Ucraini nella Marca, la testimonianza: «Da quattro anni siamo divisi a metà»
Il racconto di Inna: «Insegno ai bimbi le tradizioni della nostra patria. Sogno di tornare nella mia casa per trascorrere la vecchiaia lì, nel mio paese. Chi non lo vorrebbe?». Aveva raccolto giubbotti antiproiettile, caschetti e visori per i parenti al fronte

«La gente continua ad arrivare qui a Treviso, a scappare dalla guerra, dal freddo. Noi cosa facciamo? Li accogliamo e ci prendiamo cura di loro». Inna dimostra meno anni di quelli che ha, anche se la guerra che continua a distruggere il suo Paese, le strade, i palazzi, le città, ha lasciato segni anche sul suo viso. Inna Maladyca è originaria di Ternopil, cittadina del nord-ovest dell’Ucraina, quasi al confine con la Polonia, ma è residente a Treviso dal 2000. Come tanti suoi connazionali è venuta in Italia lasciando la famiglia, un gesto che ha consentito ai suoi figli di sopravvivere nonostante la povertà dilagante.
Quattro anni fa, dopo l’invasione russa, è diventata ambasciatrice delle raccolte di generi alimentari, abbigliamento, medicinali e articoli sanitari per tutti i suoi connazionali rimasti in patria. Per qualche tempo aveva anche diffuso una nota con altre richieste: «Servono giubbotti antiproiettile, caschetti e visori».
La si trovava ogni sera dalle 19 alle 21 in piazza d’Armi, l’auto col bagagliaio aperto, così era semplice da caricare e la bandiera gialloblù stesa sul tettuccio, così era semplice riconoscerla. E riconoscibile lo è diventata davvero.
Un aiuto che dura da 4 anni
«Il volontariato continua, continuiamo a raccogliere vestiti e oggetti da mandare in Ucraina», racconta la donna, «c’è Svetlana, una signora che prepara i pacchi da inviare. È molto importante soprattutto adesso che fa molto freddo. Nei giorni scorsi la temperatura era scesa a 30 gradi sotto zero, le bombe hanno colpito le centrali elettriche e le persone si sono ritrovate senza elettricità e senza riscaldamento. Hanno bisogno di tutto, soprattutto di stare al caldo in attesa che torni la primavera. Ieri era –7, più caldo degli altri giorni, ma pur sempre sotto zero. La settimana scorsa ho inviato ai miei figli un generatore, l’ho preso su Amazon e ho speso 800 euro, così resteranno al caldo, loro sono fortunati, altri non lo sono».
Inna è estremamente sicura: gli aiuti servono ancora. «All’inizio della raccolta mi hanno aiutato tantissimi trevigiani, mi portavano cibo in scatola, rasoi, biancheria intima. Di oggetti per la difesa invece non ne abbiamo ricevuti, sono oggetti militari che hanno un numero seriale e se non utilizzati devono essere smaltiti. I primi due mesi abbiamo raccolto tantissimo, è stata come un’onda solidale, poi piano piano gli aiuti sono sfumati, ma serve ancora una mano, la guerra continuerà ancora e ci sono tantissimi bambini in orfanotrofio, ce ne è uno anche a Leopoli, tanti aiuti arrivano là. Alcune coppie ucraine hanno adottato alcuni di loro, fanno dei sacrifici, ma è l’unico modo di poter salvare questi bambini che non hanno più nessuno al mondo e non hanno colpe».
Guerra là, resistenza qua
«Ci sono tante persone che pensano che noi dovremmo mollare, ma è impossibile farlo, siamo vittime di un’aggressione e noi non vogliamo rinunciare ai nostri territori, non ora dopo tutto quello che abbiamo affrontato, non possiamo mollare. Siamo stanchi, ma non vogliamo mollare perché i russi non si fermano, se tu cedi e cadi, non si fermano. È sempre stato così», sostiene la donna che l’altra sera era presente alla manifestazione in piazza Indipendenza, «non dobbiamo stare zitti, la verità c’è solo quando ci sono due campane. Questo è un detto popolare, ma è vero. Non possiamo smettere di parlare di quello che sta accadendo in Ucraina, i riflettori devono restare accesi».

Inna torna sul tema dei continui arrivi ucraini in provincia. Può testimoniarlo sulla base delle presenze nella scuola dell’associazione La Rondine, attiva nell’oratorio della chiesa Votiva in cui lei ogni sabato mattina insegna l’italiano ai bimbi appena arrivati, e le tradizioni ucraine, invece, a chi è nato a Treviso.
«A dicembre è arrivata in classe una bambina di 9 anni, timida e delicata come un fiore. È arrivata a Treviso con sua mamma e sua nonna, è riuscito a venire anche suo padre per qualche giorno, ma poi è dovuto tornare come vuole la legge razziale. Lei vorrebbe tanto un fratellino o una sorellina. Anche la sua mamma vorrebbe. Vorrebbe allargare la famiglia, ma in un posto sicuro».
La scuola e la rondine
«Cerchiamo di non focalizzare l’attenzione su ciò che accade in guerra; i bambini devono avere un’infanzia. Sanno già fin troppo bene cosa siano i razzi, le sirene e le esplosioni, e queste non sono informazioni che dovrebbero far parte dell’infanzia», racconta Kateryna Voloshyna, insegnante di ucraino nella stessa scuola dove insegna Inna, «diciamo loro che siamo molto orgogliosi dei soldati e di tutti coloro che difendono il nostro Paese, le nostre case e i nostri cari rimasti lì».
I bambini, specchio di ciò che deve avvenire. Inna poi si ferma e pensa anche al suo futuro. Vorrebbe tornare nel suo Paese e passare la vecchiaia lì, nella sua casa, quella costruita duramente in 25 anni di lavoro al servizio dei trevigiani. Poi si ferma ancora e dice: «Non lo vorresti anche tu? Tornare a casa?».
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