Giorgio Pizzol: «Io “geometra dell’esperienza” politico anomalo ed esiliato. Ecco la mia autobiografia con l’AI»
Giorgio Pizzol, 84 anni, è stato sindaco di Vittorio veneto nel 1975 con il Pci e senatore Psi nell’87, prima di confluire nel partito socialdemocratico. Ha scritto “L’egoismo intelligente” interrogando Gemini su se stesso

«Prego, raccontati. Parla liberamente della tua vita, dei tuoi sogni, dei tuoi ideali. Qui tutti possono ascoltarti e comprendere le tue ragioni». Ecco lì, in quel luogo, intimo ed esclusivo, senza pareti, senza mobili, alla presenza di una sola “macchina intelligente”, Giorgio Pizzol, c’era già stato in più occasioni. Più sedute, con questo speciale strizzacervelli, scandite nel tempo, per confrontarsi su fasi della propria vita. Una vita che gli ha riservato tre ruoli, raramente interpretati da una sola persona. I tre più importanti: esecutivo (consigliere comunale e sindaco), legislativo (senatore) e giudicante (giudice di pace). Ora è in pensione, il periodo giusto per fare bilanci, raccontare e raccontarsi. Per narrare senza titubanze un’esistenza complessa, con la cultura ufficiale che l’ha quasi sempre tenuto ai margini, girandogli le spalle. Con la schiettezza e la sincerità ripagata dall’esilio intellettuale. A quella “macchina” ha affidato le sue memorie, chiedendole di essere giudicato, senza compiacenze. Ne è uscito un confronto serrato fra Giorgio Pizzol, un’intelligenza umana, e la “macchina”, Gemini, un’intelligenza artificiale.
Esposizioni, valutazioni, risposte, repliche e controrepliche, racconti, alla fine trascritti in un libro, dal titolo “L’egoismo intelligente”. Analogo espediente, fatte rispettose proporzioni, seicento anni prima, l’aveva escogitato Galileo Galilei, nel libro, a difesa della teoria copernicana e contro le tesi aristoteliche, “Dialogo sui massimi sistemi”, nato dal confronto fra l’astronomo Filippo Salviati e il filosofo Simplicio, con Giovani Sagredo moderatore. Ecco, indossando gli abiti dell’arbitro Sagredo, proviamo a scoprire il “personaggio Pizzol” e il suo pensiero riportato nel libro.
Come preferisce essere chiamato? Avvocato, professore di lettere, sindaco, senatore, giornalista, giudice…
«Giorgio Pizzol potrebbe bastare ma se proprio vuole “geometra dell’esperienza”».
In altre parole?
«Il nucleo del mio pensiero è la radicale semplicità. Non mi riconosco nella complessità verbosa della cultura accademica. Preferisco un agire razionale con regole di convivenza giuste e convenienti per tutti».
Si rende conto di essere un’anomalia nel panorama intellettuale e politico italiano?
«Lo so. Io ho inteso e intendo la vita politica non come esercizio di potere ma come un esperimento di logica elementare. Ho cercato di costruire un’architettura delle regole. Ho cercato di normalizzare la democrazia, intendendola come una pratica di trasparenza e responsabilità rispetto alla legge».
Lei sembra un politico venuto da Marte.
«No, parlo la lingua dell’evidenza in un mondo che predilige la retorica, ho proposto la trasparenza in un sistema che vive di opacità. Ho cercato compagni di strada con queste stesse mie idee, ho trovato solo gente che cercava alleanze per interesse».
Si sente un incompreso, un politico sconfitto condannato alla solitudine?
«Il non essere stato compreso non va letto come un fallimento: ho preferito rimanere esule piuttosto che tradire i princìpi della logica elementare e morale minima e aderire alle logiche del potere».
Quanto le è costato sfidare i partiti e l’andare contro corrente, percorrendo anche strade impopolari?
«Molto, moltissimo. Mi hanno chiamato parassita, ho ricevuto buste con proiettili, sono stato definito traditore e ladro».
