Assalto alla gioielleria Corona a Oderzo, la porta sfondata con un ariete rubato ai pompieri
Parla il gioielliere Marco Corona, ancora provato dopo il colpo nel suo negozio in piazza Grande: «Sono stato prudente nel ricordo di mio nonno assassinato dai rapinatori»

Un colpo studiato nei particolare, con cinque malviventi entrati in azione nel cuore della notte e un bottino ancora da definire, due giorni dopo. Il gioielliere che si difende, ma non passa all’azione, perché ricorda che il nonno paterno, papà del padre Bruno, nel 1951, fu ucciso perché gli spararono proprio nel corso di una rapina. Una tragedia mai dimenticata in famiglia, che lo spinge a essere prudente.
Fa discutere quanto accaduto nel centro storico di Oderzo, alla gioielleria Corona, presa di mira nella notte di mercoledì scorso. Il titolare Marco Corona è ancora sconvolto.
Cosa prova adesso, dopo quanto accaduto nella notte di mercoledì nel suo negozio?
«C’è stata una violazione al sistema di sicurezza, con l’allarme che è scattato alle 3.52 ed è arrivato anche alla centrale operativa SicurItalia, che garantisce la sicurezza del mio negozio. Dopo aver parlato con loro sono sceso per verificare quanto stesse accadendo e mi sono trovato davanti a una banda di cinque malviventi non riconoscibili. Due di loro erano all’interno, due all’esterno di guardia e uno in auto pronto alla ripartenza».
Cosa ha fatto, a quel punto?
«Ho fin da subito cercato di allontanarli, ma loro mi hanno minacciato utilizzando strumenti quali un piede di porco, un cacciavite e anche un estintore a polveri che mi ha impedito di avere una buona visuale. Ho notato soltanto la targa, che in seguito è risultata essere stata rubata, e un mezzo un Mercedes Classe A AMG. La mia presenza li ha costretti ad accelerare le tempistiche. Volevo difendermi ma, vedendo che erano in cinque, ho deciso di non farlo».
Ha scoperto come hanno fatto i malviventi a entrare?
«I banditi non sono entrati avvalendosi del gas liquefatto, come si era presupposto precedentemente, ma mediante l’utilizzo di un ariete apriporta, rubato, che è un mezzo utilizzato dai vigili del fuoco per l'apertura forzata di porte blindate durante gli incendi o anche per soccorrere le persone bloccate all'interno di edifici. Hanno spaccato alcune vetrine interne, riuscendo a portare via alcuni gioielli e hanno svuotato una delle due vetrine esposte. Non sono a conoscenza ancora della cifra complessiva dei danni».
Il ricordo di quanto accaduto a suo nonno nel 1951 la sta accompagnando in questi giorni? E spiega il suo comportamento di mercoledì?
«C’è un precedente più recente. Anni fa era stata sfondata una vetrina e i malviventi mi avevano rubato alcuni orologi esposti. Nel 1951, invece, la tragedia che ha segnato la nostra famiglia e sì, spiega anche la mia condotta di mercoledì. Mio nonno paterno era stato ucciso dai rapinatori a colpi di pistola. Una cosa che non si può dimenticare».
Riproduzione riservata © Tribuna di Treviso









