputo valorizzare le sue eccellenze e metterle a sistema».

E Treviso? La risposta non è liquidatoria, tutt’altro. Pedoja non nega mai le qualità della città. Anzi, proprio da lì parte la sua amarezza. «Treviso ha delle potenzialità straordinarie», dice. «Urbanistiche, territoriali, paesaggistiche. È in una posizione straordinaria, a metà strada tra Venezia e Cortina, ha la zona del Prosecco, ha l’acqua, ha una qualità urbana che poche città hanno». Eppure, aggiunge, «non riesce a uscire dal suo guscio».

L’immagine è efficace. Una città ricca di risorse che però fatica a metterle in movimento. «Le iniziative spesso nascono dalle fondazioni, da singole realtà, da soggetti che fanno già molto. Ma manca una regia comune. Manca la capacità di lavorare davvero insieme».

La mostra dedicata alla Rossignona

Lo sguardo sul futuro, allora, torna a una stagione del passato. Pedoja la evoca attraverso una mostra che ricorda con particolare convinzione: quella dedicata alla Rossignona, allestita anni fa, sui pittori trevigiani che nel 1947-48 si ritrovarono per dare un nuovo impulso culturale alla città uscita dalle rovine della guerra.

«Quella mostra era bellissima», dice. «Raccontava un momento in cui i pittori più importanti di Treviso si erano messi insieme per ricostruire non solo materialmente, ma culturalmente, la città. Ecco, quello spirito si è perso». Non è nostalgia generica. È il rimpianto per un metodo, per una disposizione comune. «Oggi non mancano le idee, non mancano le persone, non mancano neppure i progetti. Manca una visione condivisa».

Spazi e progetti

Lo dice anche pensando a mostre già pronte, a percorsi culturali che potrebbero essere attivati, a occasioni che restano sospese. «Abbiamo progetti importanti, abbiamo quadri, mostre, contenuti. Ma non ci sono abbastanza spazi, e soprattutto non c’è la volontà di fare sistema». Per questo il tema degli spazi ritorna spesso nel suo discorso: spazi espositivi, spazi per mostre, spazi fieristici, luoghi in cui la città possa esprimere meglio ciò che possiede.

Ma non basta avere i muri. Serve alzare il livello complessivo. «Il problema è la qualità» dice a un certo punto, in modo netto. «Manca la qualità. E quando manca la qualità, tutto si appiattisce».

Non parla solo di cultura alta. Parla anche della vita quotidiana della città, di quello che si vede nelle strade, nei locali, nell’offerta complessiva. «Vedi locali tutti uguali, offerte tutte uguali, una proposta che non cerca mai davvero di elevarsi. E la gente prende quello che trova. La gente va stimolata. Il punto è che bisogna proporre qualità».

L’identità forte

Treviso, secondo Pedoja, avrebbe tutto per farlo. Ha fondazioni importanti, energie culturali, associazioni, professionalità, competenze. Ha una storia, un paesaggio, un’identità forte. Ha perfino esempi concreti di collaborazioni riuscite. Ma troppo spesso queste forze restano parallele, non convergono.

«Bisogna sfruttare gli asset che già abbiamo», osserva. «Valorizzare davvero quello che c’è. Metterlo in rete». È una formula semplice, ma dentro ha una vera idea di città.

E in fondo non è lontana nemmeno dalla lezione di Stiz. Perché in quel rigore morale, in quella discrezione, in quel senso profondo delle istituzioni che Pedoja riconosce nel suocero, c’è anche un’idea molto precisa di responsabilità pubblica: fare bene il proprio compito e servire una comunità. Forse è per questo che, più che di grandi parole, questo dialogo sulla panchina è fatto di un lessico sobrio: legalità, coerenza, collaborazione, qualità.

Parole che sembrano antiche e invece suonano urgentissime. E allora la sfida per Treviso, più ancora che inventarsi qualcosa di nuovo, potrebbe essere proprio questa: riconoscere fino in fondo il valore di ciò che ha, mettere insieme le sue energie migliori, smettere di procedere per compartimenti e ritrovare finalmente un’idea comune di città. —

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