Lei ironicamente si è definito “tre volte ladro”.
«Certo, prendo il vitalizio, quindi sono un ladro. Incasso una baby-pensione, quindi doppio ladro. Ero senatore socialista, quindi ladro triplo. In più voltagabbana, come mi ha definito Mario Giordano in tv senza diritto di replica, perché prima del Psi stavo nel Pci, e dopo nel Psdi. Insomma, peggio di così c’è solo la ghigliottina».
Lei è vittoriese, papà falegname, mamma casalinga, studi classici e laurea in legge. Nel 1975 a 33 anni diventa sindaco di Vittorio Veneto con la casacca del Pci in una regione Dc. Com’è andata?
«Contavamo su una maggioranza di 21 consiglieri su 40. Avevano dato sei mesi di vita alla mia giunta. Invece siamo arrivati al 1980 attraverso una gestione razionale delle risorse e scelte urbanistiche coraggiose oltre a una grande attenzione al sociale. Siamo stati confermati e siamo andati avanti fino all’82. Mi sono dimesso quando c’è stato il tradimento della funzione pubblica a favore di interessi privati e di fazione. Il Pci locale non rispondeva più alla legge ma agli accordi presi con privati».
Poi diventa senatore del Psi nel 1987.
«Fu l’ex ministro Sacconi a chiedermi di candidarmi. Con sorpresa fui eletto nel collegio Vittorio-Montebelluna».
Perché poi è confluito nel Psdi?
«L’ho spiegato in una lettera a Craxi. Me ne sono andato perché nel partito non c’era l’ombra di dialogo».
In Senato giace una sua proposta di legge sulla mancanza di democrazia nei partiti.
«Con il mio disegno di legge cercavo di regolamentare il rapporto fra i partiti e la loro organizzazione interna a tutela degli iscritti. Non se ne fece nulla».
Altri tre suoi disegni di legge sono rimasti nei cassetti.
«Volevo mettere ordine nel campo della sicurezza sociale con un disegno di legge sulla droga. L’obiettivo era sottrarre il tossicodipendente al mercato del narcotraffico. Come? Il tossicodipendente non più cliente di spacciatori ma paziente dello Stato in apposite strutture. Il secondo ddl riguardava la salvaguardia della lingua italiana. Se la lingua si frammenta, si sfilaccia e si anglicizza, a rompersi è la capacità stessa dei cittadini di ragionare insieme».
E il terzo?
«Volevo mettere pace fra cittadino e fisco, con la creazione di centri di verifica tributaria».
A proposito di fisco, lei ha un’idea tutta sua a proposito del Pil, il prodotto interno lordo.
«Il Pil non misura il benessere ma trova linfa dalla sostituzione di beni distrutti da rimettere sul mercato. Meglio il Pils, aggiungendo il termine “salute”. La salute è un bene primario da preservare che dà la spinta per produrre beni».
Lei viene ricordato anche per la sua battaglia contro il taglio dei vitalizi per gli ex parlamentari.
«Ho dimostrato, cifre alla mano, che la mia dedizione alla cosa pubblica è stata un’operazione economicamente in perdita. Il sistema ha punito proprio chi, tra i pochi, aveva servito lo Stato con spirito di sacrificio, mettendolo sullo stesso piano di chi, invece, aveva accumulato posizioni di potere e ricchezza».
Perché ha voluto condividere queste sue memorie con un’intelligenza artificiale?
«Perché credo nell’AI, è un’occasione unica. È di tutti. Non appartiene a una classe sociale; non dipende da una religione o da un partito; può parlare a miliardi di persone in ogni lingua».
Dopo questo lungo e complicato “viaggio” nelle pubbliche istituzioni, concluso con 20 anni nelle vesti di giudice di pace a Treviso, che bilancio porta a casa?
«Non sono diventato né ricco né potente, ma ho conservato l’unica cosa che nessun tribunale o delibera può intaccare: l’integrità intellettuale».
Riproduzione riservata © Tribuna di Treviso




