Un francobollo per Tina Anselmi la prima donna diventata ministro

Nominata al dicastero del Lavoro nel 1976, fu la prima a firmare la riforma sanitaria nazionale Una straordinaria custode dei lavori della Repubblica e della Costituzione. Senza piegarsi mai
Di Daniele Ferrazza

di Daniele Ferrazza

Nella casa di Castelfranco le porgeranno il francobollo a lei dedicato e accennerà a un sorriso, la donna che non si è mai piegata alle convenienze. Tina Anselmi riceve un nuovo pur modesto ma significativo riconoscimento nell’emissione di un francobollo a lei dedicato, nel giorno del giuramento da ministro, prima donna a ricoprire questa carica nella storia della Repubblica.

Era il 30 luglio del 1976 e «la Tina» - come tutti l’hanno sempre chiamata, dentro e fuori la Democrazia cristiana – diventò ministro per il Lavoro e la Previdenza sociale nel terzo governo guidato da Giulio Andreotti. Ai giornalisti, quel giorno, distillò il suo programma: reversibilità delle pensioni e adeguamento degli assegni familiari. «Entro l’anno diventeranno legge» declinò risoluta.

Prima donna ministro, ma non solo: fu prima in tutto. Prima, giovanissima donna staffetta partigiana; prima donna ministro d’Italia, mamma del sistema sanitario nazionale, presidente della delicatissima commissione P2. Ed ora prima donna a finire sola - da viva - in un francobollo delle Poste italiane.

Una donna che non ha mai amato scorciatoie né ipocrisie. Tanto timida e riservata nella vita privata, quanto coraggiosa e appassionata nei diritti e nella battaglia per le ingiustizie. Con la grande stella polare della Repubblica democratica e della Costituzione nata dalla Resistenza.

Nata il 25 marzo 1927, figlia di un aiuto farmacista e di una «ostessa», ginnasio a Castelfranco, magistrali a Bassano del Grappa, fu proprio nella città medaglia d’oro della Resistenza che fu costretta ad assistere alla scena dell’impiccagione dei 31 partigiani catturati nel rastrellamento tedesco del Grappa. Non ebbe dubbi da che parte stare e, appena diciassettenne, diventò «Gabriella», la staffetta partigiana della Brigata Cesare Battisti di Gino Sartor. Prima donna in Grappa con i partigiani.

Si iscrive alla Democrazia cristiana prima della Liberazione, si laurea in Lettere alla Cattolica di Milano dopo la guerra, comincia la sua attività sindacale - prima nella Libera Cgil, poi nella Cisl sin dalla sua fondazione – per i tessili e poi per gli insegnanti elementari. Scala ben presto i gradini della Democrazia cristiana, tessendo anno dopo anno un solitario e indipendente percorso politico che la portò, lontana dal Veneto, a Roma come incaricata dei giovani democristiani, membro del Consiglio nazionale della Dc, vicepresidente dell’Unione europea femminile, e infine deputata al Parlamento nel 1968.

Figlia tra le più vere del cattolicesimo democratico, morotea della prima ora, ebbe lunghe frequentazioni con Benigno Zaccagnini. Al tempo del sequestro Moro, lucidissima, dichiarò: «Noi dopo quei giorni non saremmo stati più gli stessi». Sottosegretario in tre governi, ministro – prima del Lavoro, poi della Sanità – in tre diversi esecutivi, quando Nilde Jotti le propose di diventare presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla Loggia P2 si consultò con Leopoldo Elia e accettò. Tra i membri di quella commissione c’era l’attuale Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Dal Quirin. ale l’allora presidente Sandro Pertini disse: «Non lasciate sola la signorina» sbloccando l’esito di quella commissione durante la quale l’Anselmi lasciò degli straordinari appunti, raccolti e pubblicati grazie alla sua biografa Anna Vinci, con i retroscena, le pressioni, le inquietudini che attraversarono quei difficilissimi anni. «Si ricordi che lei è un ufficiale della Repubblica ed alla Repubblica ha giurato fedeltà» gridò in audizione al generale Orazio Giannini, iscritto alla P2. «Questi qua non erano mica là per chiacchierare – riferì – la P2 tentò l’influenza nella vita politica del nostro paese».

Refrattaria alle correnti, indisponibile ai compromessi, poco incline alle conventincole democristiane, rispettata dai comunisti, apertamente invisa ai dorotei, Tina Anselmi non volle mai costruirsi una propria rete di fedelissimi.Una scelta che le costò il posto - dopo sei legislature alla Camera – quando nel 1992 la Democrazia cristiana di Carlo Bernini decise di candidarla al Senato nel collegio più a rischio, quello di Conegliano-Oderzo. Vinse un candidato della Lega Nord. «La Tina» si ritirò, in silenzio, continuando a occuparsi di pari opportunità, pace in Somalia, risarcimenti per le comunità ebraiche. Fino a quando le forze glielo hanno consentito non hai mai smesso di raccontare, descrivere, trasmettere soprattutto ai giovani e nelle scuole i valori della democrazia. Più volte indicata per la presidenza della Repubblica, non sfondò mai le riluttanze dei suoi stessi amici di partito. Troppo indipendente, la signorina.

Riproduzione riservata © Tribuna di Treviso