Il maestro Bottacin: «Insegno tennis da 50 anni. È una scuola di indipendenza, ma i genitori devono aiutare»
Antonello Bottacin ancora in campo a Paese e Villorba con la stessa passione: «La folgorazione da giovane alle lezioni di un imprenditore in zona Appiani Ho allenato anche Omar Camporese, mi sento più agonista che maestro»

Il più giovane dei fermati ha 11 anni: è la settimana in cui Milano è diventata scenario di guerra a causa delle violenze di un gruppo di ragazzi. C’entra poco, con quello che fa Antonello Bottacin, o forse c’entra tutto. Quasi cinquant’anni da maestro di tennis (la carta d’identità dice 73, il campo gliene toglie una decina, a vederlo), ora insegna questo sport («che è amore e malattia assieme», dice) proprio ai ragazzi.
Maestro Bottacin, prima che ci racconti la sua storia: cosa pensa un maestro che insegna uno degli sport più densi di disciplina mentale quando vede dei ragazzini sfasciare le vetrine?
«L’educazione viene dagli esempi. A casa, in campo, ovunque. Lo sport è fondamentale: ti toglie dalla strada, che oggi non è più la palestra di vita che era cinquant’anni fa, con meno pericoli. E ti dà delle regole: il tennis più di altri».
Cosa ti insegna?
«A prendere decisioni da solo e nel minor tempo possibile. Quando arriva la palla, ci sei solo tu. Sono lezioni di indipendenza. E in questo è fondamentale la sinergia con la famiglia».
Come andiamo, su questo fronte, oggi?
«I genitori spesso fanno fatica a lasciare indipendenza ai figli, hanno paura. Devi lasciare spazio ai ragazzi, anche di sbagliare, entro certi limiti. Invece vedo ancora ragazzini che non sanno neanche prepararsi la borsa da tennis da soli perché lo fa la mamma».
Ci racconti il suo mondo del tennis.
«Oggi insegno al Bear Training a Paese e mi porto qualche allievo al Park Tennis di Villorba, lo scorso luglio sono uscito dall’Eurosporting dopo quattro anni di collaborazione. Faccio poco con i piccoli, per scelta: ho una mentalità da agonista, più che da maestro elementare».
Nel suo curriculum c’è anche Omar “turbo-dritto” Camporese, citando Gian Piero Galeazzi. Ma partiamo dall’inizio.
«Ho sempre adorato lo sport, da quando avevo 7-8 anni li ho fatti tutti, non sapevo vivere senza. Continuando comunque a studiare, fino alla laurea in scienze biologiche. Il mio rapporto con il tennis nasce nel 1972, quando un industriale qui a Treviso, padre di un mio compagno di classe, aveva un campo da tennis a casa in zona Appiani e faceva lezioni con il maestro. Lì vedo che questa cosa mi piace, il classico colpo di fulmine, e mi innamoro di questo sport. A casa però non potevo chiedere di pagarmi una scuola tennis, già facevano sacrifici per pagarmi gli studi. Capisco che devo arrangiarmi. Decido di provare a iscrivermi al Tennis Club Treviso, nel 1975, rappresentava la nobiltà, io arrivavo in punta di piedi. La prima cosa che feci fu guardare la classifica sociale, pensando: devo giocare con il più forte, e devo arrivare in cima. Sono arrivato massimo all’equivalente odierno di un 3.1, diventando però allenatore istruttore e iniziando a capire questa professione».
È diventato il suo lavoro.
«Dopo la laurea, ho provato a fare il professore a scuola, ma ho capito che non era la mia strada. Ho deciso di fare il maestro di tennis. Mia madre mi fa: “Hai studiato per fare il racchettaro?”. Ho iniziato a fare il maestro a Padova, poi a Treviso, fino al 1985 come allenatore istruttore. Nel 1986 vado a vedere un torneo satellite a Pesaro, sto lì una giornata, vedo gente che si incavola, lancia le racchette. Decido che voglio fare il coach, perché le problematiche che vedo non sono tanto di origine tecnica, quanto mentale».
E ha messo su un team di giocatori da seguire.
«Il primo è stato Corrado Aprili: era attorno al numero 350 del mondo, abbiamo lavorato sei mesi, è salito al numero 106. Alla fine di questo rapporto, mi sono trovato in una situazione in cui o tornavo a fare il maestro al circolo, o trovavo una soluzione differente. Ho seguito Roberto Conti, numero 500 al mondo, e girando ho cominciato a conoscere delle persone e ad allargare il team ad altri due tennisti. Insegnavo in un circolo a Ponzano, nuovo, costruito manualmente assieme al presidente, ci allenavamo lì, avevo preso un appartamento dove sistemavamo i ragazzi, con uno sponsor che ci ha dato una mano. Quello è stato il mio primo team, creavo tutto per loro, stavano bene. E in giro c’era anche Omar Camporese, era quotato, si vedeva, gran dritto: gli ho fatto la proposta di unirsi a noi, ha accettato. Mi spostavo per lui fra Treviso e Bologna, lui era di lì. Ha iniziato poi a fare risultati e la Federazione gli ha fatto una proposta per allenamenti tutto spesato, con rammarico ma l’ho lasciato andare. È stata bella la sfida di creare una squadra, una grande esperienza».
Ora è tornato a fare il maestro in un momento d’oro per il tennis, sull’onda sinneriana. C’è anche un effetto moda? Quanto è importante per i bambini provare sport diversi?
«Per il tennis è un momento d’oro, ma è importantissimo provare più sport, sia di squadra, perché insegnano il modo di condividere le cose, sia individuali, che rafforzano la personalità. Negli sport di squadra, se sei in giornata-no ci sono due opzioni: o l’allenatore ti sostituisce, o i compagni ti aiutano. Nel tennis no, è diverso, sei da solo e devi provare tutto per uscirne, fino alla fine, con le tue forze».
E il coach che ruolo ha?
«È una figura centrale soprattutto per gli atleti junior, quando anche la famiglia ha ancora un ruolo fondamentale. Quando il ragazzo esce dall’ambito familiare e dalla sua comfort zone, l’allenatore è la figura che gli deve creare proprio una zona di conforto che sia simile a quella di casa. A quell’età, quando superi gli junior e inizi a giocare il tennis professionistico, cambia tutto. I ragazzi a 14-15 anni vivono delle esplosioni. Un buon coach è fondamentale, deve essere una persona con dei principi fondamentali. Il coach deve anche saper dare una sensazione di sicurezza, e trasmettere la convinzione di poter vincere anche se sei sotto 6-0 5-0».
Cosa vuol dire tennis, oggi, per lei?
«Amore. Ma anche una malattia. Ti porta a sacrificare tante cose, ma io sto male se non ho il tennis».
Gioca ancora?
«No, tranne qualche doppio con gli amici. Bisogna prendere coscienza dell’età: i 70 non sono i 50, e i 50 non sono i 30. Se non sei allenato, ti fai male».
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