IL PUNTO/ La memoria corta della città che ha esportato il modello
«Meglio che sul lungomare di Rimini». Correva il 1998, e la battuta di un barista del centro diventava la miglior fotografia di una Treviso che sarebbe diventata nel giro di un lustro il laboratorio di un modello invidiato e poi emulato da tante città italiane.
Treviso sembra non ricordare il ciclo delle grandi mostre ai Carraresi, voluto da Dino De Poli. E pensare che sono passati meno di 20 anni. C’erano le strisce gialle perché lo code ai Carraresi non disturbassero il passaggio davanti alle botteghe di via Palestro; gli hotel pieni, da Bassano a Sacile; il nome della città che girava l’Italia e non solo. Ora, sul ritorno di Goldin, nasce una crociata.
La città si spacca, scendono in campo le associazioni, e sbiadisce l’immagine pacata del trevigiano - moderato dentro - che per principio dice “mi no vao a combatar”. E mentre il pomo della discordia diventa la ristrutturazione di Santa Caterina, partono gli strali contro Goldin.
Memoria, logica, buonsenso - e vogliamo aggiungerci la gratitudine? – dicono che il referendum pro o contro Goldin è sbagliato. Paradossale che cada dal pero, oggi, la Treviso che è stata il laboratorio del modello di grande evento d’arte che concilia l’impresa culturale e il marketing territoriale e turistico. Treviso beneficiò allora di un indotto straordinario (fino a 30-35 milioni l’anno; cifre record oggi certo non ripetibili, dopo la crisi), e quel modello impose presto all’Italia intera. Ultima a rimpiangerlo, dopo la mostra di Vermeer, è stata Bologna, che proprio periferia non è .
Si può discutere all’infinito, se questa sia cultura con la c minuscola, come dicono i tanti detrattori di Goldin, o se invece il patron di linea d’Ombra incarni perfettamente le istanze di “arte democratica” della moderna società di massa. E per amor di verità ricordiamo che il tema è antico assai: solo per restare in epoca recente, esplose con le file chilometriche, a Firenze, per i Bronzi di Riace. Soltanto 34 anni fa.
Al di là del piano politico e amministrativo, dove giunta e maggioranza non hanno certo marciato compatti, la vicenda non rende merito a nessuno. Nemmeno alla città e alla sua immagine: Treviso ha un altissimo livello culturale (ahimè non sempre valorizzato), è stata culla di arte invidiataci dal mondo, e ha - in via di riapparizione, o purtroppo nascosti e semisconosciuti - tesori inestimabili. Non è la prima volta che Treviso mostra di non amare i suoi figli, i suoi talenti, i suoi gioielli. Arte, teatro, musica, cultura. Un atteggiamento ai limiti dell’autolesionismo, che deve far riflettere.
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