Parise e la famiglia Tommaseo a Ponte di Piave: un libro per i 40 anni dalla scomparsa

Alvise Tommaseo Ponzetta rievoca l’esperienza dello scrittore, che a Ponte di Piave aveva trovato una famiglia e lo stupore, tra le pagine di Goffredo Parise. Aneddoti ricordi curiosità a 40 dalla morte

Costanza Valdina
Una delle foto inedite di Parise raccolte da Tommaseo Ponzetta
Una delle foto inedite di Parise raccolte da Tommaseo Ponzetta

«Un giorno, anni fa, un uomo che non aveva mai nessuno che girava per casa conobbe una famiglia di nome Tommaseo piena di genitori, figli, zii e nipoti che stavano attenti uno all’altro in una villa in campagna. Anche l’uomo aveva casa da quelle parti e d’estate montava a cavallo in compagnia di un giovane della famiglia (...) dopo quelle gite a cavallo l’uomo si sentiva stanco nel modo giusto: le cosce e le braccia stanche e il cuore stanco perché era stato in compagnia. Così cenava bene e dormiva bene».

L’uomo è Goffredo Parise, il ricordo è cristallizzato tra le pagine dei Sillabari, sotto la lettera F di Famiglia. «Una grande famiglia» che gli ha fatto dimenticare quell’insostenibile «silenzio nei parquet (i parquet non sono fatti per essere silenziosi), nelle stanze la notte (le stanze sono fatte per contenere respiri e sospiri notturni e anche rumori di roba che si rompe)».

Una delle foto contenute nel libro
Una delle foto contenute nel libro

A casa Tommaseo non c’è mai stato spazio per il silenzio della solitudine. Un antidoto, per uno come lui, «allergico alla noia». «Fiutava l’aria, commentava gli odori. Ti posava il suo sguardo addosso come se dovesse imprimere nella memoria ogni dettaglio».

Alvise Tommaseo Ponzetta quello sguardo lo sente ancora addosso. Lo rivede, nitido e inconfondibile, nelle fotografie scattate e conservate nei cassetti. E lo rievoca tra le pagine di Goffredo Parise. Aneddoti ricordi curiosità a 40 dalla morte (Piazza editore - Gianni Sartori Editore).

«A Ponte di Piave aveva scoperto una piccola galassia pulsante da cui lasciarsi incuriosire», racconta Alvise, «non tollerava le persone che non erano in grado di pensare fuori dagli schemi. Con chi lo era, invece, si perdeva in lunghe chiacchierate. E qui ne aveva trovate un bel po’». Come il cacciatore Mario che, nelle sere d’estate, sistemava il materasso in cortile, a pochi metri dal Piave.

«Lo andava a trovare per ascoltare i suoi ricordi da reduce dalla Russia, frammentati tra un’imprecazione e una fetta di salame», ricorda, «era divertito dal suo bizzarro odio per le civette, acerrime nemiche delle quaglie da richiamo che allevava in guardino. Una notte d’agosto, il pescatore aprì un occhio e si accorse che una si era appollaiata sull’antenna. Prese il fucile e sparò nel buio. La mancò, naturalmente, ma centrò l’antenna. E lasciò sua moglie senza televisione per giorni».

Un momento di Goffredo Parise a Ponte di Piave
Un momento di Goffredo Parise a Ponte di Piave

O come il barbiere Giorgio che, tra una sforbiciata e l’altra, s’improvvisava dentista legando i molari dolenti dei clienti affezionati a uno spago ben ancorato alla porta. Il tempo di un calcio al basculante e l’operazione era conclusa.

Parise, del resto, detestava le giornate prevedibili. «Quando i pomeriggi iniziavano a soccombere alla noia, non si faceva molti scrupoli ad alzarsi e andarsene. Con o senza un pretesto frettoloso», ricorda, «oppure ingegnava una via di fuga». Come quella volta in cui improvvisò, su due piedi, un’amara commedia attorno alla panchina rossa nel cortile di villa Tommaseo.

Una moglie infedele, un amante bruciante di passione, un marito geloso e vendicativo. Un finale inevitabilmente tragico, mitigato dalle risate della compagnia teatrale improvvisata. «E voleva sperimentare tutto», prosegue, «la caccia, senza necessariamente acciuffare una preda. Le passeggiate a cavallo, incuranti della raffinatezza nell’andatura. La pesca a Lido, solo per il gusto di assaporare le cappe con il limone direttamente sulla riva».

«Era questo il suo modo di stare al mondo: alla costante ricerca dello stupore, della sottrazione alla ripetizione, dell’incontro con le persone e le loro storie. Spronava noi ragazzi, allora ventenni, a muoverci, a non limitarci alla superficie, a non farci sfuggire le ultime possibilità di conoscere ciò che rischiava di scomparire. Temeva che il futuro fosse condannato all’omologazione. E non si sbagliava», conclude, «sebbene non credesse nell’immortalità, durante la sua proficua parentesi terrena ci ha lasciato qualcosa che ancora oggi continua a vivere».

 

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