Grandi mostre, Goldin e i no Treviso finisce sotto accusa

Treviso invidiosa? Treviso ingrata? Treviso smemorata? Treviso che alza le barricate contro il ritorno di Goldin, a quasi 20 anni dal suo ciclo ai Carraresi, fa discutere anche la piazza. E fa tornare l’immagine di una città poco ben disposta sui suoi figli che si sono fatti conoscere altrove.
Gli esponenti di quella che un tempo era chiamata la trevigianità, se mai questa può essere la categoria dello spirito di chi vive piazza, portici e barbacani nel solco di un’immagine tramandata per tutto il Novecento, non sono né ciechi né sordi, in questi giorni. Vedono e ascoltano, questa Treviso 2.0 che va troppo alla ribalta. Già: in questi giorni, come se non bastasse la vicenda Goldin, finita effigiata nel film Leoni, mezzo secolo esatto dopo «Signore e Signori», e nel mirino di Toscani assieme al Veneto dal troppo elevato tasso alcolico.
Il più amareggiato è Giorgio Fantin, architetto con studio in piazza Trentin («no, sono in pensione dal 31 dicembre», ammicca sornione) personaggio della piazza e dei cenacoli, rugbista, strenuo cultore della nostre tradizioni. E’ praticamente inevitabile partire da lui. «Faccio fatica a riconoscere Treviso, altro che la trevigianità: eravamo la città dei tre visi e delle tre facce, oggi mi sembra che vogliamo essere una checca, e forse anche delle peggiori», sbotta, «sto cercando Goldin per manifestargli la solidarietà, non vorrei che pensasse che in questa città nessuno lo voglia. Ma non è solo quello che sta succedendo adesso, vedo che stiamo diventando incolti e incivili, e un tempo questa città non lo era, aveva grazia, misura, un suo stile. E ben difficilmente sentivo toni come quelli usati questi giorni. Mai avrei pensato, per dire, di vedere sacchetti dei rifiuti gettati lungo le strade della periferia e non fare la differenziata come tutti i paesi civili e non pagare le tasse: una Treviso maleducata era per noi impensabile...».
Toni Basso, altro depositario dell’anima più profonda della città, fatica a dare risposte: «Assisto a scene che un tempo non si sarebbero viste, mi chiedo se non sia una sorta di sotto-politica ad aver prodotto questi toni e questa campagna», dichiara, «resto sconcertato, alcune cose sono per me incomprensibili, vedo che persino il gusto del pettegolezzo è sfociato in qualcosa d’altro. O forse è solo populismo. L’arte ha sempre avuto vita non facile qui in città, la vis polemica è stata forte, in alcuni momenti fortissima, ma mi sembra che tutto si sia un po ’ guastato. In questa vicenda di Santa Caterina vedo una brutta sceneggiata che non fa onore alla città. Come quando vennero richieste le strisce per incolonnare i visitatori, qualche bottegaio non voleva che venisse impedito il passaggio».
Siamo usciti dal dna della trevigianità? Paolo Trevisi, attore regista e direttore di teatri anche all’estero, è convinto che sia ora di prendere atto di un’evoluzione. «Trevisani veri semo rimasti pocheti, ci siamo imbastardati, e lo dico nel senso migliore del termine», risponde infatti, «una volta le cose venivano accolte con un altro atteggiamento, quello del mi no vao a combatar, e anche chi rompeva le scatole lo faceva in altra maniera. Goldin ha fatto ottime cose per la città, rinunciare a un uomo lui che muove le folle mi sembra davvero una scelta inaudita. Non vorrei ci fosse anche invidia, certo ha fatto i soldi, ma è anche un imprenditore. Purtroppo Treviso fa di tutto per confermare il detto nessuno è profeta in patria»
Sul piano più strettamente culturale, è Fantin a ricordare egli esordi di Goldin. «Cominciò alla galleria del Barbacan, in via San Nicolò, con quel grandissimo dell’arte che è stato De Giorgis, che a sua volta è stato maestro sopraffino per anti altri artisti, da lì si è appassionato, e ha fatto tanta strada», ricorda. «Se penso che recentemente, a un banchetto con giovani artisti trevigiani, anche molto valenti, qualcuno mi confessò candidamente che non sapeva chi fosse Dinetto..... E non è bellissimo che 2 o 3 personaggi si ergano adesso a soloni della cultura trevigiana, per esempio quelli di Italia Nostra. Di Manzato ho grande stima. Mi preoccupa che si dimentichi la grandissima tradizione dell’arte del Novecento a Treviso: a Santa Caterina ho visto mostre meritorie, perché dedicate ai nostri grandi artisti, ma con scelte che ritengo di violenza al museo. L’amministrazione mi sta deludendo, Franchin sarà un bravo professore, ma come assessore deve pensare a una cultura con la C maiuscola».
Fra color che non capiscono anche l’imprenditore Massimo Donadon, uno degli artefici del boom del Nordest. «Sono davvero sconcertato, quello che sta accadendo mi evoca le vicende del nostro Parlamento: un giorno si dice una cosa, il giorno dopo l’esatto contrario perché si rinnega quanto dichiarato il giorno prima», dichiara, «vorrei appellarmi al sindaco perché adotti una decisione definitiva, questa mostra si deve fare. Troppe storie e contrasti non portano alcun vantaggio». Ma cosa può avere innescato questa battaglia? «Credo la mania di protagonismo e i personalismi. E non sono convinto che fra chi protesta siano tutti intellettuali e artisti di altissimo livello».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Riproduzione riservata © Tribuna di Treviso











