Natalina Botter: «Vedo un turismo di massa, ma Treviso chiede qualità»

Storica guida della città, ricorda gli anni con Bepi Mazzotti: «Oggi tanti selfie, l’approfondimento culturale interessa poco»

Domenico Basso
Natalina Botter seduta con Domenico Basso sulla panchina sul Cagnan
Natalina Botter seduta con Domenico Basso sulla panchina sul Cagnan

Natalina conosce Treviso come si conosce una persona amata: non per memoria, ma per confidenza. Sa dove la città abbassa la voce, dove nasconde le sue timidezze, dove conserva le storie che non fanno rumore.

Ha passato una vita a condurre altri dentro questi spazi, a portarli dove normalmente non si entra, a fermarsi davanti a un dettaglio che sembra nulla e invece è tutto. Ha accompagnato migliaia di persone. Italiani, stranieri, curiosi, studiosi. Li ha condotti tra calli, ville, corti, affreschi, saloni che profumano ancora di calce e di tempo.

Non li ha mai semplicemente “portati”: li ha fatti entrare.

Aprire le ville senza chiavi

Non è un modo di dire. Un giorno un grande giornale francese, Le Figaro, le dedicò un articolo chiamandola la “signorina che apre le ville senza chiavi”.

Le porte si aprivano davvero. Perché c’era fiducia. Perché c’erano rapporti costruiti negli anni. Perché dietro a Natalina Botter c’era una storia di famiglia e di arte che comincia molto prima di quel soprannome elegante.

Comincia con una ragazza di diciassette anni. E con un uomo che le dice: ho un gruppo di cento persone. Metà a te e metà a me. È così che Natalina diventa guida. Quell’uomo è Giuseppe Mazzotti.

 

Natalina Botter con Giuseppe Mazzotti
Natalina Botter con Giuseppe Mazzotti

L’arte, il territorio, l’idea che la bellezza non vada custodita in silenzio ma raccontata: tutto questo le arriva da lui. Dal rigore che pretendeva. E dalla fiducia che sapeva dare. Natalina si siede sulla panchina come se dovesse incontrarlo. Lascia uno spazio accanto. E in quello spazio tornano i viaggi, le strade, i gruppi numerosi, le partenze all’alba, le macchine cariche di mappe e di domande.

Il commendator Mazzotti

«Andavo da mio padre Mario prima di partire con un gruppo, dovevo sapere tutto – ricorda – Il commendator Mazzotti mi mandava sempre gruppi di una certa cultura. Veramente straordinari».

Poi abbassa leggermente la voce. «Con i dipendenti sembrava severissimo – racconta - Con me, invece, aveva una delicatezza… una passione. Mi adorava, nel senso che ero l’unica che lo seguiva sempre, gli facevo anche da autista».

Natalina Botter con Giuseppe Mazzotti
Natalina Botter con Giuseppe Mazzotti

Si ferma, come se rivedesse una scena precisa. «Una volta eravamo in viaggio, tre giorni in Veneto, doveva scrivere un libro. A un certo punto la macchina si ferma. Io penso: adesso me ne dice di tutti i colori. E invece mi dice: non ti preoccupare, ti spingo io. È sceso e mi ha spinto la macchina. Con un altro l’avrebbe sgridato. Con me no. Questo per me è stato un riconoscimento straordinario».

La famiglia

Natalina seduta su quella panchina lascia uno spazio anche per sua sorella Laura. Natalina era l’ultima di quattro fratelli. Ora è rimasta sola. E Laura, dice, era diventata negli anni l’ultimo appiglio per tenere insieme i ricordi della famiglia.

«Da quando è mancato mio marito sento ancora di più la sua mancanza – racconta - Era a lei che mi appoggiavo quando avevo bisogno, quando non mi ricordavo qualcosa, quando mi sentivo un po’ giù. Anche solo moralmente. Era medico, ma soprattutto era un punto di riferimento».

Una presenza discreta. Come certe luci che non si notano, ma senza le quali una stanza resta buia. Natalina oggi continua a fare la guida. Lo dice senza enfasi, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Sono più di sessant’anni che accompagna persone dentro Treviso.

Natalina Botter: "Su questa panchina vorrei aver al mio fianco Bepi Mazzotti"

La città

E proprio per questo, forse, vede quello che altri non vedono più. «La città, adesso, io la vedo incredibilmente caotica. Nel vero senso della parola».

