Veneto Banca, nove indagati per bancarotta

Dopo la conferma dello stato d’insolvenza da parte della Corte d’Appello entra nel vivo l’inchiesta della Procura
Ferrazza Venegazzù assemblea soci Veneto Banca 2014 nuovo consiglio di amministrazione e conclusioni Vincenzo Consoli
Ferrazza Venegazzù assemblea soci Veneto Banca 2014 nuovo consiglio di amministrazione e conclusioni Vincenzo Consoli



La sentenza con cui la Corte d’Appello di Venezia ha respinto il ricorso di Vincenzo Consoli contro la dichiarazione dello stato d’insolvenza di Veneto Banca dà ossigeno all’inchiesta più attesa dalla platea dei risparmiatori, quella per bancarotta fraudolenta. La Procura di Treviso infatti sta procedendo per questa ipotesi di reato, che allunga sensibilmente i tempi della prescrizione e, oltre all’ex amministratore delegato e direttore generale, vede indagate altre otto persone.

l’indagine

Secondo il sostituto procuratore Massimo De Bortoli che coordina le indagini il dissesto di Veneto Banca fu il risultato di una pessima gestione che condusse al depauperamento e alla dissipazione del patrimonio per effetto della concessione di crediti milionari diventati sofferenze - di cui si conoscevano i rischi - e dei soldi dati a numerosi clienti per acquistare le azioni della ex popolare, le cosiddette baciate. È questo il perno attorno al quale si sta svillupando l’indagine della Guardia di Finanza. E ad occuparsi di questo filone c’è il minipool che comprende, oltre a De Bortoli, anche il sostituto procuratore Gabriella Cama. All’origine di questa inchiesta sui reati fallimentari c’è lo stato di insolvenza dichiarato nel giugno dell'anno scorso dai giudici del Tribunale di Treviso e confermato nei giorni scorsi in Appello alla luce della perizia effettuata dal professor Lorenzo Caprio, ordinario di Finanza all’università Cattolica di Milano.

i numeri

Secondo il consulente ammontavano infatti a più di 900 milioni di euro le passività di Veneto Banca il 25 giugno 2017, giorno della sua messa in liquidazione da parte del governo Gentiloni. Bene dunque ha fatto il tribunale fallimentare di Treviso ad accogliere l’istanza di insolvenza secondo la quale l’istituto era già nelle condizioni di non poter pagare i creditori prima della cessione a Intesa San Paolo. «Il consulente tecnico», era il quesito chiave posto dai giudici di Venezia al professor Caprio, «accerti l’ammontare delle passività di Veneto Banca alla data del 25 giugno 2017 (data in cui il ministro dell’Economia e delle Finanze aveva disposto la liquidazione coatta amministrativa per l’istituto trevigiano, ndr) e determini, sempre con riferimento a quella data, il più verosimile valore di realizzo dei cespiti della medesima entro un orizzonte temporale tale da consentire la massimizzazione dei ricavi destinati all’integrale soddisfacimento dei creditori della stessa». La risposta è contenuta in una relazione di 254 pagine e riassunta in una tabella in cui il professore delinea quattro scenari valutativi in cui sono illustrati «il più verosimile valore di realizzo dei cespiti e l’ammontare delle passività». In buona sostanza il professor Caprio doveva valutare la sufficienza o meno del patrimonio della banca a chiudere una liquidazione in bonis. E i numeri non hanno lasciato spazio a dubbi: nel primo scenario le passività ammontavano a 2.285 milioni di euro, nel secondo a 1.313 milioni, nel terzo a 1.761 milioni e nel quarto, il più favorevole, a 920 milioni di euro.

la sentenza

E nel riepilogo delle motivazioni i giudici d’Appello precisano che il perito non solo ha valutato «la concreta vicenda inerente alla cessione di un insieme aggregato di beni di Veneto Banca (la c.d. good bank) a Intesa», ma ha pure proceduto a creare «un modello comparativo di riferimento alla stregua del quale valutare, a prescindere dalla vicenda della cessione». A Consoli resta comunque ancora la possibilità di ricorrere in Cassazione contro la sentenza della Corte d’Appello.—



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