Il fotografo che raccontò il sisma del Friuli: «Arrivai tra i primi, fu tremendo»
Quella sera del maggio 1976, Gabriele Coassin, trevigiano, aveva 23 anni: sentita la notizia partì subito per il Friuli. In una manciata di ore documentò la devastazione: la case distrutte e il dolore della gente

Quel 6 maggio del 1976 non potrà mai dimenticarlo e come lui i trevigiani. Anche la nostra città, come molte altre del nord Italia, fu scossa dal terremoto che devastò il Friuli, la terra si mosse con violenza anche a Treviso e nella Marca imprimendo nella memoria collettiva il senso della paura e dell’impotenza, unito al dolore per lo sfacelo delle città e delle campagne, e per le perdite umane nella vicina regione.
Quella sera alle 21 un ragazzo di 23 anni, studente universitario e fotografo per passione (ma anche per raggranellare qualche soldo) sta cenando a casa dei genitori, ha con sé per puro caso la borsa con il corredo fotografico e una scatola di rullini. Quel ragazzo si chiama Gabriele Coassin, uno dei primissimi testimoni della tragedia.
Cosa fece quella sera, sentita la scossa di terremoto?
«Ho deciso di partire: le prime notizie alla radio parlavano di un terremoto in Slovenia. Non avevo la radio in macchina, quindi avevo preso con me quella portatile a transistor di casa. Messe le pile fresche, avevo fatto il pieno ed ero partito. Strada facendo arrivavano informazioni sempre più precise sull’epicentro del sisma, quindi mi ero orientato verso le zone ancora accessibili del Friuli, dove non erano crollati i ponti. La zona più colpita fu quella a nord di Udine. Arrivai lì sulle 23, era buio e fino all’arrivo della protezione civile con le fotoelettriche non ho potuto fare nulla. Al loro arrivo impostai la sensibilità delle pellicole a 800 ASA, niente cavalletto: scattavo a mano libera dove illuminavano le fotoelettriche. Poi ho atteso le prime luci dell'alba documentando tutto il possibile fino all’ultimo fotogramma: distruzione, dramma, disperazione».
Fu tra i primi ad arrivare?
«Sì, fino a metà mattina del giorno successivo non ho visto altri fotografi».
Il ricordo più nitido?
«Lascio all’immaginazione la catastrofe che mi si è presentata davanti quella notte. Che ci fossero feriti e case danneggiare lo immaginavo. Non immaginavo cosa stessero passando i contadini. Parliamo di anni in cui il Friuli aveva una vita agricola importante: le stalle erano crollate con dentro le mucche e i maiali. Ricordo un contadino disperato perché gli era morta la mucca incinta del vitellino: per lui era fonte di sostentamento ed era stata una perdita enorme. Lui e la moglie si erano salvati ma gli animali, intrappolati erano rimasti sotto».
Altri ricordi?
«Una farmacista in mezzo ai calcinacci, un signore nella casa devastata, era tutto crollato salvo il ritratto di una bambina che era appeso alla parete, due ragazzi disperati con la loro casa distrutta alle spalle: la foto fu messa in copertina su Settegiorni Veneto. Non avevo neanche la forza di aiutare, non sapevo cosa fare».
Poi che è successo?
«Sono rimasto lì fino a quando non ho finito le pellicole, poi a mezzogiorno del 7 maggio sono tornato a Treviso a sviluppare le foto. Dovevo fare presto perché poi i giornali dovevano mandare il fuorisacco fuori città».
E al rientro un’amara sorpresa.
«Quando sono arrivato nella mia casa studio la porta non si apriva: il soffitto era in parte crollato sul mio archivio di diapositive e negativi. Chiesi aiuto ad un amico e andai a sviluppare a casa sua».
Ha più rivisto le persone che aveva fotografato?
«No. Quando c’è stata la seconda scossa a settembre sono tornato in Friuli per regalare le foto che avevo scattato, ma le persone rimaste senza casa erano state alloggiate nelle casette prefabbricate. Non le ho più riviste».
Alcuni degli scatti di Gabriele Coassin




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