Ciclismo, Luciano Rui lascia l'ammiraglia dopo 35 anni e una vita con la Zalf

VITTORIO VENETO. Se il corridore appende la bici al chiodo, il direttore sportivo parcheggia l’ammiraglia in garage. O meglio, la cede a chi è più giovane ed è cresciuto sotto la sua ala protettrice. Luciano Rui, 62enne vittoriese, 35 stagioni da direttore sportivo (30 in Zalf), si congeda dal gruppo, ma rimarrà osservatore esterno. Una sorta di supervisore, per non spezzare il cordone ombelicale con la sua seconda famiglia: la Zalf. Che, prima di essere una grande storia di ciclismo, è una grande storia di amicizia. Quella del “Ferguson” dei direttori sportivi con Egidio Fior e i Lucchetta.
Rui, come mai è sceso dall’ammiraglia?
«Prima che ti dicano che sei vecchio, devi capirlo tu. Ho deciso io di mettermi da parte, manca un anno alla pensione. Ormai fatico a capire il mondo, il ciclismo è cambiato. Dovresti adeguarti alle nuove strategie, ma è meglio lasciare spazio ai giovani. A Gianni Faresin, che m ha affiancato per anni nella gestione tecnica, e Ilario Contessa. L’amicizia con l’ambiente Zalf resta, mi chiamano sempre. Avrò un ruolo defilato, farò il supervisore. E fatemelo dire: dopo 35 anni in ammiraglia, passare più tempo a casa non mi dispiace».
Cosa significa lasciare il gruppo?
«Fate due conti voi. Otto anni da corridore, 35 da direttore sportivo. Ora ho 62 anni, il 70% della vita l’ho dedicato alla bici. Dal ciclismo ho ricevuto tanto e penso pure io di aver dato qualcosina».
Alla Zalf è rimasto 30 anni, il “Ferguson” dei direttori sportivi: il segreto della longevità?
«Hanno saputo sopportarmi… Più bravi loro a tenermi che io a rimanere. Ma il segreto vero è l’amicizia con Fior e i fratelli Lucchetta».
Parentesi sul Covid: lei si ammalò a marzo e fu ricoverato all’ospedale di Vittorio Veneto.
«Vedendo la recrudescenza della seconda ondata, ogni tanto mi sfiora un pensiero: “L’ho scampata bella”. Sono fra quelli fortunati, che l’hanno battuto. Non auguro a nessuno di vivere quello che ho passato. Il mio messaggio è di poche parole: “Vogliatevi bene, rispettate la vostra vita e quella degli altri”».
In cosa è cambiato il ciclismo?
«Pensate, ero arrivato in Zalf all’epoca di Mirko Gualdi e Alessandro Bertolini... Per tanto tempo, si è ragionato su cicli quadriennali. Quello di Ivan Basso e Giuliano Figueras, gli anni di Damiano Cunego e Oscar Gatto. Negli ultimi tempi, però, il ciclismo ha modificato la rotta. Li guidi nei dilettanti o Continental un anno o poco più, passano subito pro’. E più che un direttore sportivo sembri un parcheggiatore. Prima del corridore diventavi quasi un amico, avevi il tempo di vederlo crescere. Ora tu sei il vecchio e loro i giovani».
Cosa significa ammiraglia?
«Gioire e cantare, piangere e bestemmiare. L’ammiraglia mi ha fatto girare l’Italia e allenare tanti futuri campioni. Mi ritengo fortunato».
Scende dall’ammiraglia quando la Zalf si trasforma in Continental: ripensamenti?
«Lo so, è un traguardo che si voleva raggiungere da tempo. Un salto da fare. Ma, per un cambio vero di mentalità, forse è meglio dare spazio a chi ha meno anni di me».
Tre corridori che hanno segnato la sua avventura?
«Alessandro Bertolini, perché era il più forte. Daniele Pontoni, perché mi ha permesso di vincere e frequentare l’altissimo livello del cross. Ivan Basso, perché è nata un’amicizia vera. Ma ne vorrei aggiungere un quarto: Domenico Pozzovivo, che è rimasto a vivere con noi pure da pro’. Nove anni assieme. Capite bene cosa significhi amicizia e perché dico che il ciclismo di oggi è un altro mondo».
Aneddoti dolorosi o gioiosi?
«Mi viene in mente un Giro del Veneto. Ultima tappa, crono da 10 km. Michele Poser in maglia di leader, secondo Luigi Della Bianca. Morale della favola? Siamo riusciti a perderlo. Ricordo come fosse ieri le parole di Gaspare Lucchetta: “Luciano, spiegami come mai siete stati i più forti nelle tappe più difficili e siete mancati in quella più facile”. E poi, memorabile un Liberazione: Ivan Ravaioli stava vincendo, ma ha alzato le braccia troppo presto e l’hanno infilzato. Ho goduto parecchio, invece, a un Piva: Fabio Baldato festeggia, ma lo speaker annuncia che ha vinto un altro. Momenti di tensione. Per fortuna, al fotofinish si scopre che il vincitore è Baldato».
Ha mai ricevuto proposte dai pro’?
«Sì, ma Fior e i Lucchetta sono sempre stati una garanzia. Neppure per un istante, ho pensato di tradirli».
Un consiglio ai corridori?
«Non abbiate fretta. Fate esperienza per due-tre anni nei dilettanti o in una Continental».
E ai direttori sportivi?
«Dite sempre la verità agli atleti».
Tornando alle ultime nidiate: su chi scommette?
«Dainese può prendersi una Gand o Sanremo. Battistella, con la tenacia, potrà dire la sua ovunque. Quanto a Moscon, spero torni quello che era. Vendrame? Un esempio per tutti: onestà, impegno, serietà. Mi auguro riesca a vincere una tappa al Giro».
E del roster Zalf 2021?
«Vedo bene in prospettiva i veloci Portello e Moro. Ma pure Benedetti e Tolio, su altri terreni, potranno fare già quest’anno cose importanti».
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