L’Inps trasforma gli artigiani in edili: stangata per 500

Maggiori costi di circa 2.500 euro all’anno per dipendente. Armando Sartori: «I danni alle imprese coinvolte a loro insaputa in questa ricodificazione sono molteplici»

Lorenza Raffaello
Un idraulico al lavoro
Un idraulico al lavoro

Il costo del lavoro in Italia è tra i più alti d’Europa, una spina nel fianco per gli imprenditori a cui si è aggiunto un carico da 90. Il primo luglio scorso si è aggiunto un ulteriore “dazio” da pagare: l’Inps ha riclassificato gli impiantisti come edili e questo si traduce in un rialzo di circa 2.500 euro a dipendente.

Secondo una stima di Confartigianato sono 500 gli imprenditori che si trovano a pagare di più il costo dei propri dipendenti, che però non vedranno automaticamente migliorata la propria condizione economica: l’aumento a carico delle imprese è più una questione fiscale che un effettivo aumento delle buste paga reali.

La modifica ed effetti

Il cambio di codifica dell’Inps sta creando allarme tra le imprese artigiane di impianti elettrici, termoidraulica, telecomunicazioni e antenne della Marca trevigiana. L’Istituto ha riassegnato a queste attività il codice statistico contributivo 5G, quello proprio del comparto edile, con effetto retroattivo dal luglio scorso.

Un’azione che porta con sé due conseguenze. La prima riguarda il limite dimensionale per mantenere la qualifica artigiana, che passa da 22 a 10 dipendenti, un taglio di più della metà. In pratica, le imprese che occupano tra 11 e 22 lavoratori escono dal perimetro tutelato dalla legge quadro numero 443 del 1985 dell’artigianato ed entrano nel regime industriale, con un aggravio dei contributi Inps stimato tra il 3% e il 6%.

Il nodo contratto

A questo si aggiunge un secondo nodo, distinto ma collegato: la possibile necessità di cambiare contratto collettivo, dall’artigiano meccanico a quello edile o della meccanica industria, bilateralità compresa. Secondo le stime diffuse da Confartigianato, l’impatto complessivo — tra maggiore contribuzione e cambio di Ccnl — potrebbe tradursi in un aumento del costo del lavoro fino a 2.000 euro annui a dipendente per le aziende fino a 10 addetti, e fino a 2.500 euro per quelle tra 11 e 22.

Un salasso per gli imprenditori già provati dal clima di incertezza. «Una scelta improvvisa che sta generando disorientamento, possibili errori contributivi e rischi di sanzioni per migliaia di datori di lavoro del settore impiantistico», commenta preoccupato Armando Sartori, presidente Confartigianato Imprese Marca Trevigiana a nome dei tanti artigiani «i danni per le imprese coinvolte a loro insaputa in questa ricodificazione sono molteplici. Dal limite massimo di dipendenti per rimanere artigiani, con il conseguente aumento del costo del lavoro, ai costi amministrativi per il cambio di regime».

Le ricadute

«Non capiamo il perché del mancato preliminare confronto e dell’assenza di comunicazioni», attacca il presidente Sartori, «prima di arrivare ad applicare una scelta così impattante su circa 500 imprese a Treviso, con significative ricadute sulla gestione del loro personale, circa 3.000 dipendenti nella Marca. Se la posizione dell’Inps è d’improvviso cambiata sulla base di sopraggiunti elementi oggettivi giuridicamente rilevanti, riteniamo doveroso che si fosse inaugurato un confronto preliminare per verificarne i presupposti con il ripristino della situazione al 30 giugno o, ove motivate le nuove letture, le stesse siano accompagnate da congrui periodi transitori e adeguate informative. Improvvise turbative degli inquadramenti che impattano sul costo del lavoro alimentano lo stato di incertezza delle aziende e ne compromettono la competitività».

 

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