Maxi truffa da 5,5 milioni: tre arrestati

Falsi leasing: il titolare Antonio e l’ex ad Rossini ai domiciliari; Moretti, ideatore del raggiro, in cella al rientro in Italia
Di Fabio Poloni
DeMarchi Caerano azienda Velo Group
DeMarchi Caerano azienda Velo Group

ALTIVOLE. Antonio Velo agli arresti domiciliari. Anche Marco Rossini, ex amministratore delegato della Velo Spa, agli arresti domiciliari. In carcere, invece, Marco Moretti: è lui, secondo la Procura, l’ideatore della maxi truffa da oltre cinque milioni e mezzo di euro costruita su un giro di leasing fasulli. Al centro, ancora una volta, c’è la Velo spa di Altivole. Sullo sfondo anche tre indagati per estorsione: sono lo stesso Antonio Velo, sua figlia Loretta e Luca Bacchiega. Secondo la Procura, avrebbero minacciato Rossini per far “rientrare” in azienda quasi due milioni e mezzo di euro frutto della stessa truffa.

Gli arresti. Affari, amore, manette: una vicenda che intreccia drammaticamente i destini di un’azienda con quasi 160 anni di storia (i primi Velo iniziarono a costruire macchinari per l’enologia nel 1855) e le vicende personali e giudiziarie di decine di persone. L’ultima indagine in ordine di tempo riguarda cinque persone e ha portato all’emissione di misure cautelari per tre di loro. Le manette ai polsi di Marco Moretti, 45 anni, sono scattate attorno alle 11 di giovedì sera, quando l’imprenditore è rientrato in Italia dopo un viaggio in Korea. Per Antonio Velo e Marco Rossini, invece, il giudice per le indagini preliminari Silvio Maras ha disposto gli arresti domiciliari. Il rischio configurato dal gip è quello della reiterazione del reato.

Il meccanismo. Semplice, non troppo innovativo e perfetto finché è durato: il meccanismo della truffa, messo in piedi nel 2009, si basava su un giro di leasing “fantasma”, costruito su finte compravendite di macchinari industriali (a volte del tutto inesistenti, altre semplicemente riverniciati per farli sembrare nuovi e aumentarne il presunto valore) allo scopo di ottenere liquidità. Già, liquidità: era proprio quello il cuore del problema della Velo, la mancanza di soldi. Se le banche non aprono il credito, serve un altro modo per procurarselo. Da qui, secondo la Procura, nasce il piano proposto da Moretti, e accettato e messo in atto con Velo e Rossini. In pratica la Velo cedeva, sulla carta, vecchi macchinari alla società di Moretti (una vera e propria cartiera) che, dopo un rapido maquillage, li rivendeva alla Velo attraverso varie società di leasing, a un prezzo maggiorato dalle 4 alle 16 volte.

Tutto in casa. Tutto il finto giro avveniva senza che il macchinario si muovesse fisicamente dall’azienda, o addirittura con macchinari inesistenti. Spesso vecchi e obsoleti macchinari venivano semplicemente riverniciati, abbelliti con un’etichetta fresca di stampa et voilà, sembravano nuovi. E, come nuovi, avevano un valore ipotetico decisamente superiore: in questo modo l’incasso dalle società di leasing lievitava. A quel punto Moretti “restituiva” alla Velo i soldi incassati per la cessione dei macchinari, trattenendosi una somma tra il sei e l’otto per cento. Le fatture inesistenti a società compiacenti (già finite nelle precedenti indagini) servivano alla Velo per giustificare le entrate ottenute dai leasing fasulli.

I numeri. Sei le società di leasing truffate (tra queste Crédit Agricole Italia, Fortis Lease, Ubi Leasing) con 11 contratti per l’acquisto di 15 macchinari, del valore di circa sei milioni e mezzo di euro. Il giro di false fatture complessivamente arriva a 26 milioni di euro.

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