Non è una lamentela. È una constatazione. Ha viaggiato molto, in Europa. Ha visto città grandi chiudere i loro centri storici alle auto alle nove del mattino. Catene ai varchi. Spazi restituiti ai passi. A Treviso, invece, a mezzogiorno passano ancora camion che scaricano birre, farine, pacchi, rifornimenti. Camion, macchine, camioncini, uno dietro l’altro. «Io mi sono anche divertita a fare fotografie – spiega – Alle dieci, alle undici, mezzogiorno, alle due. Una cosa vergognosa. E i turisti lo notano».

Soprattutto quelli tedeschi, racconta. Abituati a centri storici vuoti, silenziosi, pedonali. «Quando passo con i gruppi in Calmaggiore dico sempre: fate attenzione, perché questa in tutte le città sarebbe zona pedonale. E loro si mettono a ridere, perché vedono macchine che passano di qua e di là».

Fra turismo e traffico

Il problema non è solo il fastidio. È che così diventa impossibile fermarsi. «Se uno vuole guardare gli affreschi delle case, deve mettersi in mezzo alla strada. E io continuo a dire: attenzione di qua, attenzione di là. Così non si gode niente».

Natalina non parla contro Treviso. Parla per Treviso. «Sarebbe una città stupenda – ammette – Ma il traffico disturba tantissimo». Poi allarga lo sguardo. Non è cambiato solo il traffico. È cambiato anche il turismo. «Negli anni Sessanta accompagnavo gruppi di una cultura straordinaria. Adesso è molto turismo di massa con poca preparazione, gente che viene principalmente per fare i selfie». Non se la prende con chi arriva. Se la prende con il modo in cui Treviso viene venduta.

«Ci sono agenzie che hanno capito che Treviso attira – dice – La sanno vendere bene, commercialmente. Usano parole bellissime. E fanno numeri». Ma i numeri, per una guida come lei, non sono tutto.

«Io ho la fortuna che posso parlare di tante cose. Racconto i particolari. Quelli che gli altri non sanno – dice orgogliosa – Io racconto Treviso con la mia voce senza l’ausilio di quelle cuffiette che la maggior parte delle guide usano e che Mazzotti non ammetterebbe perché è la voce autentica che crea relazione e attenzione».

Passato e futuro

A un certo punto Natalina prova a immaginare cosa direbbe oggi Giuseppe Mazzotti di questa città: «Criticherebbe il traffico». Poi aggiunge subito una precisazione, quasi a difendere Treviso davanti al suo maestro.

«Treviso non è una città sporca. Questo possiamo dirlo. Lui teneva moltissimo alla pulizia degli alberghi, dei gabinetti, degli spazi pubblici. E su questo, secondo me, non avrebbe nulla da dire. Treviso è abbastanza pulita». Ma sulle auto no.

«Una città così andrebbe vista a piedi. Mazzotti sarebbe furioso». Si ferma un momento. «Questa è una città che va camminata. Solo così la capisci». Lo sguardo scivola dal passato al futuro. «A parte la viabilità, io spero in una città più vivibile. Che si possano abbassare gli affitti dei negozi. Questo sarebbe già una cosa intelligente».

Racconta di quando ha chiesto un piccolo spazio, solo per un mese, per esporre qualche quadro. «Di una stanza di quattro metri per quattro volevano milleottocento euro al mese. Ma non è possibile. Non lo facevo per vendere. Lo facevo per dare vita a uno spazio vuoto».

Sopravvivere e ripartire

Secondo Natalina è da lì che passa la sopravvivenza del centro. «Ci sono troppi negozi chiusi. I turisti lo notano subito. Così il centro piano piano si spegne». E non parla solo di commercio.

«Servirebbero più spazi culturali. Spazi dove incontrarsi, fare conferenze, riunioni, dialogare. Se non ci fosse Casa dei Carraresi, per certe cose, sarebbe il deserto». Lo dice senza amarezza, ma con una fiducia ostinata. «Se hai spazi di un certo tipo, puoi anche richiamare un turismo di un certo tipo». Natalina resta seduta sulla panchina. Lo spazio accanto a lei è ancora libero. Ma non è vuoto. Dentro ci stanno Giuseppe Mazzotti, Laura, e una Treviso che, forse, sta ancora aspettando di diventare fino in fondo se stessa. —

 

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