Colline del Prosecco patrimonio Unesco, ecco le nuove regole

La Regione accoglie le osservazioni degli agricoltori presentate dall’avvocato Barel: «Le norme iniziali erano troppo rigide»
De Polo Valdobbiadene Maxi Schermo per la proclamazione Unesco
De Polo Valdobbiadene Maxi Schermo per la proclamazione Unesco

VALDOBBIADENE. E alla fine passa la linea soft: nessuna imposizione, né nella zona centrale della candidatura (core zone) né nelle fasce cuscinetto (buffer e commitment zone) ma soltanto «linee di indirizzo», per usare le parole di Zaia, che i Comuni adotteranno nei regolamenti. Per essere concreti: il vignaiolo che non occulterà i vasi vinari della cantina non sarà multato dai vigili. Almeno non in questa prima fase in cui il riconoscimento Unesco dovrà essere “digerito” da residenti e addetti ai lavori. Il disciplinare tecnico allegato al dossier di candidatura, presentato dalla Regione e che nei prossimi mesi sarà recepito dai Comuni, ha accolto le osservazioni di Coldiretti e Confagricoltura, scritte dall’avvocato trevigiano Bruno Barel e dal collega Vincenzo Pellegrini. Chiedevano un approccio più morbido, lo hanno ottenuto.

Avvocato Barel, di cosa si parla quando si fa riferimento ai “vincoli” di Unesco?

«Il dossier di candidatura comprendeva uno schema di disciplinare con le regole per garantire la protezione del territorio nel tempo. Il dossier descriveva quindi la situazione attuale, e prefigurava alcune regole di stabilizzazione».



E cos’hanno chiesto le categorie?

«Meno regole rigide, più orientamenti e buone pratiche. E abbiamo detto anche di stare attenti, appena le regole vengono irrigidite, perdono la morbidezza frutto dell’esperienza quotidiana del lavoro».

Cosa c’era nel regolamento che non andava a genio agli agricoltori?

«Nella procedura di approvazione di questo dossier erano incluse una serie di regole che i Comuni avrebbero dovuto introdurre nei loro regolamenti. Ci è stato chiesto da Coldiretti e Confagricoltura di esprimere un parere, abbiamo studiato il dossier e lo abbiamo fatto. La prima questione di fondo è il metodo: è meglio avere tante regole minute che diventano altrettanti obblighi, o è meglio introdurre degli orientamenti da seguire? Per noi un semaforo con centinaia di lucette non è un metodo moderno ed efficace, complica la vita a tutti. Abbiamo suggerito quindi di evitare troppe regole vincolanti, e di proporre indicazioni e orientamenti che diventino buone pratiche. Ci siamo trovati di fronte a una quantità di “regolette” molto puntuali che avrebbero trasformato l’agricoltore in un legislatore. Il tema quindi è diventato: meno regole rigide, più suggerimenti».

Ma per convincere l’Unesco non sarebbe stato meglio promettere impegni più severi?

«La bellezza del territorio di oggi non è frutto di qualcuno che l’ha disegnata a tavolino, ma di un’armonia naturale dipesa dalla tradizione, dall’inventiva dei singoli, dall’agronomia, è il risultato di una componente che ha generato un bel territorio nel corso di cambiamenti durati anni, e maturati lentamente. Prima di irrigidire immaginando l’evoluzione perfetta a tavolino, stiamo attenti: rischiamo di trasformare in una bellezza naturale in una artificiosa».

Le colline del Prosecco sono patrimonio dell'umanità Unesco
Le colline del Prosecco nel Coneglianese


Mi fa un esempio concreto delle “regolette” che aveva introdotto Unesco, e che dopo le osservazioni non ci sono più?

«Ci sono per esempio molte cantine del Prosecco che hanno collocato delle cisterne a cielo aperto. Il tema è: dobbiamo cercare di mascherarle. E questo si può fare in molti modi: si può prevedere che il proprietario sia obbligato a nasconderle in un certo modo, oppure dargli una serie di indicazioni più generali nell’interesse di tutto. In fondo anche le cisterne sono parte del paesaggio. I progettisti hanno esaminato le nostre osservazioni e ne hanno fatto tesoro nella riscrittura delle norme. È comunque un processo che resta molto aperto».

Il territorio è ancora preoccupato dell’impatto che potrebbero avere le nuove norme, o meglio, le nuove indicazioni.

«Molte di queste aziende sono piccole, il Prosecco è fatto da “aziendine” di dimensioni ridotte: stiamo attenti prima di appesantirle di adempimenti e regole che potrebbero diventare un trauma. O potrebbe passare la voglia di lavorare e di mettere in atto buone pratiche per il territorio. Non si possono imporre certe cose».



Tra le regole più “antipatiche”, secondo gli agricoltori, c’era quella che imponeva una siepe in ogni vigneto.


«Ma non sarebbe stato possibile, avrebbe significato cristallizzare la situazione agli anni ’50-’60. Un comma prescrittivo imponeva l’inserimento “di filari, gruppi di alberi, siepi, alberi isolati, al fine di ricomporre una diversità di forme per quanto possibile prossima all’aspetto storico dei luoghi desumibile dalle foto aeree Gai 1954-55, o Reven ’80, conservando le piante di pregio esistenti, in particolare se autoctone e di età superiori ai 50 anni, anche qualora ricadano all’interno del futuro vigneto”. Ecco, tutto questo avrebbe appesantito la situazione».


Ma se l’adesione alle buone pratiche sarà su base volontaria non si rischia di vanificare l’intero percorso? Perché un viticoltore dovrebbe fare qualcosa che costa tempo e denaro, se non è obbligato a farlo?


«Ma pensate che sia sufficiente dare un ordine a 100 mila persone per cambiare il mondo? Sono processi sociali che hanno bisogno di tempo, le persone devono essere convinte. È sbagliato dire: scrivo la norma, realizzo l’obiettivo. Il vero tema non è dare ordini, bisogna essere realisti. Questi progetti sono culturali prima che normativi. E il diritto deve aiutare i processi culturali. Sembrerà un paradosso, ma noi giuristi siamo più attenti di altri a non sopravvalutare l’impianto normativo». 

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