Davide Cenedese, il poliziotto con la spada

Il maestro Davide Cenedese è un ex atleta delle Fiamme oro, già campione italiano di scherma. Nell’’89 è entrato in polizia dividendosi tra la questura e la pedana dove oggi coltiva giovani talenti

Rossana Santolin
Davide Cenedese
Davide Cenedese

Rapidità nel prevedere la mossa dell’avversario e agilità non bastano se manca la fantasia. Per il maestro Davide Cenedese quello creativo è uno degli aspetti più affascinanti della scherma e allo stesso tempo il più difficile da coltivare nei suoi allievi. Dalle prime stoccate nel’75, Cenedese non ha più abbandonato la pedana, prima in veste di atleta e campione italiano di spada, poi in quelle di maestro dividendosi fra la scuola e il lavoro in polizia fino a dicembre, quando è andato in pensione dopo quarant’anni di servizio. Membro dello staff tecnico della nazionale, Cenedese allena i giovani talenti della Scherma Treviso Maestro “Ettore Geslao”, la scuola che oggi custodisce e tramanda la lunga tradizione schermistica trevigiana.

Quando si è avvicinato alla scherma?

«Le prime tirate risalgono al ’75, quando avevo 9 anni. A conti fatti sono 51 anni sulla pedana. Devo ringraziare il maestro Antonio Annunziata che ha insegnato anche a Ettore Geslao con cui era al 51°Stormo di Istrana. Era cliente di mio padre che allora aveva un negozio di generi alimentari vicino al cinema Eden. Un giorno gli suggerì di mandarmi da lui in palestra per provare, e così è nato tutto».

Cosa l’ ha fatta innamorare di questo sport tanto da portarlo avanti per tutta la vita?

«La chiave della scherma è la fantasia. Sulla pedana devi “giocare” con l’avversario, sorprendere, anticipare le mosse. Questa fra tutte è la caratteristica che mi ha colpito di più della scherma e che ha tenuto e tiene viva la passione dopo tutti questi anni».

Tiratore di spada e poliziotto, per quarant’anni sport e lavoro sono stati una cosa sola per lei.

«Entrare nel gruppo sportivo della polizia era il mio sogno fin da quando mi sono avvicinato alla scherma. A vent’anni ho coronato il sogno e sono entrato nelle Fiamme oro. È stato l’inizio di una stagione sportiva bellissima e ricca di soddisfazioni: ho vinto il titolo italiano e sono arrivato secondo in coppa del mondo. Nel biennio ’85-’86 ero fra i primi tre tiratori di scherma a livello nazionale. Nell’’89 ho preso servizio in questura a Venezia al centro operativo e alle volanti. In quel periodo mi sono fermato, poi ho ripreso ottenendo altri buoni risultati. Nel ’96 sono approdato alla questura di Treviso nel settore tecnico».

Com’è avvenuto il passaggio all’insegnamento?

«Sono diventato maestro nel 2003 alla fine di un percorso più lungo iniziato anni prima come istruttore regionale e poi nazionale. In questo passaggio sono stati fondamentali gli insegnamenti del maestro Ettore Geslao, cui è intitolata la scuola di scherma di Treviso, che mi ha formato come atleta e come maestro, trasmettendomi i suoi segreti. Non puoi capire fino a che non lo provi, ma passare “dall’altra parte” regala soddisfazioni enormi. Fra tutte quelle di trasmettere la passione ai bambini e vederli diventare pian piano dei giovani schermidori. Vedere il guizzo nei loro occhi, quando ti seguono e vogliono capire le cose fino in fondo: ti immedesimi in loro e rivedi te agli inizi».

Quello spirito agonistico che da atleta la faceva ambire al podio, come si trasforma quando sulla pedana non c’è lei ma un allievo o allieva?

«Quello spirito agonistico non si perde mai, anzi, viene condiviso con il proprio allievo. Quando poi uno di loro arriva a conquistare un podio, l’emozione è fortissima».

Tra questi c’è Matteo Dei Rossi, un atleta con cui ha lavorato molto in questi anni, vincitore di coppa del mondo in Brasile e in Corea.

«Con Matteo è stata una soddisfazione continua: da quando lo alleno ha vinto gare di coppa del mondo, ha fatto gli Europei, e si è qualificato per le Paralimpiadi di Parigi nel 2024. Anche sotto il profilo professionale lavorare con lui è un arricchimento continuo, prima di Matteo non mi ero mai avvicinato alla scherma in carrozzina. Anche per me non è stato facile all’inizio: cambia l’approccio, il tipo di preparazione fisica, il modo in cui devi dare il ferro all’allievo».

Matteo è uno degli atleti che legano il proprio nome alla Scherma Treviso, la scuola dove ha iniziato e dove tutt’ora insegna. Come è cambiata negli anni?

«In cinquant’anni si è evoluta ed è cresciuta per numero di iscritti tenendo sempre alto il livello dell’insegnamento, come dimostrano i risultati raggiunti dai nostri allievi, in tutte le categorie. Ad oggi infatti Scherma Treviso spicca tra le prime dieci società d’Italia se contiamo i gruppi sportivi. Esclusi quelli, Treviso si colloca fra le prime tre».

Molti vedono ancora la scherma come uno sport elitario, è vero?

«L’incombenza iniziale dell’acquisto dell’attrezzatura pesa, per il resto la scherma è uno sport per tutti che porta grande beneficio anche a chi la intraprende in giovane età, che insegna a ragionare e aiuta nel coordinamento motorio».

Treviso ha una grande tradizione schermistica: come si fa a custodirla?

«Continuando a studiare e a rinnovarsi. Da un lato avvicinando sempre più giovani alla scherma, dall’altro chi insegna deve stare al passo con l’evoluzione della disciplina moderna che oggi mette in primo piano la preparazione atletica. Noi italiani abbiamo la storia e siamo molto tecnici: per restare competitivi dobbiamo fare tesoro di questo patrimonio e alzare l’asticella dal punto di vista della preparazione fisica». 

La scheda: chi è Davide Cenedese

Nato ad Alessandria, in Piemonte, da genitori trevigiani, Davide Cenedese torna a Treviso nei primi anni ’70 dove inizia a frequentare la scuola di scherma come allievo del maestro Antonio Annunziata e poi di Ettore Geslao. A 15 anni vince il titolo italiano e a 20 entra nelle Fiamme oro con cui vince due gare di coppa del mondo a Parigi nell’’85 e a Stoccarda nell’’86. Alla fine degli anni Ottanta inizia la sua carriera di poliziotto, prima a Venezia e poi a Treviso. Dal 2003 è maestro di scherma e più tardi entrerà a fare parte dello staff tecnico della Nazionale paralimpica. Il suo sogno? «Fare un film sulla scherma».

 

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