«Ha l’aumento in pensione»: la deruba

MONTEBELLUNA. «Signora, apra, lei ha diritto a un aumento della pensione». Con questo trucco, viscido, sono riuscite a farsi aprire la porta di casa da un’anziana. Una volta dentro, continuando a costruire il loro castello di menzogne, le due donne hanno convinto l’anziana a prelevare una piccola somma di denaro dalla cassaforte, dopodiché hanno approfittato di un attimo di distrazione della padrona di casa e le hanno sottratto la chiave della cassaforte. A quel punto, due contro una, per loro è stato gioco facile: una ha continuato a distrarre l’anziana, l’altra ha aperto la cassaforte e l’ha svuotata: 3.500 euro in contanti e diversi gioielli in oro.
Ora, per quell’episodio, la giustizia ha presentato il conto a una delle due autrici (l’altra è rimasta non identificata): si tratta della montebellunese Maria Cavazza, 52 anni, condannata in via definitiva a un anno e mezzo per furto in abitazione aggravato. Prima di mettere a segno il furto in casa dell’anziana pensionata, le due donne avevano tentato di fare lo stesso con la vicina di pianerottolo: decisione che costerà cara, col senno di poi. La prima anziana, infatti, non le ha fatte entrare. Non solo: dopo il raggiro ai danni della vicina, la sua testimonianza è stata fondamentale nell’inchiodare Maria Cavazza alle proprie responsabilità. È proprio contro il riconoscimento fotografico da parte dell’anziana e della sua badante che la montebellunese ha presentato ricorso in Cassazione, ma i giudici hanno confermato la condanna emessa in primo grado e in appello: un anno e sei mesi.
L’episodio si è verificato nel comune di Calcinaia, in provincia di Pisa, vicino a dove (San Minaito) la montebellunese si era trasferita. Secondo l’accusa, Cavazza aveva «indotto la persona offesa a farla entrare nell’abitazione paventando un aumento della pensione e inducendola ad aprire la cassaforte per prelevare una banconota e lasciare la chiave sul tavolo, e con l’aggravante della destrezza, approfittando della distrazione della persona offesa per appropriarsi della chiave». I testimoni sentiti in primo grado avevano riconosciuto l’imputata «fornendo dichiarazioni omogenee, idonee a riscontrare la fondatezza del riconoscimento». Nel ricorso Cavazza, attraverso il suo legale, ha sostenuto che il riconoscimento fotografico non era avvenuto in maniera chiara. La Cassazione è stata ferma: nei ricorsi per legittimità non devono essere riproposti temi nel merito dei fatti. La pena ora è definitiva. —
Fabio Poloni
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