La nuova vita dopo le sirene. Mille rifugiati ucraini sono rimasti nella Marca

Nel 2022 gli imponenti arrivi dal Paese in guerra, appoggiandosi a parenti e amici, molti ora vivono a Treviso: «La salvezza lontani da casa è un privilegio amaro». «Credevamo che tutto sarebbe finito “domani”, ma così non è stato»

Costanza Valdina
L’arrivo del primo gruppo a Conegliano nel 2022
L’arrivo del primo gruppo a Conegliano nel 2022

«La mia nipotina non ha mai lasciato l’Ucraina e non può comprendere il privilegio che ha mia figlia nell’addormentarsi in silenzio, senza il ronzio dei droni o l’ululato degli allarmi bomba». È una frattura irrimediabile quella di cui racconta Oleksandr. Non solo quella che si produce tra chi è rimasto e chi se n’è andato, ma quella che si è aperta nelle vite di un popolo che da 1.461 giorni «vive la guerra come un’esperienza quotidiana».

La lontananza è un privilegio amaro. Oleksandr lo sa bene. Da qualche anno a Treviso ha preso le redini dell’associazione Prostir, un punto di riferimento per gran parte dei quattro mila ucraini che oggi vivono nella provincia. Un salvagente per gli oltre due mila che dopo l’invasione russa del 24 febbraio 2022 hanno trovato rifugio nella Marca. A distanza di quattro anni, mille tra loro, hanno deciso di rientrare a casa. «C’è chi, però, non ha neppure la possibilità di scegliere», ammette Oleksandr, «chi è rimasto senza un tetto, chi ha perso la rete degli affetti, chi non ha più niente».

Ritagliarsi uno spazio

Il nome scelto dall’associazione Prostir non è casuale. «È la parola che nella lingua ucraina indica lo spazio», spiega Oleksandr, «uno spazio che ci siamo ritagliati come comunità per ritrovarci, sostenerci e non allontanarci troppo dalle nostre radici».

Ucraini nella Marca, la testimonianza: «Da quattro anni siamo divisi a metà»
Inna Maladyca, originaria di Ternopil, arrivata a Treviso nel 2000

Il punto di ritrovo è a Sant’Angelo a Treviso dove, da qualche anno, è nata anche una scuola. «Volevamo dar vita a un luogo in cui i bambini potessero trascorrere il sabato pomeriggio a imparare la lingua, la cultura, la storia del loro paese», racconta, «gli insegnanti sono tutti volontari: persone che vivono in Italia da tempo o che lo facevano in Ucraina prima della guerra». Per i più piccoli è anche un modo per non dimenticare. «La lontananza rischia di rendere ancora più difficile il ritorno», osserva, «il senso di comunità, le tradizioni, le esperienze condivise possono essere una risorsa non indifferente».

L’abbraccio della comunità

La volontà di condividere e dare voce alle ferite insanabili della guerra ha portato ieri sera duecento persone in piazza Indipendenza, avvolta dal giallo e blu della bandiera ucraina. Tra loro c’è anche Andrea (nome di fantasia) che, pur non avendo origine ucraine, da anni ha abbracciato la causa.

Il sit-in in piazza Indipendenza
Il sit-in in piazza Indipendenza

«Dal 2022 sono riuscito più volte ad andare a Kiev: ho collaborato al trasporto di medicine, beni di prima necessità, reti mimetiche per proteggere le strutture militari. Con me avevo sempre una lampadina da minatore. Nelle case, quelle ancora in piedi, la luce c’è solo qualche ora al giorno. Le persone, quando non sono costrette a fuggire, dormono con il passaporto sotto il cuscino, a pochi gradi sopra lo zero», racconta, «difficilmente dimenticherò le lacrime di una un’amica ucraina a cui è stato restituito il corpo del marito a un anno dalla sua morte, martoriato dalle torture subite in carcere».

Nostalgia di casa

«Credevamo che tutto sarebbe finito “domani” e solo dopo sei mesi abbiamo deciso di andarcene». Kateryna ha 34 anni, è originaria di Odessa, ma da quattro anni vive in Veneto e insegna a Treviso. La guerra è entrata nella sua vita alla trentaseiesima settimana di gravidanza.

La testimonianza di chi è scappato dalla guerra in Ucraina e oggi vive in provincia di Treviso

«Ero con mio figlio maggiore, allora aveva cinque anni. Non sapevamo se dirigerci verso il più vicino ospedale a Bucha o se tornare a Odessa, nonostante la strada fosse già sotto attacco e bloccata. Abbiamo deciso di tornare a casa. Dopo 450 km in 18 ore non riuscivo a proseguire oltre. Lì è nata mia figlia e abbiamo iniziato a preparare passaporti e documenti per poter partire», racconta, «in passato ero già stata in Italia, la costa del Veneto somiglia molto alla mia città natale: il mare, i marinai, la pesca. Siamo rimasti un mese, ma non riuscivo a rimanere oltre: trovare un appartamento con due figli piccoli e mia madre sembrava impossibile».

Dopo un mese Kateryna e i suoi figli sono rientrati a Odessa, ma i bombardamenti li hanno obbligati a ripartire. «Ora nelle nostre case vivono persone provenienti dai territori occupati che avevano bisogno di un alloggio dopo aver perso tutto in altre regioni. La nostra sorge proprio vicino al mare», aggiunge, «non posso stare lì con i bambini, ma quanto è difficile lasciare la casa, i beni e le tombe dei nostri cari».

Quella notte al confine

La storia di fuga di Kateryna non è così diversa da altre cinquecento di donne e bambini che a pochi giorni dall’invasione russa hanno trovato salvezza a bordo delle corriere della società coneglianese Battistuzzi. Dopo quattro anni il titolare e autista Vito tratteggia con nitidezza le scene a cui ha assistito quella prima notte al confine. Immagini che, allora, erano troppo dolorose da mettere a fuoco.

«Mamme e bambini inzuppati d’acqua dopo aver camminato per ore sotto la neve, con qualche cartone per difendersi dal freddo e quei pochi oggetti che erano riusciti a portarsi appresso nella fuga. Erano piegati dalla fame e dal freddo», ricorda, «donne che finalmente potevano avvolgere i loro figli in una coperta calda e sfamarli con del latte che avevamo scaldato con l’acqua calda della macchinetta del caffè. Mogli costrette a salutare i propri compagni con un cuore disegnato sul vetro, senza la certezza di potersi rivedere un domani». 

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