«Le piccole imprese si aprano e raccontino le loro storie»

l’intervista
Auro Palomba, presidente e fondatore di Community, è il segretario del primo Premio Valori d’Impresa di Assindustria Venetocentro, la cui finale si è tenuta nei giorni scorsi a Treviso.
Com’è nata l’idea del premio, e qual è il messaggio che vuole trasmettere?
«L’idea nasce dalla volontà di Assindustria di avvicinare il mondo dell’industria a quello della cultura, in un programma più ampio che vede anche l’apertura della biblioteca d’impresa a Palazzo Giacomelli. Come Community abbiamo aderito con grande entusiasmo, è un tema che nel nostro mestiere viviamo continuamente. L’Italia è un Paese in cui, a parte forse il triangolo industriale Milano-Torino-Genova, l’industrializzazione è un fenomeno giovane, specialmente in Veneto, dove quasi tutta l’industria è nata nel secondo dopoguerra. Il Veneto ha una grandissima vocazione manifatturiera e una tradizione di imprenditoria familiare. Questo pone un tema dimensionale perché le imprese sono tante e vitali, ma spesso rimangono piccole. Ma la cosa più importante è che l’Italia è un paese dove c’è poca comprensione di cosa rappresenti davvero l’impresa».
Quindi sono ancora distanti i concetti di cultura e impresa? Perché?
«In Italia manca la cultura d’impresa. Il vissuto delle imprese tra gli italiani è un vissuto spesso negativo, anzi, direi che troppo spesso c’è una cultura antimpresa. Non per attribuire colpe, la verità sta nel mezzo. Quello che è mancato finora è un rapporto concreto e attivo tra aziende e le università. Per questo premio abbiamo ricevuto 37 libri e 42 progetti aziendali, ma solo una decina di tesi universitarie dedicate all’impresa. C’è poca consuetudine, poca sinergia tra i due mondi. Bisogna avvicinare il mondo dell’industria a quello dell’università, e le imprese devono avere meno timori ad aprirsi ai giovani».
Cioè devono imparare a raccontare la propria storia?
«Sì, il tema è questo. C’è molto pudore nel raccontarsi, forse c’è ancora molta paura. Oggi stiamo attraversando una fase in cui è diventato improrogabile raccontare la propria storia: mi riferisco all’acronimo ESG, Environmental, social and corporate governance, cioè tutti gli indicatori con cui le imprese vengono e verranno sempre più misurate sia dai clienti che dai dipendenti e dagli altri stakeholder. Quando si compra un prodotto, ai giovani interessa conoscere anche l’origine, la filiera, l’eticità del produttore. E i collaboratori vogliono stare in un’azienda che stimano, scelgono il posto di lavoro anche in base a come l’azienda si comporta. Persino il mondo della finanza oggi dipende dagli indici ESG. Ovviamente, è fondamentale che la narrazione aziendale sia vera, trasparente, che corrisponda a quanto fatto e costruito negli anni. Anche per questo, Community si è resa recentemente capofila di un’associazione di imprese per guidare le aziende in tutti gli ambiti legati agli ESG, per offrire una consulenza a 360 gradi sul tema».
Le aziende queste cose le sanno? Parliamo magari delle aziende più piccole e meno strutturate. Hanno la consapevolezza di quanto sia importante raccontarsi?
«Le seconde e terze generazioni di imprenditori hanno piena consapevolezza del fatto che se non si cambiano i processi interni e non si sta più attenti alla filiera e alla governance si rischia di non vendere più nulla e di non far crescere il business. È un processo inarrestabile, in Italia siamo un po’ in ritardo, ma siamo sulla buona strada e, come sempre, saremo più veloci degli altri nel raggiungere il risultato».
Lei ha parlato di tante storie. Esiste una storia comune per le aziende del nostro territorio?
«Sì, più di una. Esiste una grandissima intuizione imprenditoriale, grandissima capacità di capire cosa vuole il mercato, grandissima capacità di lavoro, nessun confine tra famiglia e impresa, il che ha provocato molto spesso dei problemi al momento del passaggio generazionale. Ma la storia comune è l’incapacità di fondersi e ingrandirsi, quella capacità di fare sistema che al Veneto è sempre mancata, ancora oggi».
In questi tratti comuni vede dei cambiamenti?
«Non possono che esserci dei cambiamenti. Il mercato è diventato così globale che da soli non ce la si può più fare. Per forza le imprese dovranno diventare più grandi e, per farlo, possono ricorrere alla finanza intelligente (penso ai fondi o alla quotazione in Borsa) o aggregandosi. Gli imprenditori di “nuova” generazione sono più pronti e meno gelosi delle loro specificità ma devono capire che è necessario raccontarsi, farsi conoscere e comunicare la propria visione, come si comportano sul mercato, esplicitare i criteri che guidano le loro scelte aziendali, sempre identificando con chiarezza il messaggio che vogliono comunicare». —
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