Nelle Rsa il viaggio nel tempo che risveglia i ricordi sopiti degli anziani

Maurizio Meneguz e Renzo Bombasina portano un cabaret fatto di racconti, canzoni e giochi di magia nelle case di riposo della Marca. Un viaggio nella memoria che rende protagonisti gli ospiti e restituisce lo stupore dell’infanzia

Costanza Valdina
Maurizio Meneguz e Renzo Bianchin durante il cabaret in casa di riposo
Maurizio Meneguz e Renzo Bianchin durante il cabaret in casa di riposo

«Tornemo indrio col tempo». Bastano quattro parole per lanciare l’incantesimo. Maurizio le pronuncia con una certa solennità, con la consapevolezza che da quel momento in poi il nastro della memoria inizia a riavvolgersi. E, quasi inconsapevolmente, chi ascolta si ritrova con la mente affollata di ricordi.

Le immagini si fanno più vivide, le emozioni più intense. Forse non esiste una spiegazione razionale, ma Maurizio giura che, dopo un’ora di cabaret in casa di riposo, anche chi non è più in grado di reggersi in piedi trova la forza di alzarsi e abbandonarsi a un affettuoso abbraccio. «Non è forse questo il senso di tutto?», è un interrogativo che non ha bisogno di risposte. E per capirlo basta il tempo di un’esibizione.

Vi ricordate quando?

Un tavolo, due sedie, il copione e qualche trucchetto di magia da svelare al momento giusto. Maurizio Meneguz e Renzo Bianchin non hanno bisogno di nulla più per il loro cabaret itinerante nelle case di riposo. «Io e questo mio amico vorremmo raccontarvi com’era la vita dei bambini settanta, ottanta anni fa nelle nostre zone. Forse, qualcuno si ricorderà che...».

Inizia così il racconto corale di un mondo perduto in cui «l’acqua corrente non c’era» e il fiato caldo nelle rigide notti d’inverno «disegnava arabeschi sui vetri delle camere non riscaldate». Poco importa che l’infanzia sia trascorsa nelle campagne trevigiane, nella laguna veneziana oppure a Roma: quella vecchia filastrocca tutti la conoscono e l’hanno cantata almeno una volta.

Renzo Bianchin, l'oss Alberto Bencivenga, la psicologa Aurora Cancellara e Maurizio Meneguz dopo il cabaret
Renzo Bianchin, l'oss Alberto Bencivenga, la psicologa Aurora Cancellara e Maurizio Meneguz dopo il cabaret

Tra il pubblico femminile della casa di riposo Suore Francescane, tutte intonano con convinzione «tra le viole e i gelsomini anche un giglio ci sta bene». Il tempo di una canzone e le voci narranti non sono più due. «A casa mia a tavola sedevano solo gli uomini, mia mamma era costretta a rannicchiarsi sulle scale col piatto in mano. E mia nonna se ne stava appollaiata su una sedia addossata al muro nel tentativo di addentare la polenta senza farla cadere dalle mani», interviene indignata una. «E manco mal che xe cambià e robe!», ribatte Maurizio.

«I miei genitori hanno messo al mondo sedici figli», aggiunge una. «Certo, perché a quei tempi non c’era la televisione!», replica un’altra. «Ve lo ricordate che caldo c’era nella stalla, quando dormivamo stretti gli uni agli altri? E quell’odore? Me lo sento ancora addosso», esordisce un’altra ancora. I ricordi affollano l’intero giardino.

L’esercizio della memoria

Via il copione, sul tavolo appare un vaso di fiori rossi. Ci pensa il mago demente ad animarlo. Con la forza del pensiero fa crescere il gambo, quasi volesse sfiorare il cielo. E sui volti di chi guarda compare un lampo di stupore che infrange la linea del tempo. Le rughe si distendono: in quell’espressione sorpresa non c’è ombra di vecchiaia.

Il trucco di magia durante il cabaret nella casa di riposo Suore Francescane a Treviso
Il trucco di magia durante il cabaret nella casa di riposo Suore Francescane a Treviso

«Quando sorridiamo tendiamo trentacinque muscoli», incalza Maurizio, «oggi state facendo inconsapevolmente ginnastica». Ecco dunque l’esercizio della memoria. C’è persino chi di fronte a due bicchieri di plastica e uno spago non trattiene l’emozione. «Ma è il telefono senza fili quello! Quanti miei segreti ha ascoltato».

Non basterebbe un’enciclopedia

«E ora, a tutti i veci», conclude Maurizio, «non basterebbe un’enciclopedia per raccogliere tutto quello che hanno visto i vostri occhi. Avete visto il lampo della guerra che ha cambiato la storia. Qualcuno ne porta le cicatrici sulla pelle, qualcun altro le piaghe aperte sul cuore. Avete visto i figli e i figli dei vostri figli crescere. Avete visto le fabbriche mangiare pezzi di campagna. Avete visto i soldi divorare la fame e il tempo affievolire le vostre forze. E tutti, uomini e donne, avete fatto la vostra parte e forse anche un po’ della nostra. Nella stalla, in fabbrica o sopra un’impalcatura avete lavorato nella speranza di avere qualcosa di più. Avete faticato, eccome se lo avete fatto. Lo dicono le ginocchia e le schiene che tremano dal dolore. Lo dicono le mani intrecciate a quelle dei vostri nipoti, che guardate con così tanto amore. E non basterebbe un’enciclopedia per raccontarlo».

Eccolo, l’abbraccio: «Non la dimenticherò questa giornata», sussurra una voce. 

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